Innalzamento del mare, c’è solo una strategia sostenibile per difendersi

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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«Al diavolo la ritirata! Non ci stiamo ritirando, stiamo solo avanzando in un’altra direzione!». Sono le parole di un generale americano per giustificare una manovra ordinata durante la guerra in Corea, e riprese da Lesley Ewing la scorsa estate in un editoriale della rivista Shore & Beach, in cui affrontava il problema dell’arretramento strategico o pianificato per fare fronte all’innalzamento del livello del mare e all’erosione costiera.

Abbiamo analizzato il fenomeno dell’innalzamento del mare in un “granello di sabbia” precedente; ma quale può essere la soluzione a questo problema, che colpirà pesantemente le popolazioni che vivono lungo le coste? In genere si usa fare riferimento a tre strategie: difesa, adattamento e arretramento gestito.

La difesa, che è quello che è stato fatto fino a oggi, richiede la costruzione di strutture rigide che impediscano l’erosione del litorale e la sommersione delle aree costiere. È prevedibile che questa strategia verrà attuata dove vi sono importanti insediamenti urbani e i principali poli industriali, anche se avrà costi enormi sul lungo periodo. Le nostre scelte ricadranno pesantemente sulle generazioni future e, nel caso di fallimento, tutto quello che si è speso nel frattempo sarà stato sprecato.

Le strategie possibili in risposta all’innalzamento del livello del mare. Ovviamente può essere adottato anche un insieme di queste, in funzione delle differenti situazioni.

L’adattamento consiste nella modifica delle opere antropiche, in modo che la loro funzionalità non venga persa a seguito della risalita eustatica. Le abitazioni in prossimità del mare andranno rialzate, così pure le vie di comunicazione e tutte le strutture connesse ai nostri insediamenti (linee elettriche, condotte idriche, fognature, eccetera). In questo ambito possono rientrare anche i ripascimenti artificiali delle spiagge, ma il loro effetto diverrà sempre più effimero perché sempre più sabbia si trasferirà sui fondali antistanti (si tratta della “regola di Bruun”, che abbiamo spiegato in questo articolo).

L’arretramento gestito (o strategico) prevede una delocalizzazione di tutte le opere umane in aree che, nell’ambito degli scenari futuri, non verranno raggiunte dall’acqua. L’uomo, nella propria storia, ha già dovuto fare scelte simili, ma lo ha fatto sempre a seguito di eventi catastrofici e senza poterlo pianificare nei tempi e nei modi. Un villaggio in Colombia è stato spostato due volte nel corso del secolo passato: è evidente che almeno la prima volta non erano state fatte delle previsioni oculate! Più saggia è l’operazione in corso in Francia, dove, dopo dall’uragano Xynthia abbattutosi fra la Gironda e l’estuario della Loira il 28 febbraio 2010, che causò 47 morti e l’allagamento di 50.000 ettari di terreno, lo Stato si è fatto carico dei costi di demolizione e di ricostruzione in un’area più sicura di circa 800 abitazioni. Recentemente la stampa ha riportato l’accesa discussione che divide gli abitanti di Fairnbourne (Galles): chi è disposto ad arretrare contro chi “vuole morire nella propria casa”, magari annegato.

Per le aree rurali o con insediamento diffuso, gli studi dimostrano che sul lungo periodo l’arretramento è la strategia più sostenibile, dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. Ma l’attenzione di molti lettori di questa rivista sarà volta al futuro delle attività legate all’uso turistico-balneare della costa.

Laddove vi è lo spazio per arretrare, sarebbe saggio farlo alla prima occasione (purtroppo legata a qualche evento estremo), invece che investire capitali in lavori, la cui durata sarà certamente effimera, e guadagnando spazio lato mare almeno per un po’ di anni. Sappiamo però che molte strutture sono già state arretrate più volte e spesso sono arrivate alla strada litoranea o ad altre strutture. In altri casi sono compresse fra il mare e la proprietà di altri che ben si guardano dal vendere, nella speranza (speriamo che sia un’illusione) di poter costruire altre case sulla costa. In questi casi, se i Comuni avessero il coraggio di dichiarare una eterna inedificabilità delle aree (cosa che già in parte dovrebbe essere per legge), il valore dei terreni si abbasserebbe e molti potrebbero arretrare. Oltre a questo, saranno necessari aiuti diretti e indiretti, come per esempio la defiscalizzazione degli interventi e il permesso di ampliare la superficie coperta per chi decidesse di spostarsi all’interno. Non dimentichiamo comunque che i costi di costruzione (e di demolizione) sono minimi rispetto al valore delle strutture.

