Opinioni

Spiagge, non chiamatela concorrenza: l’Europa vuole espropriare migliaia di imprese

Con le gare, non è vero che chiunque potrà gestire una spiaggia. In realtà, il rischio è che anche questo pezzo di patrimonio pubblico venga svenduto alle multinazionali.

Il copione è noto: in nome delle “liberalizzazioni” e della “concorrenza”, si fanno fallire migliaia di piccole imprese familiari e si svende l’ennesimo pezzo di patrimonio pubblico alle multinazionali. È ciò che sta accadendo con la controversa applicazione della direttiva Bolkestein dell’Unione europea, che chiede all’Italia di riassegnare le attuali concessioni balneari tramite gare pubbliche. Qualcuno pensa che grazie alla Bolkestein ci saranno più spiagge libere; e qualcun altro si illude che, con le gare, qualsiasi cittadino avrà la possibilità di gestire una spiaggia. Niente di più falso. In realtà, quello che viene giustificato come “apertura del mercato” potrebbe celare il tentativo di espropriare gli attuali piccoli imprenditori per soddisfare gli appetiti dei grandi apparati finanziari. Tutte le altre sono false credenze alimentate dai media allineati ai poteri forti, che da mesi stanno portando avanti una sistematica operazione di propaganda allo scopo di orientare l’opinione pubblica contro i balneari. In questo scenario, una buona speranza arriva dal governo Meloni che sembra avere capito come stanno davvero le cose, essendosi palesemente esposto a favore della categoria; pertanto occorre agire subito con una riforma che salvaguardi l’attuale sistema sfruttando le maglie lasciate ancora aperte dal diritto europeo per evitare accaparramenti e speculazioni sui litorali nostrani.

Le spiagge sono un bene pubblico, e questo non lo ha mai messo in dubbio nessuno – nemmeno i balneari. Ma le imprese che vi sorgono sopra sono proprietà private, sorte legittimamente in base alle norme dello Stato che hanno consentito l’apertura di migliaia di stabilimenti balneari. Una peculiarità tutta italiana grazie alla quale si è sviluppato un florido sistema turistico che tutto il mondo ci invidia, quello delle spiagge attrezzate che offrono ogni tipo di comfort per accogliere i turisti (ombrelloni e lettini, servizi igienici, pulizia, salvamento, giochi, animazione…). Chi preferisce le spiagge libere, può sempre frequentare il restante 50% di litorali attualmente non in concessione; ma guardando i milioni di turisti che ogni estate affollano gli stabilimenti balneari, è palese che questi vengano preferiti alle spiagge libere, spesso sporche, sicuramente più scomode e per questo semi-deserte anche in agosto.

Il consolidato e storico sistema degli stabilimenti balneari della nostra penisola oggi viene messo in discussione dall’errata applicazione di una direttiva europea che, senza tenere conto di questa peculiarità tutta italiana, chiede di riassegnare le spiagge in concessione tramite gare pubbliche. La Commissione Ue, le correnti politiche ultra-liberiste e i media faziosi fanno credere che grazie alle gare, qualunque cittadino potrà avere la possibilità di poter gestire un’impresa sulla spiaggia. Ma chi racconta questa favola, mente sapendo di mentire. A poter vincere le gare, infatti, saranno i gruppi con il maggiore potere d’acquisto: sulle spiagge italiane, insomma, si rischia di vedere sorgere catene di McDonald’s e villaggi Disney nelle zone più appetibili come la Versilia, la Liguria, il Lazio e la Romagna; con l’ulteriore rischio di infiltrazioni malavitose in aree geografiche più esposte come la Calabria e la Sicilia. Tutto ciò comprometterebbe il sistema turistico balneare finora vincente, quello composto da migliaia di piccole e medie imprese familiari, che conoscono ogni cliente per nome e origine. Dalla tipicità si rischia insomma di passare all’omologazione, smantellando anche questo sistema come è già avvenuto con altre liberalizzazioni indiscriminate del passato. E a cambiare non sarà solo la qualità dei servizi, ma anche i prezzi che subiranno rincari per il pubblico. Insomma, una grande svendita che avverrebbe con la complicità delle autorità europee, a quanto pare più impegnate a tutelare gli interessi dei poteri forti, anche in modi poco ortodossi (vedi Qatargate) che i diritti dei piccoli imprenditori.

La legge sulla concorrenza voluta dal governo Draghi ha tentato di attuare questo disegno criminale, dichiarando la scadenza delle attuali concessioni al 31 dicembre 2023 e imponendo la loro riassegnazione tramite gare pubbliche indiscriminate, senza nemmeno stabilire il riconoscimento di adeguati indennizzi per i concessionari uscenti. Il governo Meloni, di idee opposte, ha invece prorogato la scadenza delle concessioni di un anno e ha la possibilità di salvare le attuali imprese con una norma diversa. Nel rispetto del diritto europeo, è possibile garantire la concorrenza assegnando in concessione le migliaia di chilometri di coste ancora libere per poter avviare nuovi stabilimenti, senza al contempo espropriare quelli esistenti. E gli attuali concessionari che finora hanno gestito le spiagge con eccellenza, facendosi carico di servizi pubblici come la pulizia e il salvamento, e rispettando sempre la legge, devono avere il diritto di poter continuare la loro attività, riottenendo le concessioni grazie al riconoscimento della loro professionalità, affidabilità ed esperienza. Altrimenti sarà la morte di un intero sistema economico, e a rimetterci saranno tutti gli italiani. Compresi quelli che fanno il tifo per le gare indiscriminate.

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