L’importanza della Posidonia spiaggiata e la nuova legge in arrivo per tutelarla

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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posidonia
Quartu Sant’Elena (Cagliari): la Posidonia oceanica spiaggiata difende, per quanto può (!), dall’erosione costiera.

Una volta rubai 10 kg di foglie spiaggiate di Posidonia oceanica in una baia dell’Isola d’Elba e il mio complice era il sindaco del paese vicino (dico “rubai” perché neppure il primo cittadino aveva l’autorizzazione per prenderle, anche se facevano parte di un cumulo che sarebbe finito in discarica). Poi le portai in laboratorio e separai la materia organica dalla sabbia: mi trovai con 9 kg di sabbia che non ebbi il coraggio di riportare su quella spiaggia. Non so esattamente quali reati io abbia commesso, ma so per certo di avere preso qualcosa che era un rifiuto, e che come tale doveva essere conferito in una discarica autorizzata, e invece ho portato a casa della sabbia demaniale: rimettendola sul posto, farei un ripascimento artificiale senza autorizzazione.

Gli aspetti legali del problema non sono di mia competenza (e spero che non lo diventino dopo questa auto-denuncia!), ma la questione della posidonia spiaggiata va avanti da decenni, senza che il legislatore abbia trovato una soluzione logica, pratica ed efficace per evitare che milioni di metri cubi di materia organica e sabbia finiscano nelle discariche. Ora c’è un disegno di legge in discussione al Senato, intitolato “Misure per la tutela dell’ecosistema marino e della gestione integrata e sostenibile delle zone costiere” e con la prima firma di Virginia La Mura (M5S), che affronta in modo serio anche questo problema e che speriamo aiuti a risolverlo una volta per tutte, almeno dal punto di vista normativo. Ecco un estratto dell’articolo 1 del disegno di legge in questione:

DDL S. 1101 – Misure per la tutela dell’ecosistema marino e della gestione integrata e sostenibile delle zone costiere
Art. 1 (Finalità)
La presente legge persegue le seguenti finalità:
a) conservare la biodiversità marina e promuovere il risanamento degli ecosistemi marini attraverso un approccio ecosistemico rispettoso dei cicli biologici naturali;
b) promuovere l’attuazione di un approccio di gestione integrata delle zone costiere quale processo dinamico per la gestione e l’uso sostenibile delle zone costiere, che tiene conto della fragilità degli ecosistemi e dei paesaggi costieri, della diversità delle attività e degli utilizzi, delle loro interazioni, della vocazione marittima di alcuni di essi e del loro impatto sulle componenti marine e terrestri;
c) diffondere le buone pratiche di gestione delle biomasse vegetali spiaggiate;
d) sensibilizzare l’opinione pubblica e gli operatori della pesca e del turismo balneare sulla salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi marini.

Mentre possono esistere dubbi su cosa sia un’alga, perché la sistematica è in continua evoluzione, quello che sappiamo per certo è che la Posidonia oceanica non lo è. È infatti una Fanerogama, cioè una pianta che produce fiori e semi, e per questo un tempo si diceva una “pianta superiore” (razzismo botanico!).

Oltre ad avere questa caratteristica, la posidonia ha radici, fusto e foglie. Le foglie verdi fanno la sintesi clorofilliana, ma invecchiando diventano marroni e perdono questa capacità; così in inverno la pianta le lascia cadere e ne produce di nuove al centro. Le foglie vecchie, ma anche quelle più giovani se strappate da una bella mareggiata, possono venire spiaggiate e accumularsi in banchi che raggiungono anche qualche metro di spessore, le banquettes, e… inglobare i granelli di sabbia. Ecco perché ce ne occupiamo in questa rubrica!

Ma guardiamo prima come si presentano in mare, perché anche lì interagiscono con la dinamica delle spiagge. Il fusto, che in realtà è un rizoma sepolto nella sabbia, si accresce sia orizzontalmente, determinando l’espansione areale della prateria, sia verticalmente, compensando la sedimentazione che avviene sul fondale anche grazie alla presenza di questa pianta. Ricordate le dune che crescono perché la vegetazione, in particolare l’Ammofila arenaria, “pettina” il vento e fa cadere i granelli? Con la Posidonia avviene qualcosa di simile ma sott’acqua, e questo limita la dispersione dei sedimenti verso il largo: insomma, ci fa un bel servizio!

I rizomi hanno delle radici che li ancorano al substrato, mentre le foglie nastriformi si sviluppano in verticale e si allungano anche per più di un metro. La crescita di livelli successivi determina la formazione di una fitta rete di radici, rizomi e resti di foglie che forma una matte, che può raggiungere anche lo spessore di alcuni metri. Si tratta di un reef naturale sul quale frangono le onde e che, quindi, difende la costa dall’erosione; e questo avviene anche nel caso in cui la Posidonia sia morta.

