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Concessioni balneari, prime diffide: perché Meloni non può più rinviare

Il governo si è preso altri quattro mesi di tempo, ma i ricorsi contro le proroghe – già presentati in molte parti d'Italia – rischiano di far precipitare la situazione prima dell'estate

I tempi richiesti dal governo Meloni all’Ue per varare la riforma delle concessioni balneari sono inadatti ed eccessivi rispetto all’urgenza della questione. Sulle spiagge italiane è infatti già in corso una tempesta di diffide, ricorsi e contenziosi che potrebbe generare svariati problemi alle imprese del settore e all’indotto che vi ruota attorno. Con anche il rischio di sequestri giudiziari e conseguenti chiusure di alcuni stabilimenti balneari per la prossima stagione.

Perché il governo Meloni ha chiesto più tempo e cosa ha risposto l’Ue

Com’è noto, lo scorso novembre la Commissione europea ha inviato una lettera di parere motivato per minacciare l’Italia di una procedura di infrazione, se non avesse adeguato al diritto europeo la propria normativa sulle concessioni balneari. Palazzo Chigi ha risposto il 17 gennaio, giorno dell’ultimatum imposto dall’Ue, chiedendo altri quattro mesi di tempo per completare la mappatura delle coste italiane e mettere mano al riordino delle concessioni demaniali marittime. Inoltre, nella sua lettera, il governo Meloni rivendica la legittimità della proroga fino al 31 dicembre 2025, disposta dal decreto milleproroghe di febbraio 2023.

La Commissione europea non ha ancora esaminato nel dettaglio i contenuti della lettera, ma ha dimostrato un approccio morbido e comprensivo. Nel corso di un briefing con la stampa, come riportato dall’Ansa, una portavoce ha infatti dichiarato che «non esiste un termine legale entro il quale la Commissione può agire e passare alla fase successiva; quindi faremo un’analisi attenta, prendendoci il tempo necessario. Parallelamente stiamo cercando un dialogo con le autorità italiane per trovare una soluzione concordata compatibile con la legge europea». La posizione di ascolto tenuta da Bruxelles sembrerebbe rispecchiare quanto riferito da alcune ricostruzioni giornalistiche in merito all’alleanza fra la premier Giorgia Meloni e la presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen, in vista delle elezioni europee di giugno. Tuttavia, la vicenda delle concessioni balneari non può permettersi di aspettare la chiusura delle urne.

Diffide e ricorsi mettono in pericolo le concessioni balneari

In assenza di un intervento legislativo statale, sulle concessioni balneari stanno piovendo numerose diffide e ricorsi che rischiano di complicare ulteriormente una situazione già molto intricata. Secondo due sentenze del Consiglio di Stato pubblicate a novembre 2021, tutte le concessioni esistenti sono da considerarsi invalide e prive di effetti a partire dal 1° gennaio 2024. A novembre 2023 la Cassazione ha annullato solo una delle due sentenze del Consiglio di Stato per eccesso di giurisdizione; inoltre gli effetti di tale pronuncia erano stati recepiti dalla legge sulla concorrenza del governo Draghi, approvata ad agosto 2022 e tuttora in vigore, che ha fissato la scadenza delle concessioni il 31 dicembre 2023 e ha dato la possibilità ai Comuni di avvalersi di un’ulteriore proroga tecnica di un anno, in caso di “difficoltà oggettive” a espletare le gare pubbliche per riassegnare i titoli. Di questa possibilità si sono avvalsi quasi tutti i Comuni costieri, proprio perché mancano delle linee guida nazionali con cui effettuare le gare: il governo Meloni avrebbe dovuto approvarle con un decreto attuativo della legge sulla concorrenza, che però non ha mai varato. Al contrario, come detto, l’attuale esecutivo ha spostato la scadenza delle concessioni al 31 dicembre 2024 e la possibilità di proroga tecnica al 31 dicembre 2025.

