Attualità

Cosa può fare davvero il governo per salvare i balneari dalle gare

Le soluzioni possibili sono tre, e richiedono tutte molto più tempo rispetto a quello che si ha a disposizione

Le forze politiche di centrodestra si sono sempre molto esposte per promettere una soluzione definitiva che mettesse in sicurezza le attuali imprese balneari, da anni in balia dell’incertezza sul rinnovo delle concessioni; e ora che si trovano da sole al governo, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. Ad oggi esistono tre strade possibili per poter risolvere la questione, tutte piuttosto difficili e con diversi pro e contro, che analizzeremo in questo articolo.

Il duplice problema del governo

La situazione attuale è molto complessa: in base alla direttiva europea Bolkestein e al trattato di Lisbona, la gestione dei beni e dei servizi pubblici come le spiagge andrebbe periodicamente riassegnata tramite procedure selettive, ma in Italia sul demanio marittimo sono legittimamente sorte nel tempo migliaia di imprese di proprietà privata su cui si basa un sistema economico unico al mondo. Si tratta di un problema che nessun governo si è mai preso la responsabilità di risolvere, e per questo negli ultimi tredici anni si è andati avanti con una serie di proroghe (prima al 2015, poi al 2020, infine al 2033) che hanno rinviato una soluzione definitiva. Il governo Meloni ora è però costretto a chiudere una volta per tutte questa annosa vicenda: a novembre 2021, infatti, il Consiglio di Stato ha annullato la proroga al 2033 e ribadito l’illegittimità di qualsiasi eventuale futura forma di rinnovo automatico al medesimo titolare, imponendo la riassegnazione tramite gare pubbliche entro il 31 dicembre 2023.

Il problema che si trova ad affrontare la premier è duplice: gli attuali concessionari rivendicano di avere acceso mutui ed effettuato investimenti sulla base di una legge dello Stato che fissava la scadenza dei loro titoli al 2033, e che da un giorno all’altro è stata annullata. Nonostante il Consiglio di Stato abbia usato una formula molto perentoria per cancellare la validità della proroga (“tamquam non esset”, ovvero “è come se non esistesse”), migliaia di concessionari hanno in mano un titolo con la scadenza al 2033 protocollata dalla loro amministrazione locale e sulla quale hanno già pagato l’imposta di registro, dunque viene difficile accettare che tale documento valga meno della carta straccia. Il governo Draghi, nella volontà di recepire la sentenza di Palazzo Spada, con la legge sulla concorrenza ha fissato la scadenza dei titoli attuali al 31 dicembre 2023 e imposto la loro riassegnazione tramite gare pubbliche con criteri da stabilire tramite un decreto attuativo che non ha fatto in tempo ad approvare; ma se questa norma venisse applicata così com’è, i ricorsi fioccherebbero a migliaia e il sistema balneare rischierebbe di rimanere paralizzato per qualche anno, con gravi problemi all’economia turistica estiva.
Inoltre, sulla questione incombe un’imminente sentenza della Corte di giustizia europea, che lo scorso maggio è stata chiamata dal Tar di Lecce a pronunciarsi su una serie di puntuali quesiti che mettono in dubbio i fondamenti stessi dell’applicabilità delle evidenze pubbliche alle imprese balneari. A seconda di come si esprimerà la Corte Ue, sarà possibile evitare o meno le gare per le imprese esistenti: una riforma delle concessioni approvata ora, dunque, rischia di introdurre dei princìpi che potrebbero diventare superati nel giro di pochi mesi, e per questo molti balneari chiedono di aspettare tale pronuncia prima di decidere. Tuttavia, la scadenza delle concessioni è imminente e dunque aspettare senza fare nulla è impossibile: il termine del 31 dicembre 2023 è ormai imposto da una legge approvata in via definitiva e anche se il suo decreto attuativo non dovesse essere approvato, i Comuni sarebbero comunque costretti a indire i bandi per riassegnarle – oltretutto senza una legge-quadro nazionale e dunque con i singoli funzionari che farebbero a modo loro, nell’anarchia e disparità più totali.

La situazione che il governo Meloni si trova a dover gestire, insomma, è estremamente complessa e difficile da risolvere. E per farlo senza rinnegare gli impegni presi, come detto, ci sono solo tre strade possibili. Le illustriamo qui di seguito, precisando che si tratta di spiegazioni e non di giudizi.

1. Escludere le attuali concessioni balneari dalle gare

La prima possibilità, che sarebbe la più fedele alle promesse fatte da Fratelli d’Italia in campagna elettorale, riguarderebbe l’esclusione totale delle storiche concessioni balneari da qualsiasi forma di riassegnazione tramite gara pubblica. Per farlo, ci sono due diverse strade:

  1. negoziare con l’Unione europea l’approvazione di un regime speciale per le imprese balneari italiane, per esempio decidendo che sono esenti dalle gare in quanto si tratta di aziende storiche e su cui si basa un sistema economico tipico e peculiare per il nostro paese; e dunque modificare tutte le leggi italiane ed europee in questo senso (dall’abrogazione della legge sulla concorrenza alla modifica della direttiva Bolkestein);
  2. convincere la Commissione europea che una corretta applicazione giuridica della Bolkestein escluderebbe le imprese balneari dalle gare, in quanto rientrano in uno dei tanti casi di esclusione previsti dalla direttiva stessa (non scarsità delle risorse, non sussistenza di interesse transfrontaliero, eccetera).

In questa eventualità, le imprese balneari continuerebbero a insistere sul demanio pubblico, ma sarebbero escluse dalle gare. E per garantire la concorrenza tanto invocata dall’opinione pubblica e da alcune forze politiche, si potrebbero mettere a gara i molti chilometri di litorale libero ancora a disposizione (si tratta di circa il 50% delle coste italiane) al fine di consentire l’avvio di nuove imprese, proprio come hanno fatto i balneari attuali quando hanno avuto le loro concessioni nei decenni passati.

