Ammaestrare i cavalloni contro l’erosione costiera

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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La decisione di difendere un tratto di litorale comporta spesso quella di sacrificarne uno adiacente, o perché interrompiamo il flusso di sedimenti che lo alimenta, o perché lui vive proprio grazie all’erosione che colpisce la nostra spiaggia. Però raramente questo viene detto. È quindi difficile proporre un intervento nel quale l’arretramento di un tratto di spiaggia sia proprio parte integrante dell’progetto. Ma andiamo per gradi.

Una costa rettilinea è in genere investita da un’energia del moto ondoso omogenea e così, se non sono presenti opere a mare, il flusso sedimentario non ha variazioni di intensità e la spiaggia si evolve in modo uniforme. Ma a noi interessa proprio che tutta la costa subisca la stessa evoluzione? Non potremmo privilegiare un tratto a spese di un altro? In definitiva, è ciò che facciamo quando realizziamo scogliere parallele e pennelli!

Ebbene, perché non deviare le onde verso zone meno pregiate per ridurre l’energia in quelle che ci interessano di più? Nell’esempio che facciamo, per motivi esclusivamente grafici, viene rappresentato un centro abitato, ma potrebbe benissimo essere un’area di particolare pregio ambientale o un sito archeologico.

Sappiamo che le onde, avvicinandosi a riva, subiscono la rifrazione, che è regolata dalla morfologia del fondale, elemento che noi possiamo modificare in modo da guidarle verso tratti dove possiamo accettare una maggiore energia… e non farle andare dove ci possono creare problemi. In pratica, ammaestriamo le onde da giovani, prima che diventino cavalloni, in modo che poi facciano quello che vogliamo noi.

Nella figura che segue vediamo, al centro, un dragaggio fatto in modo da creare una buca a forma di lente piano-convessa (divergente) proprio al largo della zona che vogliamo difendere. Questa, se disegnata correttamente, può modificare il pattern di rifrazione delle onde in modo da farle arrivare con minore intensità sulla nostra spiaggia, ma con intensità maggiore sui tratti laterali. La tecnica viene chiamata “(re)configuration dredging”, ossia dragaggio di riconfigurazione del fondale. Nel nostro caso, la sabbia dragata potrà essere refluita davanti al centro abitato, aumentando l’efficacia dell’intervento. E se la buca si riempie? Bene, avremo altra sabbia per il ripascimento!

Condizioni originarie (in alto), dragaggio riconfigurazionale e ripascimento (al centro), secca convergente (in basso).

Interventi di questo tipo, sebbene proposti, non sembra siano mai realizzati davanti a città o insediamenti turistici, mentre si hanno informazioni su dragaggi fatti al largo o per ridurre l’energia del moto ondoso all’imboccatura di porti e canali navigabili, o nelle parti più esterne delle darsene; ovviamente indirizzandola sul “giardino” del vicino! Al contrario, è certo che buche fatte per il prelievo di sedimenti troppo vicino a riva si sono rapidamente colmate a spese dei sedimenti della spiaggia, che ha subito una fase di erosione.

Come possono esserci delle lenti divergenti, così ve ne possono essere di convergenti, come la secca artificiale della figura in basso, anche se nessuno le farà mai, almeno intenzionalmente. E neppure si è sentito parlare di errori progettuali nella realizzazione di piattaforme-isola sommerse, ma certi sbagli, o forse è meglio chiamarli scherzi, la natura potrebbe averli fatti, andando a piazzare una secca nel punto meno opportuno (per noi) del litorale. Il basso fondale può essere roccioso, e imprimere una ben determinata forma alla linea di costa; ma anche mobile, come un banco di sabbia, e indurre una risposta effimera da parte della spiaggia. E poi, dopo quaranta “Granelli di sabbia” scritti senza neppure andare al mare, lasciatemi viaggiare almeno con la fantasia!

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