Il problema è che il diritto europeo proibisce qualsiasi proroga sulle concessioni balneari: come ha stabilito la Corte di giustizia europea sia a luglio 2016 che ad aprile 2023, le proroghe sono infatti equiparabili a dei rinnovi automatici e generalizzati agli stessi titolari, e pertanto non sono legittime sulle concessioni di beni pubblici come quelle di spiaggia, che richiedono di essere periodicamente riassegnate attraverso delle procedure selettive. Sulla base di questo assunto, si stanno accumulando svariate iniziative da parte di alcuni gruppi di interesse che si pongono in contrasto con la continuità degli attuali concessionari balneari. L’iniziativa più capillare è quella dell’associazione “Mare libero“, che ha recapitato delle diffide formali a tutti i Comuni costieri che si sono avvalsi della proroga fino al 31 dicembre 2024, ma ci sono anche altre azioni più simboliche, come quella di un giornalista che ha fatto domanda per cinque stabilimenti balneari a Riccione, offrendo la cifra di un euro e sollecitando l’apertura dei bandi.

In sostanza, oggi chiunque può infilarsi nelle pieghe della confusione normativa sulle concessioni balneari per avviare ricorsi e generare contenziosi. Per esempio, potrebbero esserci dei competitor interessati ad accaparrarsi degli stabilimenti balneari nelle località più rinomate, attraverso aggressive iniziative legali. Davanti alle richieste formali come le diffide di “Mare libero”, le amministrazioni comunali sono obbligate a rispondere ed è probabile che la maggior parte di queste difenderà le proprie scelte, ma potrebbe anche accadere che qualche funzionario locale voglia evitare possibili ripercussioni legali e decida di ritirare la proroga in autotutela. O ancora, è possibile che gli autori delle diffide contestino le risposte dei Comuni e decidano di presentare ricorso in tribunale, o che qualche giudice particolarmente ligio disponga il sequestro delle concessioni ritenendole scadute.

Facciamo chiarezza: le ipotesi sopra tratteggiate non rappresentano degli auspici, bensì sono dei campanelli d’allarme che hanno lo scopo di sensibilizzare sulla gravità della situazione. Si tratta di scenari purtroppo realistici, poiché si basano su episodi già avvenuti con la precedente proroga al 2033 disposta dalla legge 145/2018: anche in quel caso, la norma aveva scatenato una pioggia di ricorsi, precipitati con le diffide dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato che avevano portato proprio alla sentenza del Consiglio di Stato contro la proroga al 2033, ritenuta l’ennesimo rinnovo automatico illegittimo. Senza dimenticare l’eclatante caso dei Bagni Liggia di Genova, fatti sequestrare da un giudice che riteneva invalida la concessione prorogata.

Vero è che le procedure della giustizia sono notoriamente lente, e pertanto è verosimile che nessun contenzioso riesca a essere avviato entro l’estate. Con la proroga al 2033 i tribunali hanno avuto tutto il tempo di decidere, mentre in questo caso, un anno non è sufficiente per permettere a un giudice di agire. Non sono però da escludere le decisioni cautelative che potrebbero arrivare in alcune località balneari, penalizzando alcuni concessionari a scapito di altri.

Ecco perché i quattro mesi chiesti dal governo Meloni rischiano di essere eccessivi e pericolosi. Il settore delle concessioni balneari non può permettersi un’altra stagione di ricorsi e contenziosi, che obbligherebbe i giudici a colmare il vuoto lasciato dalla politica. Inoltre, con la campagna elettorale in corso, c’è il rischio che la questione balneare venga cannibalizzata da dibattiti polarizzanti e promesse irrealizzabili – ma d’altronde, è forse anche per giocarsi questa carta che il governo Meloni ha deciso di trascinare la questione fino a giugno. Tuttavia, sul riordino del demanio marittimo serve una decisione immediata e seria, in modo da restituire certezze a un comparto da troppi anni in balia dell’irresponsabilità e dell’incapacità di decidere dimostrate dalla politica di ogni colore.

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Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle spiagge. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
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