2. Sdemanializzare le aree su cui insistono le imprese

Un’altra proposta di cui si discute da tempo è quella della sdemanializzazione: in sostanza, si tratterebbe di spostare la dividente demaniale marittima al fine di escludere le aree su cui insistono i manufatti degli stabilimenti balneari e di cederne la proprietà agli attuali titolari. In questo modo, la spiaggia in senso stretto continuerebbe a essere un suolo pubblico, mentre le porzioni di terreno antistanti – che hanno ormai perso le caratteristiche di demanialità, in quanto vi insistono manufatti in muratura che da molto tempo non sono più di pubblica fruizione – diventerebbero private a tutti gli effetti.

La sdemanializzazione è una possibilità già prevista dalla legge italiana, tanto che lungo i litorali della nostra penisola esistono diversi stabilimenti balneari situati su suolo privato e dunque non soggetti ai problemi legati alla Bolkestein. Inoltre questa soluzione sarebbe molto coerente con i princìpi di Giorgia Meloni, che ha più volte parlato della necessità di difendere i confini nazionali (quali sono le spiagge) dalle ingerenze delle multinazionali straniere. Tuttavia, l’ipotesi presenta diversi problemi, tra cui il principale è quello dell’opinione pubblica. Un tentativo del genere fu infatti già compiuto nel 2013, durante il governo Letta, dall’allora sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta, che elaborò una proposta di legge sulla sdemanializzazione; tuttavia il progetto si arenò soprattutto per le reazioni avverse dell’opinione pubblica, pilotate dalla stampa generalista che gridò allo scandalo per la “privatizzazione delle spiagge”. In realtà la proposta di Baretta prevedeva di sdemanializzare solo le aree su cui insistono i manufatti e di mettere a gara le spiagge antistanti, in modo da garantire al contempo la tutela delle attuali imprese e il rispetto del diritto europeo, ma giornali e tv la spiegarono in modo molto manipolato e fazioso, tanto da portare il governo a fare dietrofront. Se il governo Meloni volesse intraprendere questa strada, dunque, dovrebbe innanzitutto essere pronto alle reazioni avverse che senz’altro arriverebbero e a dare spiegazioni adeguate e convincenti.

Per completare il quadro, a sfavore della sdemanializzazione ci sono poi altri due problemi: il primo è che alienare un grande numero di porzioni di demanio per cederle ai privati comporterebbe una procedura tecnica molto lunga e complessa, che peraltro non sarebbe esente da un bando prima di poterla cedere agli attuali concessionari; il secondo è che questa strada non è praticabile per tutelare tutte le imprese balneari esistenti, in quanto lungo alcune coste non c’è una netta distinzione della linea demaniale (come per esempio in molte zone della Liguria, dove i manufatti degli stabilimenti vengono smontati a fine stagione).

3. Gare con paletti

La terza e ultima possibilità che ha il governo Meloni per salvare gli attuali balneari rappresenterebbe una via di mezzo tra le sue promesse del passato e il rispetto delle leggi attuali: si tratterebbe cioè di disciplinare le evidenze pubbliche, ma trovando il modo di inserire dei paletti per favorire i concessionari esistenti. Per fare ciò, l’attuale governo non dovrebbe abrogare la legge sulla concorrenza, poiché sarebbe sufficiente intervenire nel decreto attuativo che è tenuto ad approvare entro la fine di febbraio. Disciplinare le evidenze pubbliche non significa per forza seguire il solco tracciato da Draghi: se l’ex premier ha mostrato una particolare avversione contro la categoria, ostinandosi a inserire il riordino del demanio marittimo all’interno della legge sulla concorrenza e senza prevedere nessuna adeguata forma di tutela per i concessionari uscenti, il governo Meloni ha comunque le maglie abbastanza larghe per poter imporre che i futuri bandi abbiano dei paracadute per gli attuali concessionari. Alcuni dei paletti possibili, peraltro, sono già accennati nella legge sulla concorrenza e resterebbe solo da decidere come concretizzarli: stiamo cioè parlando del punteggio premiante per chi dimostra professionalità nel settore e dell’indennizzo economico che il concessionario subentrante dovrebbe riconoscere a quello uscente. Se questo indennizzo dovesse essere calcolato sull’intero valore aziendale basato su una perizia asseverata, come d’altronde avviene in qualsiasi cessione d’azienda con il cosiddetto “avviamento”, le cifre in gioco sarebbero piuttosto importanti e rappresenterebbero dunque un deterrente in fase di gara.

Anche in questo caso, tuttavia, ci sono alcuni ostacoli: l’indennizzo è infatti una materia controversa dal punto di vista giuridico (per un’esauriente spiegazione, rimandiamo al recente articolo “Riforma spiagge, ci sarà davvero l’indennizzo per il concessionario uscente?” dell’avvocato Rosamaria Berloco) e inoltre non basterebbe ad assicurare l’esclusione dei grandi gruppi con maggiore potere d’acquisto. Il riconoscimento del valore aziendale dovrebbe dunque essere affiancato da adeguati filtri all’ingresso, prevedendo per esempio che i bandi siano riservati solo a piccole società di carattere familiare, e dando ovviamente una sorta di prelazione a chi ha già esperienza professionale nella gestione di questo tipo di attività. D’altronde, se chi ha gestito finora la spiaggia avuta in concessione può dimostrare di averlo fatto bene, non c’è motivo per sostituirlo con un soggetto sconosciuto; mentre quelle poche pecore nere che hanno commesso illeciti e non hanno investito abbastanza nella valorizzazione di questo importante bene pubblico, è giusto che vengano allontanate per far spazio a qualcuno di più meritevole.

Le “gare con paletti” sarebbero anche coerenti con le recenti posizioni espresse dal ministro del mare Nello Musumeci, che ha parlato della necessità di tenere fuori le “lobby straniere” dalla gestione delle spiagge italiane; tuttavia a remare contro questa strada c’è l’intransigenza della Commissione europea, che ha più volte dichiarato il suo diniego a qualsiasi forma di vantaggio per i concessionari uscenti. Se il governo Meloni volesse intraprendere tale soluzione, dunque, dovrebbe innanzitutto avviare un dialogo con Bruxelles per far capire la necessità dei paletti al fine di preservare l’attuale sistema balneare basato sulle piccole aziende familiari. E se si arrivasse ad approvare una riforma del genere, ci sarebbe comunque da affrontare l’opposizione di una parte di concessionari che rifiutano qualsiasi forma di gara pubblica sulle imprese.

