Opinioni

Balneari, le due facce della medaglia nel rinvio alla Corte Ue

I quesiti sottoposti dal Tar Lecce entrano nel merito delle questioni più controverse della Bolkestein, ma il rischio è che la politica abbia l'ennesima scusa per prendere tempo

Il rinvio alla Corte di giustizia europea di una decisione sull’annosa vicenda delle concessioni demaniali marittime, deciso ieri dal Tar di Lecce, apre a molti possibili scenari per il futuro degli stabilimenti balneari italiani. E non tutti sono positivi. La Corte Ue si è infatti già espressa sulla vicenda a luglio 2016, e anche se allora i quesiti erano diversi, le scuse della politica rischiano di essere le medesime. La soluzione al caos normativo in corso sulle concessioni balneari va individuata in parlamento e non nelle aule dei tribunali; ma dal momento che i politici non riescono ad accordarsi per approvare una riforma, l’attesa della decisione di Strasburgo potrebbe essere colta al volo come alibi per perdere altro tempo. Il che sarebbe molto dannoso per il settore, che di tempo non ne ha più: gli investimenti sono bloccati e i fornitori sono in ginocchio, l’innovazione è inesistente mentre i competitor esteri crescono, e gli operatori balneari sono sfiniti dai lunghi anni di incertezza e dai dubbi sul loro futuro, che non consentono di lavorare con serenità. Per questo è fondamentale che la politica completi con responsabilità e in tempi rapidi la riforma, senza trovare scuse per prendersi altro tempo.

Il copione lo abbiamo già visto recitare proprio nel 2016, quando a occuparsi della riforma era il sottosegretario agli affari europei Sandro Gozi: ai tempi, il governo Renzi decise di aspettare l’esito della sentenza “Promoimpresa” che doveva pronunciarsi sulla validità della proroga al 2020, sostenendo che il giudice europeo avrebbe potuto stabilire dei principi fondamentali e imprescindibili per legiferare sulle concessioni, come in effetti è accaduto. Tuttavia, avere perso quei mesi (oltre al successivo cambio di governo che determinato ulteriori allungamenti) ha significato arrivare al termine della legislatura senza avere i tempi tecnici necessari per approvare un riordino complessivo del settore, a cui stavano lavorando i deputati Tiziano Arlotti e Sergio Pizzolante.

Quello che è successo negli anni seguenti è storia nota: a dicembre 2018 il primo governo Conte ha approvato un’ulteriore proroga al 2033 per darsi il tempo di lavorare a una riforma che non è mai stata portata a termine, a novembre 2021 il Consiglio di Stato ha cancellato tale proroga poiché in contrasto col diritto europeo, e a febbraio 2022 il governo Draghi ha approvato un emendamento al ddl concorrenza per applicare quanto stabilito da Palazzo Spada, introducendo le gare a partire dal 2023. Tuttavia la proposta di Draghi ha scatenato accese lotte interne alla maggioranza, tra chi sostiene le immediate evidenze pubbliche e chi invece sta tentando di far passare un ulteriore periodo transitorio fino al 2025, in modo da dare tempo alle amministrazioni comunali di espletare migliaia di complesse procedure. È proprio questo il pericolo rappresentato dal rinvio alla Corte di giustizia europea: come è emerso anche dalle indiscrezioni giornalistiche delle ultime ore, Partito democratico, Lega, Forza Italia e Movimento 5 stelle non hanno una linea comune sul riordino delle concessioni balneari, e qualsiasi decisione prenderanno sarà comunque impopolare, sia per l’opinione pubblica (che alimentata dalle campagne mediatiche, ha una pessima considerazione sulla categoria dei balneari e li riterrà dei privilegiati a prescindere), sia per gli imprenditori del settore (che in gran parte rivendicheranno le condizioni normative più favorevoli esistenti in passato, anche se oggi sono impossibili da reintrodurre). Per questo la politica, anziché prendersi la responsabilità di decidere, preferirà sempre rinviare la decisione a chi verrà dopo. E questo nonostante il tempo a disposizione sia sempre meno, poiché i termini perentori imposti dal Consiglio di Stato non ammettono ulteriori rinvii, a meno che la sentenza dell’adunanza plenaria non venga ribaltata: una speranza legata non solo al ricorso in Cassazione avviato dal Sib-Confcommercio, ma anche dal recentissimo rinvio alla Corte di giustizia europea – e qui arriviamo ad analizzarne i possibili effetti positivi.

Nella sua lucida, puntuale e precisa ordinanza, il presidente del Tar di Lecce Antonio Pasca ha redatto una ricostruzione giuridica sulla situazione delle concessioni balneari tanto competente quanto fuori dal coro, rispetto alla giurisprudenza più consolidata. Con tali argomentazioni, Pasca ha confutato molti passaggi della sentenza del Consiglio di Stato e ha elaborato nove formidabili quesiti che entrano nel merito delle questioni più controverse della questione balneare italiana. La Corte Ue sarà costretta a esprimersi sulla natura non-autoesecutiva della direttiva Bolkestein, sulla compatibilità dell’articolo 49 del Codice della navigazione con il diritto di proprietà, e persino sulla validità stessa del diritto europeo in relazione alle peculiarità delle spiagge italiane. Se con la pronuncia dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato si pensava che fosse stata scritta la pagina definitiva sull’annosa vicenda delle concessioni balneari, l’ordinanza del Tar Lecce ha riaperto i giochi e dall’esito di questa decisione potrebbero determinarsi enormi cambiamenti per il settore: la speranza è che questi siano positivi, ma il timore è che oltre a far perdere altro tempo alla politica, si arrivi a una sentenza inappellabile e davvero definitiva a ridosso della scadenza delle concessioni.

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Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
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