Opinioni Sib-Confcommercio

Il masochismo italiano contro gli imprenditori balneari

Nel nostro paese si continua a trascurare le sentenze a favore ed esaltare quelle contrarie. Ma l'estensione di 15 anni non è stata oggetto di nessuna procedura di infrazione europea.

Nei giorni scorsi la Commissione europea ha inviato al nostro paese quattro pareri motivati su leggi italiane ritenute contrastanti con la normativa europea (in materia di ambiente, mercato interno e imposte) nonché avviato due nuove procedure di infrazione (la n.329/2019 in materia di ambiente e la n.330/2019 in materia di salute). Queste procedure si aggiungono alle altre 24 (fra pareri motivati e lettere di messe in mora) avviate quest’anno dalla Commissione europea nei confronti del nostro Paese. Di tutte queste, nessuna ha riguardato la legge sull’estensione di quindici anni delle concessioni balneari (disposta dall’art. 1 commi 682 e seguenti della legge 30 dicembre 2018 n.145). Quindi, a un anno dal suo varo e a differenza di altre norme, quella che riguarda gli imprenditori balneari non è oggetto di nessuna procedura di infrazione da parte della Commissione europea.

È il caso di dire che, mentre qui in Italia c’è chi ritiene l’estensione di quindici anni in contrasto con il diritto comunitario, a Bruxelles proprio coloro che sono autorevolmente deputati ad accertarlo non la ritengono tale, o comunque non ne sono così convinti.

È davvero sconcertante lo stridente contrasto fra il clamore suscitato da una sentenza del Consiglio di Stato (la n.7874 del 18 novembre, vedi notizia »), che ha avanzato dubbi sulla contrarietà della nuova durata al diritto comunitario, e l’oblio che accompagna le precedenti di segno diverso ed opposto (n. 7251, 7252, 7253, 7254, 7255, 7256, 7257 e 7258 del 24 ottobre, sempre del Consiglio di Stato, vedi notizia »). Per non parlare dell’assordante silenzio sulla sentenza del Consiglio di Stato n. 5157 del 3 settembre 2018 che ha escluso l’obbligo di gara o di pubblica evidenza in presenza di “motivi imperativi di interesse generale” ex comma 3 dell’art. 12 della direttiva Bolkestein (vedi notizia »).

Solo qui da noi e per i balneari può accadere che non si vedono o si trascurano le sentenze a favore e si esaltano quelle contrarie o presunte tali (purtroppo non aiuta anche un Consiglio di Stato fonte di incertezza giuridica con orientamenti oscillanti e contraddittori). È evidente l’uso strumentale che si sta facendo di parte della giurisprudenza pur di attaccare, masochisticamente, un intero settore nell’inerzia di una politica che appare agli occhi degli imprenditori balneari pavida, incapace e inconcludente.

Da oltre sei mesi è inutilmente scaduto il termine per l’emanazione del DPCM di avvio della indispensabile e non più rinviabile riforma complessiva del settore. Da undici mesi, mentre le Regioni – per quanto di loro competenza – hanno emanato proprie circolari applicative, si sta ancora aspettando quella del Ministero delle infrastrutture per le concessioni ricadenti nelle aree gestite dalle autorità portuali. Tutto questo è inaccettabile e intollerabile per le decine di migliaia di famiglie che chiedono solo di poter continuare a lavorare e per un paese che ha bisogno di una balneazione forte e di qualità per meglio competere nell’agguerrito mercato internazionale delle vacanze.

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Antonio Capacchione

Avvocato, presidente nazionale del Sindacato italiano balneari - Fipe Confcommercio dal 2018, già vicepresidente vicario.
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