Ci vuole ancora tempo

Tutte le tre soluzioni che abbiamo illustrato richiederebbero molto tempo tra negoziati con l’Unione europea, elaborazioni legislative, iter di approvazione e tempi di applicazione; e tale necessità cozza contro l’imminente scadenza delle concessioni fissata al 31 dicembre 2023. L’anno rimasto sarebbe già insufficiente per avviare i bandi di gara secondo le modalità previste dalla legge sulla concorrenza di Draghi; figuriamoci se l’attuale governo dovesse perseguire l’intento di fare un passo indietro per cancellare tale norma e intraprendere una strada radicalmente diversa. Per questo è altamente probabile che l’esecutivo trovi il modo per prendersi altro tempo, inserendo una sorta di sospensiva nel decreto milleproroghe di imminente approvazione, come abbiamo spiegato in un recente video. Tuttavia, questa sospensiva non potrà essere una proroga automatica e generalizzata, in quanto sarebbe in contrasto col diritto europeo e con la nota sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato l’estensione al 2033. In ogni caso, per quanto riguarda le tre soluzioni, le prime due appaiono altamente improbabili in quanto non basterebbe forse una legislatura per portarle a termine: è dunque più ragionevole ipotizzare che il governo si troverà costretto a percorrere la terza, individuando il modo per tutelare il più possibile i concessionari uscenti.

La situazione è comunque molto complessa e pare difficile uscirne senza scontentare nessuno, tanto che, per riprendere un efficace titolo del Post, il governo non sa cosa fare con le concessioni balneari. Attualmente non esiste nessuna interlocuzione ufficiale con le associazioni di categoria (al contrario di quanto affermano alcune fake news che abbiamo smentito ieri), ma i tempi stringono ed è necessario trovare subito una soluzione concordata: sia per le migliaia di imprenditori balneari, che non hanno certezze sul proprio futuro e dunque non sono in condizione di pianificare la prossima stagione, sia per le amministrazioni dei Comuni costieri che hanno la necessità di conoscere e gestire il destino di un importante settore dell’economia locale.

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  1. Teo Romagnoli says:

    Bell’articolo come sempre.
    Certo che se quando si va a “trattare” in europa , prima sono girate le mazzette (anzi gli armadi pieni di soldi) ce poco da fare., la mafia la farà da padrone. Comunque,.Come si é sempre detto , é solo una volontà politica , e la Meloni si é ampiamente spesa, vedremo.
    Dall’ articolo non emergono, a mio modesto avviso 2 punti salienti:
    1) a febbraio scade il termine per emettere un decreto attuattivo e qualche comune intraprendente ( per non dire mafioso) potrebbe partire con i bandi senza decreto.. una vera follia con megaricorsi e spiagge chiuse fino là sentenza.
    2) ancora più inquietante e ingiusto, a gennaio 2024 se non saranno cambiate le cose, tutte le concessioni decadono e quindi i beni che sono privati passerebbero allo stato..un vero furto!

    • Alessio Carta says:

      I beni non passano allo Stato con la solo decadenza della Concessione, ma ci vuole anche il vero e proprio possesso. Finché, anche con Concessione scaduta, il concessionario è presente ed opera su quei manufatti lo Stato non può incamerare assolutamente nulla.

        • Giuseppe Pintauro says:

          Niente nn capisci nn ci sono i tempi per niente quindi per tuo dispiacere lavoreremo almeno altri 3 anni come avevo io. Fallito!

        • “..Le souzioni possibili sono 3 ma richiedono tuute molto piu tempo rispetto a quello a disposizione”

          A parte che tutte e tre cosi ‘ come prospettate sono illegittime, anche la terza.
          E siccome lo sapete benissimo, la cosa a cui aspirate e’ soko una :
          Piu tempo per ritardare le gare..
          Peccato che il tempo che chiedete e’ lo stesso che avete richiesto quasi 20 anni ..ma siamo ancora qui a chiedere tempo con la conseguenza che yna volta consumato anche questo tempo si ritornera’ al punto di partenza.
          E’ tutto redicolo se non fosse per la gravita della situazione giuridica

      • Nikolaus Suck says:

        Ma quale possesso. I beni non “passano” allo Stato, SONO dello Stato. Alla scadenza la concessione cessa automaticamente di essere efficace, dal giorno dopo l’occupazione è senza titolo e abusiva, e l’amministrazione può liberare i terreni autoritativamente in qualsiasi momento. E l’incameramento si verifica di diritto ed altrettanto automaticamente, qualsiasi provvedimento è solo dichiarativo di un effetto di legge.

        • Avete capito?! Se lo dice Suck è così e basta, non è nemmeno il caso di stare qui a discutere (sic!), d’altronde, l’avvocato Suck non ha fatto nemmeno presente, che la sua “tesi”, è confermata da tutti quei precedenti (nemmeno uno!) che si sono verificati nella storia della balneazione italiana sin dall’origine e per numerose generazioni, pur avendo usato sempre lo stesso tipo di “contratto” concessorio, e udite udite, quel contratto, secondo Suck ed i suoi accoliti, va “rispettato” (perché lo abbiamo sottoscritto) sic! MA, a Suck e l’impaginazione, chiedo: se l’art 37 del cdn non fosse stato modificato, se la legge 88/2001 non fosse stato abrogato e se la 145/2018 non fosse stata annullata, (dopo che I concessionari si erano già impegnati assieme ai loro familiari con notevoli investimenti che ha compromesso la vita di tutti), sarebbe stato possibile per lo Stato, revocare le concessioni in scadenza così come riportato sulle stesse, seppur sottoscritte, così come voi predicate? E, nello stesso tempo, mettere a “gara” l’attività con tutti i suoi “beni”???!!! VI RENDETE CONTO DI QUELLO CHE DITE?

