Attualità

Le gare delle concessioni balneari stanno già avvenendo, col favore del governo Meloni

Alcuni Comuni e Autorità portuali hanno già concluso le riassegnazioni, molti altri stanno per pubblicare i bandi. Per colpa dell'inerzia di Palazzo Chigi.

Molte amministrazioni comunali italiane hanno già effettuato le gare delle concessioni balneari o si stanno apprestando a farlo nelle prossime settimane. È la conseguenza dell’inerzia del governo Meloni, che non avendo ad oggi emanato una legge per mantenere la promessa di salvaguardare la continuità dei concessionari storici, di fatto sta permettendo in silenzio che questi possano essere sostituiti. Nonostante il demanio sia di competenza statale, la sua gestione è infatti demandata ai Comuni e alle Autorità portuali, che stanno procedendo in ordine sparso con i bandi. Ma sempre attenendosi alla legge attualmente in vigore, che prevede le gare delle concessioni balneari entro la fine di quest’anno.

Per capire le ragioni di ciò che sta accadendo, occorre fare una breve panoramica della situazione normativa. La scadenza delle concessioni balneari era stata fissata al 31 dicembre 2023 da due sentenze gemelle del Consiglio di Stato in adunanza plenaria, che a novembre 2021 aveva annullato la proroga al 2033 decisa dal primo governo Conte. Secondo Palazzo Spada, quella proroga era illegittima poiché rappresentava un rinnovo automatico agli stessi titolari di concessioni di un bene pubblico, e pertanto era in contrasto con la direttiva europea Bolkestein e con il Trattato di Lisbona. La pronuncia del Consiglio di Stato è stata annullata due anni dopo dalla Corte di Cassazione per eccesso di giurisdizione, ma nel frattempo i suoi effetti sono stati recepiti dalla legge 118/2022 del governo Draghi (legge sulla concorrenza 2021). Dunque, la scadenza del 31 dicembre 2023 delle concessioni balneari italiane è oggi fissata non più da una sentenza amministrativa, bensì da una norma approvata dal parlamento a luglio 2022 in via definitiva.

La legge 118/2022 ha anche previsto la possibilità di una “proroga tecnica” di un anno, fino al 31 dicembre 2024, «in presenza di ragioni oggettive che impediscono la conclusione della procedura selettiva entro il 31 dicembre 2023, connesse, a titolo esemplificativo, alla pendenza di un contenzioso o a difficoltà oggettive legate all’espletamento della procedura stessa».

Al momento del voto della legge sulla concorrenza, Fratelli d’Italia era l’unico partito all’opposizione ed è stata la sola forza politica a votare contro l’approvazione di questa norma. In particolare, Giorgia Meloni aveva pronunciato un acceso intervento in difesa degli attuali imprenditori balneari, che si può rivedere in questo video.

La norma è stata approvata a larghissima maggioranza dai partiti che allora sostenevano il governo Draghi, tra cui Lega, Forza Italia, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Durante la campagna elettorale per l’ultimo rinnovo del parlamento e nei giorni immediatamente successivi alla vittoria della coalizione di centrodestra, sono stati numerosi gli interventi sia di Giorgia Meloni che di alcuni esponenti del suo partito per promettere la difesa delle attuali imprese balneari. La leader di Fratelli d’Italia si è sempre dichiarata contraria alle gare per riassegnare le spiagge, ritenendo che potessero compromettere la tipicità italiana dei concessionari storici che, prima della direttiva Bolkestein, hanno potuto godere di concessioni eterne e hanno creato i moderni stabilimenti balneari. Molto più contenute e meno esplicite, se non inesistenti, sono invece state le promesse dei rappresentanti degli altri partiti, anche perché tutti avevano appena votato a favore della legge sulla concorrenza che introduceva i bandi. Per questo motivo, è presumibile che moltissimi operatori balneari abbiano votato Fratelli d’Italia, attirati dalle promesse che solo il partito di Meloni ha fatto in quel frangente.

Tuttavia, una volta arrivata al timone di Palazzo Chigi, Meloni ad oggi non ha mantenuto quanto aveva promesso. Anzi, l’attuale governo ha deciso di non fare nulla di concreto – ma ciò ha significato, di fatto, consentire l’avvio delle gare. Per capire perché, occorre un altro rapido excursus.

