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Spiaggia sequestrata in nome della Bolkestein, altri 10mila balneari a rischio

Sigilli ai Bagni Liggia dopo che un giudice ritiene la concessione scaduta da dieci anni. Gli appelli di politica e associazioni.

Il sequestro dei Bagni Liggia di Genova  (nella foto) diventa un caso nazionale e fa partire molti appelli da politica e associazioni affinché si vari una riforma generale delle concessioni balneari che eviti il ripetersi di situazioni analoghe.

Lo stabilimento balneare è stato sequestrato lo scorso mercoledì mattina dalla Capitaneria di porto, dopo che il tribunale di Genova, accogliendo la tesi del pubblico ministero Walter Cotugno, ha ritenuto che la sua concessione fosse scaduta dal 2009 senza tenere conto delle successive proroghe poiché reputate in contrasto con la direttiva europea Bolkestein (leggi il nostro articolo che ricostruisce tutta la vicenda). Un ragionamento molto grave non solo per il singolo caso di un’azienda turistica che viene fatta chiudere in piena stagione, ma anche perché se tutti i giudici seguissero la stessa interpretazione di Cotugno, potrebbero far chiudere migliaia di stabilimenti balneari italiani. 

Ma il titolare dei Bagni Liggia, Claudio Galli, non ci sta: «Presenterò subito un ricorso in Cassazione e un esposto alla Procura – annuncia a Mondo Balneare – per dire che esistono oltre diecimila concessioni in Italia che sono nella mia situazione. Intanto però dovrò restituire i soldi ai clienti, ma non ho intenzione di licenziare i miei otto dipendenti e nemmeno il bagnino»

Del caso si è interessato direttamente il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, che ha preso le difese dello stabilimento: «Le imprese balneari creano lavoro e tutelano le spiagge: non possiamo abbandonarle», ha detto il governatore in una nota. «Il sequestro dei Bagni Liggia in piena stagione estiva è uno schiaffo a tutti gli imprenditori balneari. Il problema della concessione avrebbe potuto essere gestito in modo diverso, senza mettere a rischio posti di lavoro, in un settore che ha già molto sofferto a seguito delle mareggiate dell’autunno scorso. Noi siamo dalla parte della legge, ma difendiamo con forza i balneari perché nella situazione dei Bagni Liggia ci sono potenzialmente circa diecimila stabilimenti. Per questo abbiamo chiesto un incontro al ministro del turismo Gian Marco Centinaio affinché intervenga al più presto per fare chiarezza sulle concessioni, come noi abbiamo provato a fare in Liguria con due disegni di legge che valorizzavano le imprese balneari liguri con precise garanzie sulla durata delle concessioni demaniali marittime».

Sulla vicenda interviene nuovamente anche Antonio Capacchione, presidente del Sindacato italiano balneari – Confcommercio, che già lo scorso lunedì aveva condannato il sequestro dei Bagni Liggia (vedi articolo). In un’intervista rilasciata all’Adnkronos, Capacchione denuncia che «i ritardi delle istituzioni aprono spazi a una supplenza giudiziaria che rischia di danneggiare il paese. Da anni si attende una riforma della disciplina delle concessioni demaniali marittime che metta in sicurezza questo importante settore dell’economia nazionale, precarizzato da un’errata interpretazione della direttiva europea Bolkestein. Il parlamento, con una decisione unanime nell’ultima legge di stabilità, ha individuato un percorso di riforma estendendo la durata delle concessioni vigenti di quindici anni. Questa norma non è stata impugnata dall’Unione europea e, finora, non è stata disapplicata da alcun giudice italiano. Pertanto appare sconcertante, anche alla luce di siffatte circostanze, quanto accaduto a Genova con l’insistenza della procura di quel tribunale a chiedere il sequestro preventivo, tra l’altro non obbligatorio e ripetutamente rigettato dai giudici, di una parte della concessione dei Bagni Liggia».

«La materia delle concessioni demaniali, e le relative controversie su durata, cause estintive o modificative, sono di competenza dei giudici specializzati amministrativi (Tar e Consiglio di Stato) – precisa Capacchione – mentre la decisione sul sequestro è stata adottata da un giudice penale per la presunta violazione di una norma del Codice della navigazione, l’art. 1161, che prevede una contravvenzione che ha conservato, probabilmente per una svista del legislatore dell’epoca (legge 689 del 29 novembre 1981), la rilevanza penale ancorché estinguibile con il pagamento di alcune centinaia di euro a titolo di oblazione. È bene sottolineare che tutti gli illeciti di quella parte del Codice della navigazione sono stati depenalizzati. Pertanto riteniamo che le istituzioni debbano valutare se conservare la rilevanza penale di questa contravvenzione o invece – come riteniamo noi – trasformarla in illecito amministrativo, anche al fine di evitare un contrasto di orientamento fra giurisdizioni foriero di incertezza e sconcerto».

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