  2. Alex sei stato chiari.ottimo articolo.Mi domando però: l’attuale governo avrà l intenzione vera di risolvere il problema? Perche dovrebbero mettersi al lavoro al più presto, a me pare che le cose semplici sono sempre più complicate, lo vediamo con i pos e tetto al contante, sembra una dichiarazione di guerra.sono un mese e più che continuano a parlare della stessa cosa come se il problema dell italia fosse questo.

  3. Alex articolo okay grazie della tua chiarezza!spero che il presidente del consiglio non si dimentichi dell’intervento del 18 02 alla camera dei Deputati!!!!!!!!!

  4. mi piace la “sospensiva” ,che appunto vuol dire perdere altro tempo in modo da sostenere poi che siccome il tempo è poco occorre rinviare i bandi al 2023.
    Cioe’ sono decenni che si rinvia e noi cosa facciamo,diciamo che adesso non c’e tempo?
    Ma cos’e una gabbia di matti questa?????!!!!!!

  5. Alle associazioni di categoria piace tirar ancora la corda in danno ai balneari onesti,che vorrebbero partecipare a gare che valorizzino le loro competenze.

    Il caos che si sta ancora..ancora..ancora e ancora creando avvantaggi i disonesti che pretendono altre proroghe.

  6. Articolo impeccabile che oltre a mettere in evidenza la complessità del problema, suggerisce anche delle possibili soluzioni, un problema, sicuramente aggravato notevolmente dal precedente governo Draghi a maggioranza grillina, i quali, si sono mossi con enorme superficialità e incompetenza, forzando con “metodi” a dir poco discutibili, travolgendo logica e diritti sacrosanti, compromettendo nello stesso tempo, un intero settore estremamente strategico per la nostra Nazione, infischiandosene di 30.000 piccole imprese familiari italiane e tante altre aziende dell’ indotto, una “curiosa” e frettolosa forzatura, assolutamente inopportuna. A questo encomiabile articolo, mi permetterei aggiungere, che, il danno provocato da Draghi e dal cds, non è stato soltanto l’annullamento (nel 2021) della legge Centinaio (del 2018) che aveva già fatto protocollare i “contratti” al 2033, in quanto, la questione balneari, non è nata nel 2018 con la legge Centinaio, bensì, circa un secolo prima, con norme ITALIANE molto più garantiste, modificate in corso d’opera (ed è questo l’altro problema molto sottovalutato) “perché ce l’ha chiesto l’Europa”. Una Europa “grandiosa”, come si evince dai gravissimi fatti di questi giorni e non solo!

  7. Ma quali disonesti? Come ti permetti di offendere onesti lavoratori che hanno fatto sacrifici e buttando sangue per realizzare e realizzarsi. Prima di offendere lavati la bocca

  8. Buongiorno a tutti… è un po’ che non partecipo alla sagra degli sterili insulti. Devo dire che finalmente ho letto due articoli seri e sensati. Il primo quello del 7 dicembre dell’Avv. Berloco (finalmente un Avvocato che prende una posizione seria sui rischi e i pericoli di sostenere posizioni che piacciono ai balneari, ma che non hanno fondamento giuridico) e poi l’intervento redazionale del giorno successivo, che pur ammettendo che in redazione sarebbero più felici se non ci fossero le gare, fa però un bel bagno di realismo. Scrivo qui, in riferimento ad articoli già passati (di moda) e non in riferimento a quello di oggi perché non mi interessa confrontarmi con i vari Renzo e Elvo su teorie giuridiche balzane (oggi saranno già concentrati sul nuovo articolo a ribadire tesi inconciliabili con la giurisprudenza prevalente e con le norme vigenti), e nemmeno mi interessa discutere con i sostenitori del complottismo plutocratico e bolscevico (d’altronde ne ricaverei solo il titolo di “comunista”, “scansafatiche”, “servo di Soros”). Oggi scrivo per chi è interessato al tema.
    Intervengo, dunque, ad adiuvandum dei due articoli citati, e in particolare su tre temi:
    1) Art. 49 del CdN
    2) Legittimo affidamento a seguito della L. 145/2018
    3) Indennizzo per il concessionario uscente

    1) *Art. 49 CdN*
    L’art. 4 della L. 118/2022 prevede al comma 1 l’autorizzazione al Governo ad emanare entro il 27 febbraio 2023 (quando mancheranno solo 10 mesi alla fatidica scadenza) uno o più decreti legislativi “anche in deroga al Codice della Navigazione”. Quindi atti con forza di legge che possano modificare le previsioni del Codice della Navigazione.
    Intanto le modifiche al CdN, in caso di abrogazione dovranno essere “esplicite” come prevede il comma 3, mentre in caso di non abrogazione o mantenimento delle stesse, i Decreti dovranno prevedere delle norme di coordinamento. Il motivo di questa precisazione è dovuta al carattere “superspeciale” del Codice della Navigazione, cioè in caso di antinomia (norme in contrasto tra loro) prevale sempre la specialità del CdN, questo vale anche per il Regolamento al CdN che prevale sulle Leggi ordinarie. La conseguenza è che se mai il governo dovesse ipotizzare un’abrogazione dell’art. 49 lo dovrà fare entro il 27 febbraio e lo dovrà fare espressamente. In caso contrario, cioè se qualcuno pensasse di tirare a campare e lasciar passare il 27 febbraio, “così rimane tutto come prima e non si possono bandire le gare” prenderà una colossale cantonata. Infatti in tal caso alla scadenza del 31 dicembre 2023 tutti i beni presenti sul demanio passano di diritto allo Stato senza nessuna deroga o eccezione. In sostanza la miglior cosa che il Governo potrà fare è quella di emanare nel più breve tempo possibile i Decreti Legislativi e rispettare pedissequamente le indicazioni contenute nella L. 118/2022. Ogni scantonamento da essa espone i balneari a pericoli di perdita degli eventuali indennizzi.