Con il decreto milleproroghe approvato a febbraio 2023, il governo di centrodestra ha rinviato di un anno la scadenza delle concessioni, spostando al 31 dicembre 2024 il termine previsto dalla legge 118/2022 e al 31 dicembre 2025 il limite ultimo della “proroga tecnica”. Questo rinvio è stato subito giudicato illegittimo dal Consiglio di Stato, non solo perché non rispettava le sue sentenze gemelle in adunanza plenaria (allora non ancora annullate dalla Cassazione), ma anche perché rappresentava un altro rinnovo automatico ai medesimi concessionari, perciò in contrasto col diritto europeo. Ma a prescindere da ciò, è emblematico che il governo Meloni abbia deciso di rinviare di un anno la scadenza delle concessioni, anziché abrogare del tutto l’articolo di una legge rispetto alla quale si era dichiarato contrario. In qualche modo questa scelta – insieme a quella di non impugnare davanti alla Corte Costituzionale le sentenze del Consiglio di Stato che hanno disapplicato la proroga di un anno – appare come un’accettazione implicita della legge Draghi, e peraltro ha avuto l’effetto di allungare di un anno l’agonia di un settore già in sofferenza a causa dell’annosa incertezza normativa. Dall’altra parte, però, l’attuale esecutivo non ha mai emanato il decreto attuativo previsto dalla legge sulla concorrenza 2021, che sarebbe dovuto servire a stabilire dei criteri uniformi sui bandi per tutte le amministrazioni locali. In sostanza il governo Meloni ha lasciato il lavoro di Draghi a metà, senza abrogarlo né completarlo. Ma facendo così, la legge sulle gare è rimasta comunque in vigore e ai funzionari è stato dato il segnale che l’unica legge applicabile sia quella varata da Draghi

Parallelamente, per dimostrare di essere al lavoro sulla promessa mantenuta, Palazzo Chigi ha portato avanti per tutta l’estate 2023 un lavoro di mappatura del demanio marittimo. I risultati, diffusi all’inizio di ottobre, hanno dichiarato che il 33% dei litorali italiani è in concessione e il 67% è libero e concedibile. La posizione più volte dichiarata dai rappresentanti del governo e dei partiti di maggioranza è che la direttiva Bolkestein prevede, agli articoli 11 e 12, che le gare sulle concessioni balneari debbano essere fatte solo in caso di “scarsità della risorsa naturale” e che questa scarsità in Italia non ci sia; dunque sarebbe possibile garantire la concorrenza richiesta dall’Europa assegnando nuove concessioni sui litorali liberi, senza toccare quelle esistenti. Ma il lavoro di mappatura è stato concluso sette mesi fa e da allora non è stata emanata nessuna legge per applicare il principio della scarsità della risorsa. Per quanto importanti, i dati sulla percentuale di occupazione dei litorali sono insufficienti e inutili: sia perché non distinguono le coste effettivamente concedibili da quelle inaccessibili (per esempio, le scogliere a picco sul mare e non raggiunte da una strada), sia perché non sono stati utilizzati in una riforma che decida il futuro delle concessioni in scadenza fra pochi mesi. In assenza di questa riforma, resta in vigore la legge 118/2022 del governo Draghi che prevede i rinnovi tramite evidenze pubbliche.

In questi mesi di inerzia del governo, il termine delle concessioni si è fatto sempre più vicino e i Comuni e le Autorità portuali, che hanno la competenza sulla gestione del demanio marittimo, hanno dovuto decidere cosa fare. Procedendo in modi diversi.

  • La maggior parte delle amministrazioni locali si è avvalsa della possibilità di proroga tecnica di un anno prevista dal testo originale della legge 118/2022, approvando degli atti motivati che hanno fissato la validità delle concessioni fino al 31 dicembre 2024. Le «ragioni oggettive che impediscono la conclusione della procedura selettiva entro il 31 dicembre 2023», previste dalla 118/2022 per motivare la proroga tecnica, sono state giustificate dalle amministrazioni locali con la mancanza di criteri uniformi per i bandi, mai disciplinati dal governo Meloni che non ha emanato il decreto attuativo della 118/2022 stessa.
  • Nessuna Autorità portuale né Comune (tranne quello di Mondragone, in Campania) ha tenuto conto delle scadenze spostate di un anno dal decreto milleproroghe del governo Meloni: questo perché i funzionari locali rischiano di rispondere penalmente dell’applicazione di leggi in contrasto col diritto europeo, e nessuno ha voluto correre questo rischio.
  • Infine, una minoranza di Comuni e Autorità portuali ha deciso di non avvalersi della proroga tecnica di un anno e ha già effettuato le gare per le concessioni: tra questi figurano per esempio Jesolo in Veneto, amministrata peraltro da un sindaco di Fratelli d’Italia, dove un lotto di tre concessioni è stato vinto per i prossimi vent’anni da una società partecipata dal proprietario della Geox; e Rio dell’Elba in Toscana, dove tutte le undici concessioni sono state riassegnate ai precedenti titolari in seguito alle gare pubbliche, per un periodo dai quattro ai sette anni a seconda del progetto presentato. Al netto dei non pochi ricorsi pendenti, le gare già effettuate sono ormai irreversibili, in quanto si sono svolte sulla base di una legge in vigore.

