Opinioni

Spiagge, la partita è ancora aperta (e le gare non saranno per tutti)

La sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la proroga delle concessioni balneari al 2033 non è l'ultimo capitolo della vicenda, che è molto più complessa di come la raccontano i media generalisti

Da dieci giorni non si parla d’altro: dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la proroga al 2033 delle concessioni balneari e imposto al governo di riassegnarle tramite gare pubbliche entro il 31 dicembre 2023, giornali e tv stanno dedicando molto spazio alla questione (diffondendo troppe fake news che hanno già provocato alcune diffide, ma su questo torneremo in un prossimo articolo). Stampa e opinione pubblica stanno dando per scontato che il 1° gennaio 2024 tutti gli stabilimenti balneari d’Italia saranno in mano a nuovi proprietari, ma in realtà non è affatto così.

Innanzitutto, le generalizzazioni mediatiche non tengono conto che le concessioni demaniali marittime hanno degli storici molto diversi di località in località, e proprio per questo le gare non riguarderanno tutti i titoli esistenti. Sui circa diecimila stabilimenti balneari italiani, possiamo stimare che almeno il 30% non potrà essere riassegnato tramite gara entro i prossimi due anni, per i motivi più svariati: ci sono le spiagge concesse dopo il 2010 (cioè in seguito all’abrogazione del rinnovo automatico) già tramite evidenza pubblica e con una durata predeterminata; ci sono le imprese situate su suolo privato (solo tra Rimini e i lidi ferraresi ce ne sono alcune decine, che quindi non potranno mai essere messe a bando); ci sono le concessioni passate nel tempo dallo Stato al Comune (per esempio a Misano Adriatico, dove nel 2002 l’amministrazione ha garantito il diritto di superficie agli attuali concessionari fino al 2026); e ci sono infine i circa quattrocento balneari toscani che, sfruttando la legge regionale 31/2016, hanno praticato il cosiddetto “atto formale”: in sostanza si è trattato di ottenere una nuova concessione fino al 2036 passando già attraverso un’evidenza pubblica. Gli imprenditori che rientrano in queste e altre simili casistiche potrebbero essere fra i duemila e i tremila e potranno continuare a gestire le loro aziende e a fare i loro investimenti senza avere nulla da temere, a beneficio anche dei fornitori del settore che sono le prime vittime di questo momento drammatico e che almeno avranno un po’ di respiro.

Ma anche per tutti gli altri balneari, la partita è ancora aperta: il diktat del Consiglio di Stato che ha imposto di riassegnare le concessioni entro il 31 dicembre 2023 sembra infatti avere invaso il potere legislativo (come ha evidenziato una puntuale analisi del professore di diritto costituzionale Vincenzo Tondi Della Mura) e i ricorsi in Cassazione e alla Corte europea dei diritti dell’uomo, annunciati dall’associazione di categoria Sib-Confcommercio, potrebbero modificare alcuni aspetti della sentenza. La discordanza evidenziata dai balneari è che il Consiglio di Stato ha bocciato l’estensione delle concessioni al 2033 in quanto proroga automatica e generalizzata, per poi istituirne un’altra altrettanto automatica e generalizzata fino al 2023, e come gli organi superiori di giustizia valuteranno questa apparente contraddizione resta ancora tutto da vedere. E se ciononostante questo termine del 2023 dovesse restare comunque in piedi (come forse spera il governo Draghi, che già lo scorso settembre voleva istituire le gare immediate), viene davvero difficile credere che tale breve finestra temporale sia sufficiente per legiferare su una materia così complessa. La politica, che finora non è stata in grado di fare nulla di concreto per il settore, dovrà infatti approvare una riforma che metta d’accordo le varie parti in campo, e sarà molto difficile trovare un compromesso fra i partiti di maggioranza, che su questo tema hanno posizioni molto diverse tra loro, nonché fra associazioni di categoria, opinione pubblica, pseudo-ambientalisti e vari comitati per le “spiagge libere” (ma poi questi ultimi sono davvero convinti che con le gare le spiagge saranno “liberate” anziché date semplicemente in gestione ad altri soggetti, magari persino peggiori?). Anche ipotizzando utopisticamente che i tavoli di mediazione, la scrittura della riforma e l’approvazione in parlamento richiedano in tutto un anno e mezzo, saremmo già a giugno 2023; e non dobbiamo dimenticare che le concessioni demaniali marittime hanno nature molto diversa di località in località e per questo sono di competenza degli enti locali, perciò la riforma dovrà solo istituire delle linee guida generali in modo da lasciare delle maglie abbastanza larghe per permettere a Regioni e Comuni di declinare i criteri delle evidenze pubbliche nelle diverse specificità territoriali. Rimarrebbero dunque appena sei mesi di tempo da lasciare alle Regioni per i loro recepimenti e ai Comuni per istituire migliaia di procedure di gara, con funzionari spesso inadeguati per numero e per competenze. Insomma, lo scenario delle gare entro il 31 dicembre 2023 in un paese come l’Italia è a dir poco irrealistico, senza nemmeno prendere in considerazione le centinaia di ricorsi che saranno attivati in seguito ai bandi, come puntualmente avviene quando si parla di concessioni demaniali marittime.