    2) *Legittimo affidamento a seguito della L. 145/2018*
    Come ebbi modo di scrivere su una nota rivista rivolta agli operatori della P.A. nel 2019, i commi da 675 a 683 dell’art. 1 della Legge 145/2018 dovevano essere disapplicati per assoluta incompatibilità con il diritto eurounitario. Come più volte ribadito da fonti ben più autorevoli, l’affidamento dell’imprenditore deve essere fondato su considerazioni e informazioni di livello professionale e non basate sul mero buon senso dell’amministratore familiare. Sarebbe bastata una lettura delle pubblicazioni scevre da “piaggeria interessata” per capire che investire sulla base di quel provvedimento era paragonabile ad investire in bond argentini. Eppure alcuni operatori giuridici hanno continuato, e pervicacemente continuano, a sostenere tesi improbabili sperando che piccoli tribunali locali possano ribaltare realtà consolidate a livello continentale.
    Chi pagherà? Non certo gli operatori giuridici che hanno sostenuto in affollati meeting ciò che quella platea voleva sentire. Non pagheranno neanche i commentatori interessati (alle tessere) che hanno portato avanti battaglie e manifestazioni contando su adesioni oceaniche e dovendosi accontentare di pochi sostenitori con le sacche già pronte ad accogliere le pive. Nemmeno pagheranno esimi parlamentari pronti a proporre improbabili ricorsi alla Corte costituzionale o ad andare avanti nella strada del sacrificio financo a quello estremo, salvo alzare le mani in segno di resa quando il cane grosso dell’Europa faceva capire che c’era poco da scherzare.
    Chi pagherà dunque? Semplice gli sprovveduti concessionari.

    3) *Indennizzo per il concessionario uscente*
    É senz’altro la parte più controversa della L. 118/2022. La disposizione sembra non lasciare spazio a dubbi: i Decreti Legislativi dovranno prevedere la “definizione di criteri uniformi per la quantificazione dell’indennizzo da riconoscere al concessionario uscente, posto a carico del concessionario subentrante”. Sull’an non sembra esserci dubbio, sul quantum e sul quomodo dovranno pensarci i Decreti Legislativi.
    Messa così la norma è assolutamente fuori dall’alveo del Diritto Eurounitario. Infatti se il quantum sarà la somma del valore immobiliare, degli investimenti, del valore aziendale dell’impresa e dei beni materiali e immateriali, della professionalità acquisita da parte di imprese titolari di strutture turistico-ricettive che gestiscono concessioni demaniali, come richiamato dalla lettera c) del comma 2 dell’art. 4, allora non avrà sorte migliore dei citati commi della L. 145/2018. Se il quomodo sarà il pagamento cash del quantum (anche diverso da quello sopra stigmatizzato) al momento dell’accesso alla concessione, allora l’esito sarà ancora una volta nefasto.
    C’è un modo per indennizzare i concessionari senza creare un evidentissimo privilegio per i concessionari uscenti? In effetti sì. Infatti lo scopo deve essere quello di evitare che un soggetto subentrante possa avvantaggiarsi del lavoro altrui (che peraltro è quello di cui si lamentano i concessionari). Il modo è quello più semplice e lineare: cosa porta a determinare la necessità di un indennizzo? Un maggior valore della concessione rispetto ad altre simili, ma nelle quali non siano stati effettuati investimenti, nei quali l’attività sia stata trascurata, la clientela non sia stata fidelizzata e il valore aziendale depauperato. Il maggior valore aziendale si calcola (in genere) sul fatturato e se qualche furbetto si è “dimenticato” di fatturare ne pagherà le conseguenze, mentre chi si sarà comportato correttamente nei confronti degli altri consociati che hanno pagato le imposte, allora vedrà maturare un indennizzo per il suo lavoro. In che modo? non certo attraverso il versamento cash al momento del subentro, bensì con un maggior importo del canone concessorio che comprenda anche la quotaparte di denaro necessario a compensare l’indennizzo. In questo modo tutti i partecipanti partiranno con le stesse opportunità e sarà destinato a vincere il migliore e non il privilegiato. Il concessionario uscente, se risulterà vincitore, dovrà pagare lo stesso canone di una altro eventuale partecipante (al netto del rialzo) e dopo un certo periodo di tempo riceverà il suo indennizzo se, e soltanto se, non abbia vinto quella o un’altra gara. Niente esclude un diritto di prelazione che potrà essere riconosciuto al concessionario uscente, ma pagando il canone più alto offerto dagli altri partecipanti.

    • Pienamente d accordo , eccetto sul tema dell indennizzo che e’ stato oggetto di spwcifica sentenza della Corte di Giustizia Europea, a cui la riforma si deve attenere

    • Bentornato Mistral, i tuoi soliti sermoni non aiutano mimamente a risolvere il problema, semplicemente perché, partono e si concentrano, come sopra da te stesso sopra riportato, sul “diritto europeo”, assai comodo a dir poco, per tutti i 26 Stati membri tranne per l’Italia. Con la tua “ideologia”, tutto il mondo avrà il diritto di partecipare alle aste “patrocinate” dall’Europa, senza diritto di replica dell’Italia, con tutte le gravissime conseguenze del caso, più volte riportate su questo portale, noi italiani invece, a quali aste di quali Paesi potremo partecipare? Su dai, cerca di ragionare un pochino!

      • Nikolaus Suck says:

        Per esempio a quelle in Spagna, in Francia, o in Croazia, come già facciamo…hai idea di quanti italiani lavorano lì?

        • Menzogne:
          A) sai bene che in Spagna moltissime concessioni balneari scadranno tra 75 (settantacinque) anni, questa differenza renderebbe il turismo spagnolo molto più competitivo del nostro, grazie ai maggiori investimenti a lunghissima durata che potranno permettersi di fare.
          B) è assurdo pensare che, per quanto potrebbe essere vera la situazione in Francia, la stessa, si possa minimamente paragonare alla situazione italiana, che ha 8.000 (ottomila) km di coste balneabili, 30.000 “storiche” imprese a conduzione familiare, che rende (hanno reso) la peculiarità del turismo del nostro Paese, come più volte detto (non solo dal sottoscritto) UNICO AL MONDO.
          C) ammesso e non concesso che nei Paesi da te citati, sia come tu dici, gli Stati membri che metterebbero a disposizione le loro coste in Europa, sarebbero soltanto 3 (tre) contro i 24 (ventiquattro) che oltre a non avere una economia nazionale basata sul turismo balneare, molti, non hanno nemmeno il mare!

