Perché le spiagge non stanno mai ferme

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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Immaginate una grande famiglia nella quale ciascuno guadagni e spenda senza comunicare con gli altri, ma nella quale tutti versino e attingano dallo stesso conto bancario: quante probabilità ci sono che alla fine del mese il bilancio familiare sia in pari? La stessa cosa avviene su una spiaggia, che guadagna e perde sabbia in continuazione. E qui il numero di membri della famiglia è molto elevato: c’è chi ha un flusso in entrata e in uscita rilevante e chi muove pochissimi “soldi” (cioè sabbia!) e hanno tutti comportamenti molto variabili nel tempo, talvolta schizofrenici.

La spiaggia è fatta così, e in questi ultimi anni tende a essere assai spendacciona! Non è facile farle cambiare carattere, anche se un po’ noi uomini ci proviamo, ma forse siamo noi che dovremmo adattarci al suo comportamento.

Il bilancio sedimentario della spiaggia è dato da numerose voci – che sono il risultato di altrettanti processi – sia in entrata che in uscita, e le vedete riportate nella figura che segue.

Il bilancio sedimentario di una spiaggia.

Alcuni dei processi che fanno muovere la sabbia sono facilmente identificabili e il loro effetto è immediato, altri sono molto complessi e i risultati che producono si affermano con molto ritardo. Per esempio: cosa succede alle spiagge se cambia la temperatura dell’atmosfera? Certamente dopo un po’ assisteremo all’innalzamento del livello del mare, che abbiamo visto innescare sia un arretramento della linea di riva per sommersione, sia un flusso di sabbia che viene perso verso il largo (“regola di Bruun“). Ma un aumento della temperatura fa cambiare la vegetazione, e sappiamo che questa protegge il suolo e non gli fa cedere la sabbia ai fiumi che la porterebbero poi al mare.

Ebbene il limite del bosco sale verso l’alto, dove prenderà il posto di una vegetazione erbacea, ma lungo le costa, in particolare sul Mediterraneo, in certe zone potrebbe affermarsi una steppa, che è una buona produttrice di sabbia. Sì, ma dipende da quanto piove! L’aumento della temperatura potrebbe portare sia a un incremento delle precipitazioni che a una loro riduzione (dipende in quale zona climatica ci troviamo): se piove poco la sabbia non si muove, se piove troppo cresce troppa vegetazione e ferma l’erosione del suolo.

Pensiamo poi a come l’uomo interviene sul bilancio sedimentario della spiaggia. Tutti sanno che, se si costruisce un porto che sbarra il flusso della sabbia lungo riva, faremo un piacere alla spiaggia posta sopraflutto e un torto a quella sottoflutto (ne abbiamo parlato in un precedente “granello”). Ma la nostra azione può avvenire anche in altre parti del sistema di alimentazione, sia in prossimità del suo sbocco in mare che molto all’interno nel territorio. Se deviamo un fiume perché vada a depositare la sabbia in una palude che vogliamo bonificare, è evidente che non la porterà più al mare, e se sbarriamo il suo corso con una diga nella valle, tutti i sedimenti prodotti dall’erosione delle montagne verranno bloccati. Al contrario gli argini fluviali, che impediscono le alluvioni, obbligano il fiume a portare tutto il suo carico solido alla foce.

Sì, il sistema è complesso, ma non tutti i sistemi complessi non trovano un loro equilibrio! Pensiamo al nostro corpo e al modo con il quale ne regoliamo la temperatura: se ho caldo sudo, l’acqua evapora dalla mia pelle e sottrae calore, fino a che non raggiungo la temperatura che mi fa stare bene. È questa la differenza fra la mia pelle e la spiaggia: io posso mandare inconsapevolmente un messaggio per dire “produci più acqua” e, quando sono soddisfatto, dico “smetti di bagnarmi!”. La termoregolazione è affidata a processi di feedback (retroazione), ma la spiaggia non può mandare un messaggio all’atmosfera “fai piovere di più” o al fiume “porta più sabbia”: i membri della famiglia non si parlano!

Vogliamo produrre una lastra di metallo di spessore regolare. La lastra grezza passa fra due cilindri che la spianano e successivamente viene attraversata un flusso di raggi X che un’emittente (E) manda a una ricevente (R). Se questa riceve pochi raggi, significa che la lastra ne assorbe molti e quindi ha uno spessore superiore a quello richiesto; allora R manda un messaggio all’indietro (feedback = alimentazione a ritroso) al meccanismo che muove i cilindri, dicendogli “avvicinatevi!”. A un certo punto di raggi ne arriveranno in eccesso, perché la lastra sarà troppo sottile, e il messaggio all’indietro dirà “Allontanatevi!”. Con questo scambio di informazioni il sistema si autoregola in continuazione per produrre una lastra di spessore costante.

Ecco che le spiagge non possono essere in equilibrio, e generalmente alcuni processi prendono il sopravvento sugli altri e indirizzano il comportamento dei litorali.

La risalita del livello del mare, avvenuta fra i 18.000 e i 6.000 anni fa, ha determinato la sommersione di tutte le coste del mondo, eccetto quelle che si stavano liberando del peso dei ghiacci e si sollevavano a una velocità maggiore, come la Scandinavia. Lo sviluppo demografico ed economico degli ultimi millenni, che ha trovato un livello del mare quasi stabile, ha fatto avanzare le spiagge quale conseguenza del taglio dei boschi; poi abbiamo cominciato a estrarre sabbia e ghiaia dai fiumi, costruito le dighe, bloccato le frane e abbandonato i campi dove è ricresciuto il bosco: tutto ciò è stato pagato dalle spiagge. Ma anche questi processi a grande scala (diciamo i membri della famiglia che guadagnano o spendono di più) vengono poi modulati dai tanti piccoli fattori che sono proprio incontrollabili. Quindi prendiamo atto della realtà: aboliamo la parola “equilibrio” quando parliamo di spiagge, e cerchiamo di attuare strategie che ci consentano di adattarsi a un mondo in continua, o meglio in discontinua evoluzione.

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