Non solo: questa pianta produce anche una buona parte dei sedimenti che troviamo a riva, poiché ospitando una grande quantità e varietà di organismi marini, si trasforma in una fabbrica di gusci e scheletri calcarei che vanno ad alimentare le nostre spiagge. Fummo molto sorpresi alla spiaggia della Pelosa (Stintino) quando scoprimmo che la sua sabbia bianca non era tutta fatta di granuli di quarzo, come ci aspettavamo in quella parte granitica della Sardegna, ma che oltre il 70% era costituito da frammenti carbonatici prodotti dall’antistante prateria di Posidonia. Si capisce perché questa pianta, endemica del Mediterraneo, sia tutelata dalla direttiva Habitat 1992/43/CEE, dalla Convenzione di Berna e da quella di Barcellona.

Anche le banquettes che si formano a riva proteggono la spiaggia dall’erosione e talvolta assumono delle forme che riproducono, in miniatura, le coste rocciose, con piccoli golfi, promontori e isole distaccate. E vi si possono formare anche dei piccoli blowholes (sfiatatoi), quei buchi nelle rocce in vicinanza del mare da cui a ogni onda esce un getto d’acqua (ne parleremo in un prossimo articolo di “Granelli di sabbia“).

Quella in primo piano sembra una costa rocciosa, con promontori, golfi e isole, ma in realtà è una banquette di Posidonia oceanica (Le Saline, Sardegna).

Un altro regalo che ci fanno le praterie di Posidonia sono quelle bellissime palline formate dai filamenti vegetali che si accrescono rotolando in avanti e in dietro al passare delle onde. Si chiamano “egagropoli” (sembra che la scienza ce la metta tutta per inventare parole difficili!), un nome che deriva da quello dei grumi di peli che si formano nell’intestino degli animali che si leccano il manto. Per me sono le palline che si usavano per correre sulle piste che tracciavamo sulla spiaggia trascinando qualcuno per le gambe; la bravura non stava solo nel dare il “biscotto” giusto per farle correre più lontano, bensì nello sceglierle e nell’indurirle rotolandole fra le mani (bei tempi, quando non c’erano quelle di plastica!).

Si, le “alghe” spiaggiate dopo un po’ puzzano, e in mare si può avere una poltiglia galleggiante con le foglie morte che si attaccano al corpo quando nuotiamo: ammetto che non sia piacevole. E neppure ci può consolare il fatto che cose simili avvengono anche fuori dal Mediterraneo, come nel Golfo del Messico, dove il Sargasso (che puzza di uovo marcio!), forse a causa del cambiamento climatico sta mettendo in crisi l’industria turistica di molte località dei Caraibi e dello Yucatan in particolare, dove si hanno fasce di alghe galleggianti (queste sono veramente alghe!) larghe anche più di 100 metri.

Torniamo al nostro “piccolo” problema: la Posidonia spiaggiata puzza ed è fastidiosa, ma l’idea di spazzare le foglie dai boschi in autunno non mi piace, e non vedo una grande differenza con il rimuovere dalle spiagge quelle di Posidonia. Ma un compromesso va trovato! È evidente che nelle spiagge in ambienti non antropizzati dovrebbero essere lasciate dove sono, anche perché talvolta sono il vento e il mare stessi che le rispingono al largo, in un ciclo naturale, e non portando via la sabbia che è inglobata nelle banquette. Alcune opere a mare (porti e difese costiere) possono favorire lo spiaggiamento e talvolta ostacolare questa naturale dispersione. Se si tratta di strutture private, chi dovrebbe pagare i costi della rimozione?

posidonia spiaggiata
Posidonia spiaggiata: alcune opere a mare ne favoriscono l’accumulo e ne ostacolano il successivo naturale allontanamento (San Vincenzo, Toscana)

Dove vi è lo spazio, le foglie di Posidonia possono essere accantonate all’inizio dell’estate, con opportune cautele, e rimesse sulla spiaggia in autunno. In alcuni posti sono state raccolte all’interno della spiaggia in cumuli a forma di duna nella speranza che ne nascesse una vera; oppure messi sul lato mare della duna esistente per rafforzarla, ma con il rischio di seppellire la vegetazione presente.

Litorale livornese: Posidonia spiaggiata posta sul margine della duna con palizzata di contenimento.

La loro immissione in buche scavate sulla spiaggia è una soluzione effimera seppure praticata, perché il corpo della spiaggia si saturerebbe di “alghe” dopo pochi interventi, dato che la loro vita media sembra essere di 150 anni.

Non sappiamo quali metodi alla fine ci consentirà la legge in discussione, ma una soluzione potrebbe essere quella di caricarle su di una chiatta con sul fondo una rete metallica e lavarle vicino a riva, entro la profondità di chiusura, in modo che la sabbia che trattengono possa depositarsi in un punto del profilo dal quale possa tornare a riva, o comunque innalzare il fondale. Poi il tutto potrebbe venire scaricato al largo, nel luogo più opportuno. Ovviamente ogni materiale non naturale, come plastica e altro, dovrebbe essere preliminarmente tolto.

Qualsiasi utilizzo della Posidonia spiaggiata implica l’eliminazione di quanto non naturale vi sia presente (Arcipelago delle Kerkenna, Tunisia).