          • Nikolaus Suck says:

            A) In Spagna non esistono concessioni balneari. Solo licenze di servizi, aggiudicate tramite gara per pochi anni e vinte anche da italiani. Le (poche) concessioni individualmente prorogate fino a 75 anni sono di tipo diverso e riguardano immobili sorti come privati.
            B) Gli “8.000 (ottomila) km” (una volta erano 7.000, ma tant’è…) sono le coste totali, non tutte balneabili, né, tra quelli balneabili, tutte concedibili. La Francia secondo l’ultima ricerca di giugno 2022 del Institut national de l’information géographique et forestière (IGN) ha 17.659 chilometri totali di costa. Tra questi, oltre 5.400 km sono sabbiosi, oltre 1.300 km fangosi e ca. 2.300 km rocciosi.
            C) Tre paesi già non sono più “nessuno” come dicevi e non rendono l’Italia “unica al mondo” (se non per l’eccessivo sfruttamento), ma ce ne sono vari altri (compresi quelli con il turismo lacuale e fluviale che secondo voi andrebbe incluso).

            • Continui ad essere ridicolo,
              A) poco importa se gli stabilimenti balneari spagnoli, insistono su “concessioni” oppure con “licenze di servizi”, In ogni caso, non possiamo essere competitivi per i motivi già detti e ripetuti, con chi ha la possibilità di gestire con periodi a lunga scadenza, lo stesso tipo di attività.
              B) continuare a confrontare le coste e le attività balneari italiane con quelle francesi o di qualsiasi altro Stato membro, mi sembra davvero…. (Lascio a chi legge, trovare il vocabolo giusto!)
              C) l’Italia, avrà anche altri 2/3 competitori (Grecia, Spagna, Croazia) ma rimarrà l’unica al mondo, nella sua “peculiarità”. fino a quando rimarrà l’attuale sistema (per meglio dire, il sistema usato fino a quando non c’era questo grande caos da voi voluto) che ha portato 30.000 imprese ad “abbandonare”, evitando rischi, anche nei casi più necessari di ristrutturazioni e innovazioni.

      • Quando ci si allarga la bocca dicendo :”noi Italiani….” bisognerebbe rammentare che fra gli Italiani ci siamo anche e soprattutto noi, che non possiamo piú godere di un bene (in teoria pubblico) perché si trova in mani private.

        • È pur certo caro Andrea, che tu, a differenza nostra, non hai fatto assolutamente nulla, ancor meno hai messo un solo centesimo per avviare tutte quelle attività che vediamo sulle nostre coste, che tutti (non solo quelli come te) ci invidiano.

    • Grazie Mistral per il pacato intervento. Come mesi fa, non riesco ad essere in accordo con te sulle tematiche legate all’indennizzo.
      Premettendo di non essere parte in causa, dato che la mia azienda non è toccata dalla questione aste, vorrei esprimere una riflessione di natura economica prima che giuridica:
      Se io ho realizzato una azienda su suolo demaniale che (al netto della componente demaniale) vale 1000, e soprattutto se questa azienda la ho realizzata in pendenza di normative che mi spronavano ad investire esprimendomi la volontà del Paese a non mandarmi via malgrado la scadenza periodica del titolo concessorio, io mi aspetterei un indennizzo pari a 1000.
      Poco importa che io abbia speso tanto o poco: se io sono un figlio di papà che si è fatto realizzare un ciringuito dal cartier dei falegnami pagandolo mezzo milione di €, mentre il mio vicino se lo è realizzato da solo comprandosi il legname ed ha speso solo centomila €, a parità di fatturato, redditività, ecc. il valore è lo spesso. Altrimenti favoriremmo gli imprenditori più inefficienti, in barba a tutte le dottrine in tema di indici di efficienza aziendale, ed i malfattori (fatture false e sovrafatturazioni, tanto per andare di fantasia…).
      Dunque, stabilito in 1000 il mio indennizzo, Tu proponi che sia lo Stato a corrispondermelo, salvo poi recuperarlo dal nuovo concessionario tramite i canoni.
      Come concessionario uscente mi potrebbe anche andare bene (lo Stato è solvibile… so che i miei € non li perdo) ma da cittadino no! Perché?
      1. perché non avrei assolutamente voglia di drenare miliardi di liquidità dalle casse dello Stato nel 2023/2024 per vederli ritornare a rate nei 20/30 anni successivi
      2. perché questo meccanismo imporrà allo Stato di rilasciare titoli concessori a durata estremamente lunga: chi mastica un poco di finanza pubblica è chiaro che questa manovra che ipotizzi sarebbe ammissibile solo se a saldo zero, e cioè lo stato deve incassare di sovracanoni un importo complessivo durante la nuova concessione pari almeno all’indennizzo che paga al concessionario uscente. E chi pensa che il valore di una azienda sia pari al canone ritraibile moltiplicato per soli 5 o 7 anni è un sognatore o è in malafede. Nella locazione di immobili commerciali il canone si attesta normalmente sul 2-4% del valore del bene. Pensate che per uno stabilimento balneare vi sia chi offrirà il 15-20% del valore? E comunque, per tagliare la testa al toro, andiamo a valutare che misura di canone ottengono i Comuni dalle spiagge libere attrezzate, dove già vengono indetti i bandi.
      3. perché questo espone lo Stato, e quindi la collettività, ad un rischio improprio: se lo Stato ha corrisposto un milione di € al concessionario uscente, sulla base di una valutazione affidabile, ma io nuovo concessionario, che ho offerto 150.000€ di canone annuo, fallisco (magari perché una mareggiata mi ha raso al suolo l’azienda annientandola), allora io nuovo concessionario resterò senza il lavoro dei miei sogni, ma lo Stato il milione che ha sganciato da chi lo riprende con concessionario fallito ed azienda azzerata? rendetevi ben conto che gli attuali concessionari sono titolari di concessione per l’arenile e proprietari dell’azienda, e quindi cercano di salvaguardarla o a ricostruirla in caso di danni. Nel Tuo approccio, caro Mistral, l’azienda diventa dello Stato e Tu ben sai che in Italia troppo spesso ciò che è di tutti viene ritenuto di nessuno. Io non avrei voglia di sentire al telegiornale che una mareggiata anomala ha devastato, come nel 2018, la Liguria e pensare che quelle aziende erano (pro quota) mie ed ora le mie tasse saranno impiegate (pro quota) per ricostruirle. Non mi piace e, soprattutto, non reputo che il rischio d’impresa debba essere assunto dalla collettività. Deve pensarci l’imprenditore.
      Come spunto di riflessione, mi permetto di ricordare che sulle spiagge libere attrezzate, lo Stato tramite i Comuni, incassa non oltre il 50% dei canoni offerti in sede di bando: fra chi fallisce, chi non paga tanto è nullatenente, chi mette prestanomi, la casistica è tristemente ampia e varia. Ed il sistema degli stabilimenti balneari non ha bisogno di omologarsi alle SLA.
      4. perché, e questo è il motivo più importante, l’indennizzo che oggi il concessionario entrante deve dare a quello uscente non deve essere considerato un costo ma un investimento. Come Ti ho già illustrato, il sistema gira in modo virtuoso se chi oggi da un milione a me perché questo è il valore di ciò che ho realizzato, domani (alla scadenza della sua concessione) se lo avrà valorizzato ulteriormente lui dal nuovo subentrante potrà avere una buonuscita di un milione e duecentomila, mentre se lo ha fatto perdere di valore ne avrà solo ottocento mila o anche meno, fino a non avere nulla se avrà compiuto abusi tali da causargli la revoca della concessione. Caro Mistral, vuoi mettere tutti sullo stesso piano tramite l’intervento dello Stato? Studiamo un intervento straordinario tramite garanzie fideiussorie dello Stato che permettano a chi vuole fare impresa sul demanio di indebitarsi in banca per corrispondere la buonuscita, fornendo (sia ben chiaro) le adeguate controgaranzie.
      5. in ultimo, non comprendo perché non dovrei maturare il diritto alla buonuscita se mi aggiudico un’altra concessione… Nel canone che pago per la nuova concessione sarebbe ricompresa (nella tua visione) la buonuscita a chi la aveva prima di me. Quindi io perdo il mio indennizzo e lo pago comunque all’ex concessionario della mia nuova spiaggia? A pensarci bene non sta in piedi, anzi io la buonuscita dovrei ottenerla dallo Stato anche se mi confermo nella mia vecchia concessione, dato che il nuovo canone sarà maggiorato per permettere allo Stato di recuperare quanto mi spetta di buonuscita. Altrimenti col canone mi ricompro dallo Stato ciò che lo Stato non mi ha pagato! Saremo pure una categoria esecrabile, ma questo sistema punitivo mi sembra un cicinin eccessivo.

