Storia delle difese costiere, un’evoluzione mancata

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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Difese tradizionali sulla costa del Golfo di Urabà, Colombia (foto di Aurora Echeverri).

Ecco la difesa costiera dei nostri sogni: impedisce l’arretramento della linea di riva, mantiene una spiaggia di buona qualità, non crea pericoli per la balneazione, non incide sulle caratteristiche ecologiche del litorale, non ha impatto sul paesaggio costiero e, magari, costa anche poco. Ma la cruda realtà è assai diversa: anche se uno solo di questi requisiti venisse garantito al 100%, tutti gli altri non verrebbero soddisfatti. Eppure, sono millenni che l’uomo le studia tutte per fermare il mare che avanza; ossia fin dal momento in cui ha posto la propria dimora sulle coste, senza rendersi conto che queste costituiscono uno degli ambienti geomorfologicamente più instabili del nostro pianeta.

Delle prime difese costiere realizzate dai nostri antenati si sono perse le tracce, perché sommerse dal mare o demolite dalle onde. Sono stati trovati i resti di una scogliera (non si sa se parallela o aderente) che doveva proteggere il villaggio neolitico di Tel Hreiz, sulla costa della Palestina; struttura che nulla ha potuto fare contro l’innalzamento del livello del mare, tanto che quanto resta di questo insediamento si trova oggi sott’acqua. A Delo, una diga ellenistica non riuscì a impedire la sommersione della città, che comunque venne prima distrutta da Mitridate VI, re del Ponto, nell’86 a.C.

La rarità dei reperti archeologici non deve farci pensare che le opere di difesa costiera non fossero frequenti. La realtà è che molte erano facilmente deteriorabili, essendo in genere realizzate in legno o con fascine di vimini, che spesso andavano a rafforzare argini di terra, come quelli costruiti per stabilizzare le isole barriera che chiudono la laguna di Venezia, documentate già nel 537 d.C. Ma tutto quanto non è stato oggetto di descrizioni testuali o grafiche è andato perduto.

Dighe di argilla per contrastare le mareggiate vennero costruite lungo la costa tedesca almeno dall’XI secolo e lo stesso materiale viene utilizzato oggi dalle popolazioni rurali quando le rocce sono troppo lontane dalla costa. Ma sulle coste basse del Mare del Nord, in particolare in Frisia, già nel 500 a.C. si costruivano le fattorie su delle collinette artificiali (terpen), lasciando che i campi venissero allagati durante gli “eventi estremi”. Una forma di adattamento al cambiamento climatico che dovremo presto copiare!

Il terp di Ezinge, edificato intorno al 500 a.C., è uno dei meglio conservati del migliaio di terpen costruiti in Olanda fra l’Età del Bronzo e il Medio Evo.

Alla fine del XVII secolo a Venezia la difesa esterna veniva affidata a una struttura pressoché continua, costruita con pali di legno, fascine e pietre. Un’opera qui estremamente raffinata, ma certamente in uso anche lungo altre coste del mondo.

Palificata all’uso di Venezia (Matteo Alberti, XVII secolo).
Difesa al piede di una duna a Barù (Colombia).

Ma nella città lagunare, alla metà del XVIII secolo, iniziò la costruzione dei murazzi con grandi pietre rettangolari cementate con pozzolana, un legante inventato dai Romani ma mai utilizzato in precedenza a Venezia. In origine furono costruiti 5 km di struttura discontinua che, unendosi e allungandosi, raggiunse i 20 km alla fine del XIX secolo.

I profili che hanno avuto i murazzi di Venezia nel tempo e nei diversi settori del litorale, in un disegno tratto da “La difesa delle spiagge e delle coste basse” di Ettore Gallareto.

Sappiamo che in Cina, nel 713 d.C., venne costruita una diga con terra e pietre nell’estuario del Quintang – sì, quello in cui si può fare surf nel mascheretto (onda di marea che risale il fiume) per ben 17 km (c’è chi c’è riuscito!). Sempre in Cina, gabbie di bambù piene di pietre venivano utilizzate almeno dal 910 d.C. per costruire le opere di difesa, che sono simili a quelle cistae ligneae lapidibus repletae che vediamo rappresentate sulle carte di Ostenda del XVII secolo.

Scogliere aderenti e pennelli costituiti da cistae ligneae lapidibus repletae in una carta di Ostenda disegnata da Joan Blaeu nel 1649.

Il primo pennello di cui si abbia documentazione risulta costruito nel 1502 in Belgio con pali e ramoscelli intrecciati, ma non è detto che quelli presenti nella carta di Venezia di Benedetto Bortone del 1528 non siano precedenti.

Particolare della carta di Venezia, dall’Isolario di Benedetto Bordone (1528)

La presenza di strutture simili in molte culture attuali a bassa tecnologia suggerisce la loro esistenza fin dai primi insediamenti umani stabili lungo le coste del mondo. In Sud America, la prima rappresentazione di pennelli la troviamo su una carta di Callao (Perù) del 1728, e anche questi sono strutturalmente uguali a quelli di Ostenda. La globalizzazione di pennelli!

La costa di Callao (Perù) in una mappa del 1728.

Le scogliere parallele alla costa, distaccate o aderenti, e i pennelli erano le strutture a cui i nostri antenati si affidavano per difendersi dal mare che avanzava. Negli stessi tempi andavano a cavallo, incidevano sulle pietre o scrivevano sulla pergamena, lanciavano segnali di fumo e cucinavano sul fuoco. Noi viaggiamo in auto, treno e aereo, scriviamo con il computer, parliamo con persone che stanno dall’altra parte del mondo e mettiamo il cibo nel microonde… se ci piace. Ma le uniche difese costiere di cui abbiamo certezza che funzionino (pur con tutti gli effetti collaterali negativi) sono quelle che si usavano secoli addietro, anche se le abbiamo replicate in molte forme diverse e utilizziamo anche materiali più tecnologici.

E i ripascimenti artificiali? Certamente ne realizzarono uno i Romani nel 238 d.C., prima di ricostruire un tratto della Via Severiana (da Ostia a Terracina, Lazio) demolito dalle mareggiate, e la stessa Delo venne in parte costruita su di una espansione a mare, come quelle che si fanno oggi a Montecarlo, Singapore e Hong Kong. E chissà quante altre ne sono state fatte nel passato in altre parti del mondo, ma anche loro molte tracce non le hanno lasciate, se non dove erano difese da imponenti dighe, come in Olanda.

I pochi tentativi di introdurre metodi diversi, dal drenaggio delle spiagge alle trappole sedimentarie poste sulla battigia, dai reef artificiali alle barriere di bolle d’aria, non hanno trovato valutazione unanime da parte di quei pochi ricercatori che vi hanno potuto fare un serio monitoraggio. E, in genere, neppure da parte di quegli operatori economici che li hanno chiesti a gran voce! È così che continuiamo a costruire difese che nulla hanno a che fare con quella dei nostri sogni e, in assenza di un rivoluzione copernicana nel settore – che ci faccia vedere la dinamica costiera in un modo completamente nuovo (se esiste!) – finiremo con il dover adottare un’altra strategia sviluppata dai nostri avi: arretrare, come fece Noè!

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