Ma c’è anche la possibilità di una loro utilizzazione in agricoltura come concime o come substrato nella coltivazione senza suolo. Nell’edilizia la Posidonia è stata usata come isolante termico nei tetti e nei muri, ma anche come isolante acustico; mentre l’Enea ha progettato dei contenitori morbidi pieni di foglie spiaggiate da usare come cuscini o anche materassi da stendere sulle rocce e prendere il sole! Inoltre, con l’estratto di Posidonia si fanno creme per il corpo e perfino profumi (ma non puzzava?). E queste sono solo alcune delle utilizzazioni della Posidonia spiaggiata, se proprio la vogliamo rimuovere, e speriamo che la nuova legge ne consenta un ancora più vasto impiego.

Chi volesse un bel poster che spiega cosa è la Posidonia oceanica e quanti servizi ecosistemici svolge, magari per appenderselo in casa o nel proprio stabilimento balneare, può scaricarlo dal sito dell’Ispra.

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  1. Non sono un laureato in materia, ma ho 20 anni d’esperienza nel campo della pulizia e manutenzione delle spiagge. Da quello che ho potuto costatare in tutti questi anni e che il 95% della posidonia che si accumula sulle coste (io parlo del salento) e piena di spazzatura ,quindi accumulare la posidonia non mi sembra la giusta soluzione .Si potrebbe lavorare quindi separare con impianti appositi ,recuperare la sabbia e riutilizzarla la dove c’è ne bisogno . Visto che dai cumuli di posidonia opportunamente trattati si recupera tutto, ma proprio tutto, e non va buttato nulla.

  2. Andrea Bontempi says:

    Nella zona di Marina di Massa, da alcuni anni, si assiste al fenomeno del cosiddetto “Lavarone”, lo spiaggiamento di materiale vegetale nel quale sono presenti assieme alla posidonia scarti vegetali derivanti dalla pulizia dei corsi d’acqua. Il materiale è molto minuto perché le praterie di Posidonia sono molto lontane e pieno di plastica. Le opere di protezione dall’erosione trattengono questo materiale all’interno delle scogliere e ne impediscono la fuoriuscita. Inoltre poiché le scogliere riducono anche l’energia delle onde solo una parte viene spiaggiata mentre il resto rimane in sospensione e si deposita sul fondo solo con mare perfettamente calmo. Salvo poi spiaggiare in piccole quantità per lunghi periodi. In alcune “vasche” per tutta la stagione balneare.

  3. Enzo Pranzini says:

    Andrea, questo è un altro motivo per il quale bisognerebbe ridurre le difese parallele emerse; e tutte le difese in genere. Purtroppo chi studia la ‘marine litter’ (più elegante di sporcizia in mare!) non si occupa di opere di difesa e poco sappiamo su quanta ne raccolgano. Ci vorrebbe un bel progetto per confrontare quante ce n’è in tratti liberi e in tratti difesi.

  4. Bisogna trovare una soluzione
    e al più presto, in molte località marine, (spesso del sud), l’unica fonte di reddito e oramai il turismo e quindi la spiaggia, che spesso è ricoperta da posidonia maleodorante.
    Chiaro e normale che i turisti scappino e di sicuro non faranno un una bella pubblicità,
    (peggiorando la situazione).
    Bisogna trovare una soluzione che preveda che le spiagge vengano pulite a inizio stagione estiva, portatele dove volete , corsevatele e a fine stagione che si rimettano in spiaggia,
    Portatele a largo ,
    FATENE QUELLO CHE VOLETE , MA …!!
    fare in modo che non si affondi,
    il turismo che è l’unica cosa che ci dà vivere , tutelate anche le persone, i nostri figli, e le famiglie, e non solo la Poseidonia.
    (le fabbriche sono già scappate, non fate scappare anche i turisti).

    • Enzo Pranzini says:

      Il GNRAC organizzerà un incontro telematico , o forse due, sull’argomento, come quelli che facciamo ogni mese (ogni anno con il lock down). Presenteremo l’esperienza fatta da due amministrazioni comunali e avremo qualcuno che darà un quadro generale sulle normative. Poi il dibattito aperto atutti. Mondo Balneare ne darà notizia per tempo per consentire agli interessati di partecipare e portare le proprie idee.

  5. In Adriatico la poseidonea viene distrutta dalla pesca esercitata dalle vongolare. Parlare di impoverimento della risorsa ittica per la normale pesca con le reti e poi consentire l’opera distruttrice della poisedonia da parte delle vongolare è completamente un controsenso. In Adriatico la poseidonea è la culla e protezione del Novellara di pesce. Manca la risorsa ittica perché non c’è più la poseidenea. Togliere le vongolare, così aggressive con quelle pompe potentissime e distruttive sarebbe un primo passo anche per risolvere in parte l’erosione costiera. La difesa costiera con le barriere emerse parallele è indispensabile anche in considerazione dei cambiamenti climatici in atto.

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