      Ti ringrazio comunque dello spunto di riflessione che hai proposto con la tua consueta pacatezza e competenza.

      • Buongiorno Nick, grazie per il tuo intervento attento e competente (a differenza di qualcun altro).
        Sul valore dell’azienda sono d’accordo con te, infatti ho scritto “Il maggior valore aziendale si calcola (in genere) sul fatturato e se qualche furbetto si è “dimenticato” di fatturare ne pagherà le conseguenze”, il che non si discosta molto dall’esempio che hai portato tu. Quanto alle sovrafatturazioni non credo sia il problema di queste imprese che, purtroppo e troppo spesso, “dimenticano” di fatturare o scontrinare i servizi erogati. Perciò se l’azienda fattura “poco”, vale poco, e poco sarà l’indennizzo.
        Per quanto riguarda l’esposizione dello Stato delinei una situazione per la quale le aziende balneari “falliscono” per una mareggiata e quindi nessuno paga più nulla. Ma questa non è la situazione ordinaria, perché se no i concessionari lascerebbero immediatamente le loro aziende al primo grullo francese o tedesco che gli offra 100.000€. Al contrario le concessioni vengono vendute a ben altre cifre e questo significa che lo scenario che tu descrivi non è esattamente quello reale.
        Le concessioni dovranno essere necessariamente lunghe se alto è il valore dell’indennizzo, ma l’80% delle concessioni fanno riferimento a opere di facile rimozione e perciò con valori di indennizzo nettamente inferiori e durate che possono essere di 6/12 anni come nelle locazioni immobiliari. Comunque se la durata della concessione è lunga ed è commisurata al valore dell’azienda non si presenta necessariamente come un problema, purché sia stata assegnata con l’evidenza pubblica.
        Il problema dell’insolvibilità del concessionario, l’esposizione dello Stato che paga la buonuscita e la concessione che passa allo Stato, non sono problemi così impattanti, perché una concessione avrà sempre un valore e lo Stato provvederà immediatamente a “cartolarizzare” quel valore lasciando ad altri soggetti l’onere di incassare (e lo faranno davvero) i canoni e i sovracanoni. D’altronde se il concessionario dovesse pagare cash, dovrebbe rivolgersi alle banche pagando interessi e commissioni con il rischio che piuttosto che un’ingiunzione fiscale per uno o più canoni non corrisposti si vedrebbe esposto ad una procedura fallimentare con pignoramento e messa all’asta dell’azienda. Forse è meglio essere inseguiti da una SpA statale che dalle banche.
        Quanto all’ultimo punto, cioè perché chi ottiene una nuova concessione non ha diritto alla buonuscita, il motivo è che il concessionario uscente, non è più “uscente” se ottiene una nuova concessione, in caso contrario dovrebbe ipotizzarsi che nel caso limite in cui vincesse la gara della sua precedente concessione dovrebbe ottenere la buonuscita senza essere uscito. La buonuscita dovrebbe essere una soluzione eccezionale per questo momento di transizione e non più prevista per i futuri passaggi di concessione, perché gli investimenti devono essere ammortizzati durante la vigenza della concessione e le concessioni non sono un titolo di credito da far circolare (come accade adesso), non a caso le concessioni di locali del patrimonio indisponibile o del demanio (ad esempio i mercati civici) non prevedono mai l’indennità di avviamento. La logica è diversa e diversa deve rimanere.
        Comunque la questione è particolarmente complessa e le soluzioni di dettaglio non possono essere certo affrontate in questa sede.