Come quei pochi Comuni che hanno già concluso le procedure, anche tutte le amministrazioni locali che si sono avvalse della proroga tecnica al 31 dicembre 2024 stanno scrivendo in autonomia le regole per riaffidare le concessioni. Le procedure selettive di evidenza pubblica, infatti, richiedono un intervallo di alcuni mesi fra la scrittura dei bandi, il periodo per la pubblicazione, l’esame della commissione valutatrice e il tempo per eventuali ricorsi, che sul demanio marittimo sono molto frequenti proprio a causa del ginepraio di norme e della mancanza di una legge di riferimento nazionale. Tra i Comuni costieri più illustri che hanno già dato mandato ai funzionari di scrivere i bandi ci sono Rimini (che ha deciso di non rinnovare alcune concessioni per riconvertirle in spiaggia libera) e Roma (che si è ripresa le deleghe dal X municipio di Ostia, da anni al centro delle cronache nazionali per gli abusi edilizi e il lungomuro). Alla stragrande maggioranza dei Comuni che si sono avvalsi della proroga tecnica, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha inviato diffide per sollecitare la pubblicazione dei bandi, contestando la legittimità del rinvio al 31 dicembre 2024 (come è avvenuto per esempio a tutti i Comuni della riviera romagnola e della costa abruzzese).

Ad oggi il governo Meloni non ha fatto nulla per impedire questa situazione, né emanando una circolare ministeriale per bloccare le amministrazioni locali, né approvando una riforma che cambiasse le regole previste dalla legge 118/2022 del governo Draghi. Ma non fare nulla significa consentire passivamente che le gare vengano svolte in tutte le località costiere, tradendo di fatto la propria promessa e lasciando alle autorità locali la discrezione su aspetti come gli indennizzi ai concessionari uscenti, i criteri con cui selezionare i nuovi concessionari e la durata dei futuri titoli. Peraltro l’Italia al momento si trova sotto una procedura di infrazione europea che contesta il mancato rispetto della direttiva Bolkestein sulle concessioni balneari e il parere motivato della Commissione Ue, inviato lo scorso novembre, ha messo in discussione i dati sulla mappatura di Palazzo Chigi: come ha riassunto il mese scorso il commissario europeo al mercato interno Thierry Breton, la richiesta dell’Europa è infatti quella di una “analisi qualitativa” e non quantitativa. Ancora non è noto come il governo Meloni intenda rispondere a queste sollecitazioni dell’Ue, poiché nulla di ufficiale è stato annunciato da Palazzo Chigi. Le uniche indiscrezioni, diffuse la settimana scorsa dall’agenzia di stampa Agi, ipotizzano il governo al lavoro su una nuova mappatura; ma appunto, si tratta solo di indiscrezioni e comunque non riguardano il contenuto di una legge.

Per denunciare questa situazione di impasse e sollecitare la premier ad agire, migliaia di imprenditori balneari hanno manifestato lo scorso 11 aprile a Roma, ma anche questi appelli sono rimasti inascoltati e le amministrazioni locali stanno andando dritte con le gare: d’altronde, se c’è una concessione demaniale in scadenza e una legge statale in vigore che impone di riassegnarla tramite gara pubblica, il Comune o l’Autorità portuale non possono fare nulla di diverso. Tra gli esponenti del governo, sulla vicenda c’è oggi il massimo silenzio ma anche un certo imbarazzo: nella recente kermesse nazionale di Fratelli d’Italia, tenutasi domenica scorsa proprio su una spiaggia di Pescara, in più di un’ora di intervento la premier Meloni non ha detto una parola sulle concessioni balneari, se non un breve e generico passaggio («le spiagge sono un pezzo di ricchezza nazionale che ci siamo impegnati a difendere in Europa»). In definitiva, ad oggi le promesse non sono state mantenute e tra i balneari ha iniziato a diffondersi il timore di un tradimento. Solo una norma concreta potrà smentirli; ma se arriverà, sarà già parziale e fuori tempo massimo, rispetto alle gare già effettuate o in fase di partenza.

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Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
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