L’analisi di molti ricercatori ha portato a considerare il modello di gestione della costa di Varadero (Cuba) come uno dei migliori al mondo: è evidente che l’assenza di una proprietà privata abbia favorito tale operazione, che avviene comunque anche nelle strutture turistiche in cui vi è una partecipazione di operatori privati internazionali. Come tutta la costa di Cuba, quella di Varadero è attaccata pesantemente dall’erosione marina, indotta prevalentemente dagli uragani che sembrano arrivare sempre più frequenti e potenti, ma la tutela di questo litorale è considerata strategica per l’economia cubana. È per questo che, invece che costruire opere di difesa (non ce n’è una su tutta l’isola), si è puntato subito sul ripascimento artificiale delle spiagge (3,4 milioni di metri cubi da 1987 al 2012) e, successivamente, sullo spostamento dietro la duna di tutti gli alberghi e le altre strutture, lasciando un corridoio verde di almeno 40 metri. La duna, in molti punti ricostituita, costituisce oggi un filtro fra l’edificato e la spiaggia e si pone anche come barriera contro gli uragani. Nell’ultimo di questi, battezzato Irma, nei settori in cui era già stato effettuato l’arretramento, la duna ha difeso le strutture e la spiaggia si è subito ricostituita; dove invece vi era ancora la situazione originale i danni sono stati molto gravi.

Varadero (Cuba). Alberghi, residence e strutture per la ristorazione: tutto è stato spostato all’interno, lasciando libera la spiaggia, alla quale si accede con passerelle che scavalcando la duna.

Ma cosa potrebbe accadere se non facessimo nulla? Limitiamo le considerazioni alle località la cui economia è basata quasi esclusivamente sul turismo balneare: è evidente che questa non potrà essere cambiata costruendo un’acciaieria! Se non sarà stato pianificato un modo alternativo per vivere sulla costa, queste località saranno costrette a trasformazioni drammatiche. Il centro abitato dovrà essere circondato da alte dighe, ai piedi delle quali si potranno costruire delle spiagge rigide, in calcestruzzo eventualmente ricoperto da un tappeto sintetico più piacevole al tatto. Oppure torneremo a fare i “bagni di mare” stando su delle palafitte: si tratterebbe di un ritorno alle origini della balneazione, ma anche questo non potrà essere lasciato al caso!

Una provocazione di come potrebbe essere la spiaggia di Forte dei Marmi, che oggi non ha problemi di erosione, nel caso di innalzamento del livello del mare non accompagnato da una strategia di gestione di lungo termine: una diga di cemento che separa la città da una spiaggia sintetica. Immagine tratta dal libro “Spiagge senza spiaggia” di Nevio Danelon ed Enzo Pranzini (foto © Provincia di Livorno).

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  1. antonio trivisani says:

    Ottimo.Lungimiranza e cultura potranno contribuire alla salvaguardia e conservazione di territori di significativo valore naturalistico.Auguriamoci di essere in grado di vedere oltre la duna.

    • Enzo Pranzini says:

      Purtroppo siamo arrivati a questa situazione e, in molti casi, non è possibile tornare indietro; ma le difese costiere (e le scogliere soffolte sono forse le migliori) possono difenderci dalle mareggiate, ma non dall’innalzamento del livello del mare. Concordo che bisogna rallentare il fenomeno, ma bisogna anche usare questo tempo per prepararsi ai nuovi scenari, perchè rallentare non vuole dire fermarlo. Ci si preoccupa di quanti ombrelloni potremo mettere nella prossima stagione, ma non di quanti ne potranno mettere i nostri figli e nipoti. E di come vivranno tutti gli altri che ‘vivono all’ombra degli ombrelloni’; intendo le comunità costiere che senza il turismo estivo non potebbero sopravvivere. Bisogna guardare all’oggi, ma non dimenticare che arriverà anche il domani. Ed è bene discuterne. Grazie!

  2. Soluzione inapplicabile in buona parte della costa italiana, dove ci sono stabilimenti di regola sono zone antropizzate, con appena dietro viabilità ed edifici. L’unica ad oggi è rallentare il fenomeno, con scogliere emerse e soffolte.

  3. Convengo che con le scogliere non risolveremo il problema, mi permetto di dire che forse cambierà il concetto stesso di turismo balneare. Sugli ombrelloni quest’anno, colgo nuovamente l’occasione per dissentire radicalmente da tanti colleghi, presi dalla smania di aprire gli stabilimenti quanto prima. Senza una CHIARA normativa su base nazionale in tema di distanza, di sanificazione, di responsabilità civile e penale verso personale e clienti (anche sulla scorta delle inquietanti disposizioni dell’inail), senza disposizioni certe sulle distanze tra gli ombreggi, sulla apertura alle attività ludiche come campi sport e giochi per bambini, senza indicazioni sulla distanza dei tavoli dei ristori interni, ma come si fa a programmare una stagione? Con quale criterio imprenditoriale dovrei pagare 9.000 euro di canone, spendere 5.000 euro di ordinaria manutenzione, pagare 8.000 euro di spazzatura , fare i contratti alla coop bagnini e alla coop animatori, assumere 14 persone, rifornire frigo, dispensa e bar, per fare cosa, ? Piazzare 100 ombrelloni e 12 tavoli ristorante? Scherziamo?!!!

    • Enzo Pranzini says:

      Penso anch’io che cambierà il modo con il quale molti andranno al mare (almeno per molti anni) e forse può essere l’occasione per ripensare a cosa e come offrire.
      Purtroppo è in spagnolo, ma un contributo alla discussione (che qui è ferna a mascherine, droni, plexiglas, ..) può venire da un libro on-line appena redatto da chi si occupa di gestione delle spiagge in America latina. E’ ovviamente un contesto assai diverso, ma vi sono spunti interessanti. Mondo balneare ne sta per pubblicare una presentazione e il link per trovarlo.

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