      • Le tue riserve….
        quindi se uno ha fatto un mutuo di un milione e mezzo di euro per comperare uno stabilimento, tu hai delle riserve a vederlo risarcito.
        Cosi… per la chiarezza

  9. Giuseppe Pintauro says:

    Io come ho sempre detto secondo dare il 2023 2024 2025 dare 3 anni e così si avrebbe più tempo per preparare i parametri per i bandi ma poi basta perché si deve tirare sto capo a terra io sono un concessionario ho un ormeggio barche e penso preparare i parametri e penso in 3 anni hai voglia di preparare. Poi basta lamenti sia da noi concessionari ke da altri perché nn se ne puo più. Però poi nn capisco perché tutta st applicazione dalla Europa contro l Italia è invece Spagna e Portogallo fanno i porci comodi.

  10. Prima valutazione:
    Le concessioni demaniali marittime da sempre sono state assegnate a tempo, con scadenza ” settennale” e con precisa indicazione che qualsiasi manufatto doveva essere sottoposto a preventiva
    autorizzazione da parte del concedente e sarebbe rimasto di completa proprietà del concedente alla scadenza della concessione. Quindi come si fa ad asserire che sono: “..legittimamente sorte nel tempo migliaia di imprese di proprietà privata..” ?? La realtà è che si sono forzatamente create situazioni che, conoscendo e contando sulle carenze della pubblica amministrazione, hanno puntato a crearsi alibi e compromessi per opporsi (come stanno facendo effettivamente ora) alle giuste richieste di rispetto delle leggi e riconsegna del bene avuto in concessione.
    Seconda questione:
    “..l’esclusione totale delle storiche concessioni balneari da qualsiasi forma di riassegnazione tramite gara pubblica..”. Cioè l’esatto contrario di quella che è la giusta ratio dell’obiettivo a cui si punta: far si che i beni pubblici rimangano sempre a disposizione dello Stato che, di volta in volta, li assegna a privati che li sfruttano “a tempo” e poi via via ad altri pretendenti.
    Terza questione:
    “..si potrebbero mettere a gara i molti chilometri di litorale libero ancora a disposizione..”. Bene, e poi ?? Anche le ulteriori concessioni diventerebbero “a vita” come le precedenti ?? E quando tutto il litorale diventerà di proprietà privata di “pochi fortunati” che facciamo, ci vendiamo anche il Colosseo, Pompei, Venezia, ecc ecc ?
    Ma vi rendete conto delle assurdità che state sostenendo ??

  11. Vincenzo papa says:

    Quella clausola che hai tirato fuori di far spazio più alle nuove impresa famigliari, non mi sembra una buona idea . Perché rimane il fatto che il novanta per cento ed già gestito da imprese famigliari! Quindi la togli a una per darle ad altri! No gare .

  12. Ma vogliamo parlare anche di chi ha le concessioni da una vita,ma da una vita non ha mai lavorato in quella concessione, non ha mai capito o saputo cosa significhi ristorazione o balneazione e servizi spiaggia, ha sempre dato in affidamento (naturalmente a pagamento, e non a poco prezzo) la propria concessione a ditte esterne che si sono occupati di tutto dalla a alla z, tutti i proprietari che stando a casa o sotto l’ombrellone in vacanza rischiando zero e incassando molte volte più di chi le gestisce realmente ,di chi paga,rischia e butta veramente il sudore per mandare avanti la baracca.
    Qui vorrei sapere cosa ne pensate

  13. Le concessioni demaniali furono date all’inizio della storia gratuitamente alle famiglie disgraziate!!! I poveracci, ubriaconi, disadattati, senza un lavoro per cercare di togliere quelle famiglie dalle difficoltà.
    Ricordatevi la partenza, non dimenticate il passato, non fate adesso i grandi imprenditori del turismo siete stati privilegiati per anni ma ………………..!!!!!!!!

  14. Credo che si debba smettere di creare false aspettetive. Sarebbe preferibile che si dessero indicazione su come prepararsi per le gare. Si tenga presente che se non saranno assegnate con gara le concessioni i detentori delle ex concessioni saranno degli abusivi ex art, 1161 cod. nav. con possibilità concreta del sequestro dell’attività, fatto questo che dovrebbe maggiormente preoccupare per chi prosegue l’attivita principalmente per quei risvolti dell’intuitu personae.

  15. C’è una soluzione che richiede 5 minuti.
    Andarsi a leggere la direttiva bolkenstein, scoprire che NON parla di gare ma solo di trasparenza e di rimborso da chi entra verso chi esce, (nessuna struttura milionaria gratis a chi viene scelto) e il gioco è fatto.

    Il punto è che i nemici non stanno a Bruxelles che non ha detto bao al rinnovo centenario in Spagna.
    Stanno in Italia e sono quelli che si sono inventati la palla delle gare e fanno il gioco delle tre carte.

    • Complimenti Ste962, condivido pienamente, sono stati soltanto gli italiani mandati a casa il 25 settembre, che sostenevano il governo Draghi, a STRUMENTALIZZARE LA BOLCKSTEIN (sostenuta comunque dall’UE per motivi di convenienza, complici Breton e Gentiloni), per raggiungere i loro MALSANI OBBIETTIVI. Bravo 👏

  16. Revisione e aggiornamento dei PUD da parte di tutti i Comuni costieri.
    Anagrafe degli attuali concessionari
    Regole chiare per evidenze pubbliche.
    Questo è il percorso.
    Per farlo bene, il tempo ora è poco, basta attenersi alla legge esistente che prevede la possibilità di spostare tutto al 31. 12. 24
    Ma poi bisogna farlo!!!!!

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