L’estensione fino al 31 dicembre 2033 era stata istituita dalla legge 145/2018 come orizzonte temporale ragionevole, secondo il governo di allora, per lavorare su una riforma del settore molto complicata da redigere. Ma oltre a non giustificare adeguatamente le ragioni dell’estensione di quindici anni, come ha sottolineato un recente articolo di Piero Bellandi, la politica ha fatto il grande errore di non completare la riforma che si era auto-imposta di varare, e questi sono i due motivi che hanno portato alla sonora bocciatura da parte del Consiglio di Stato. Tuttavia, c’è da chiedersi cosa accadrebbe se il governo o il parlamento, nel pieno del loro potere legislativo, dovessero prendersi un tempo più lungo e motivato – diciamo per esempio quattro o cinque anni – per completare la riforma: sorgerà l’ennesimo grande contenzioso tra poteri? Insomma, sulla vicenda non è stata ancora pronunciata l’ultima parola, anche se la questione oltre che complicatissima resta urgente da risolvere, poiché il settore del turismo balneare italiano non può essere lasciato troppo a lungo in questo limbo che ne minaccia la tenuta e lo sviluppo.

Un’ultima considerazione va fatta sull’ipotesi delle future evidenze pubbliche. È noto che solo alle concessioni più remunerative guardano gli appetiti dei grandi gruppi economici, pertanto le domande concorrenziali si concentreranno forse nelle zone di maggiore pregio turistico, come la Romagna, il Salento e la Versilia, lasciando perdere la maggior parte delle altre aree dove gestire uno stabilimento balneare significa solo affrontare tanta fatica, tanti investimenti e tante imposte per mantenere la propria famiglia e poco altro. Tuttavia si spera che la riforma del governo Draghi sarà in grado di escludere queste minacce, per esempio imponendo il limite di una sola concessione per soggetto al fine di evitare l’apertura di catene di McDonald’s sulle spiagge italiane, così come sarà necessario evitare che le gare diventino occasione di riciclaggio per la malavita organizzata. Le procedure di gara sono comunque inevitabili, si dice, e però il governo dovrà decidere quando farle e soprattutto come: ed è proprio da questi criteri che potrà dipendere la conservazione di un modello che finora ha caratterizzato il turismo balneare italiano, nel bene e nel male. Se si introdurranno meccanismi come un elevato punteggio per la professionalità acquisita, un occhio di riguardo per le reti d’imprese e il riconoscimento del valore commerciale dell’azienda a carico del subentrante, gli attuali concessionari avranno poco o nulla da temere. Nell’esempio già citato dei balneari toscani che nel 2016 sono passati dai bandi per avere una nuova concessione blindata fino al 2036, nessuna domanda concorrenziale è mai pervenuta su circa quattrocento procedure di evidenza pubblica, proprio perché la legge regionale 31/2016 aveva imposto all’eventuale subentrante il riconoscimento del 90% del valore commerciale stabilito sulla base di una perizia effettuata da un tecnico nominato dal concessionario uscente. Se dunque il governo dovesse istituire requisiti analoghi (anche se il Consiglio di Stato nel frattempo ha chiuso alcune di queste strade), le evidenze pubbliche non saranno la grande minaccia a cui alcuni imprenditori del settore si oppongono. E anche se dovessero esserci concessioni che passeranno di mano, non va dimenticato che le aziende sono di proprietà privata e salvo la corresponsione di un adeguato indennizzo, il precedente titolare avrà tutto il diritto di radere al suolo le strutture e portarsi via tutte le sue attrezzature: e siamo sicuri che davanti a questa ipotesi ci saranno soggetti interessati a ottenere una spiaggia vuota in concessione, su cui investire milioni di euro con un orizzonte temporale di quindici/vent’anni? Insomma, il futuro delle spiagge italiane non è affatto scontato, e soprattutto non corrisponde alle errate generalizzazioni che i media e la politica stanno inculcando in questi giorni all’opinione pubblica. Forse solo con l’intento di alimentare l’odio sociale nei confronti di un’intera categoria.

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Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
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