Opinioni

Sulla riforma delle concessioni balneari si evitino gli errori del passato

La discussione sul riordino del demanio marittimo dovrà essere seria e responsabile, se la categoria non vuole andare a sbattere un'altra volta contro un muro.

La sentenza 18/2021 del Consiglio di Stato ha gettato nel dramma migliaia di famiglie che si sono viste cancellare da un giorno all’altro la validità della concessione balneare su cui avevano investito, ma ha anche messo la parola “fine” ad anni di inutili chiacchiere sulla riforma del settore. Con la sua pronuncia Palazzo Spada non solo ha dichiarato l’invalidità dell’estensione fino al 2033 e imposto la riassegnazione dei titoli tramite gare da effettuare entro due anni, ma ha anche demolito una dopo l’altra tutte le tesi portate avanti dagli imprenditori balneari per rivendicare l’esclusione dalle evidenze pubbliche. Leggendo questa eclatante sentenza, è impossibile non notare il tono autoritario e talvolta persino stizzito dei giudici: segno che la questione è arrivata a un tale punto di esasperazione da portare il massimo organo di giustizia amministrativa a scrivere una pronuncia definitiva e inappellabile (si tratta infatti di una sentenza dalla cosiddetta funzione “nomofilattica”, cioè per stabilire dei principi giuridici generali e non per esprimersi su un singolo contenzioso). Come ha evidenziato Piero Bellandi nella sua puntuale analisi pubblicata ieri su Mondo Balneare, la pronuncia di Palazzo Spada contiene alcune anomalie in grado di generare un potenziale conflitto tra il potere legislativo e quello giudiziario; tuttavia rappresenta un punto di non ritorno con cui sarà imprescindibile confrontarsi, nel mettere mano a un serio riordino del settore. E si spera che la questione sarà affrontata evitando gli errori commessi finora.

Un’occasione persa

Se la “questione balneare” è arrivata fino a questo drammatico epilogo, è anche perché le logiche del consenso politico e sindacale finora hanno prevalso rispetto al buonsenso e alla responsabilità. Oggi dunque tutti i soggetti coinvolti dovrebbero fermarsi a riflettere: non sarebbe stato meglio per tutti risolvere la questione qualche anno fa, quando c’era qualche possibilità in più di ottenere una riforma vantaggiosa per gli attuali imprenditori, anziché arrivare a precipitare nel baratro?

Lo scenario a cui siamo arrivati in questi giorni con la pronuncia del Consiglio di Stato è esattamente lo stesso che il settore ha già attraversato con la sentenza “Promoimpresa” della Corte di giustizia europea del 14 luglio 2016, che bocciò la proroga al 2020 e diede già tutti gli spunti necessari per scrivere una riforma che al contempo rispettasse il diritto comunitario e tutelasse i diritti degli attuali imprenditori balneari. Pochi mesi dopo arrivò il disegno di legge “Arlotti-Pizzolante” che rappresentava un possibile compromesso per mettere fine alla questione, istituendo le evidenze pubbliche con dei punteggi premianti per i precedenti concessionari e il riconoscimento del valore commerciale in caso di perdita dell’impresa. Ai tempi qualcuno si oppose – legittimamente e con comprensibili speranze – a qualsiasi forma di evidenza pubblica e la norma non arrivò a essere approvata in Senato per l’ostruzionismo delle forze politiche che si fecero carico di questa istanza. Allora ai balneari sembrò di essersi “salvati” dalle gare; ma se ci guardiamo indietro, dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha cancellato il 2033 e ribadito l’inevitabilità delle evidenze pubbliche, è innegabile che quella proposta di legge appaia come un’occasione persa: il ddl “Arlotti-Pizzolante” non era certo il migliore possibile, ma si sarebbe potuto lavorare per potenziarlo anziché opporsi a prescindere. Ora invece i balneari si sono trovati con un’estensione di quindici anni che prima ha fatto ripartire gli investimenti e poi è stata dichiarata carta straccia (anche se resta da vedere come si comporterà lo Stato nei confronti delle migliaia di concessionari che hanno ottenuto la protocollazione ufficiale del titolo fino al 2033 e investito di conseguenza: le richieste di risarcimento potrebbero arrivare ad ammontare a centinaia di milioni di euro).

La sentenza del Consiglio di Stato ha tra le altre cose ammesso la possibilità di tenere conto della professionalità acquisita come elemento di valutazione in fase di gara, ma precisando che «tale valorizzazione non potrà tradursi in una sorta di sostanziale preclusione all’accesso al settore di nuovi operatori» e avvisando che «nel conferimento o nel rinnovo delle concessioni, andrebbero evitate ipotesi di preferenza “automatica” per i gestori uscenti». Insomma, salvo miracoli, la futura riforma del settore non potrà essere tanto diversa da quella già contenuta nel ddl “Arlotti-Pizzolante” e ribadita anche dalla legge 145/2018, che oltre a estendere le concessioni di quindici anni ha elencato praticamente gli stessi principi da rispettare per il riordino delle concessioni; anzi semmai rischia di essere più sfavorevole agli attuali imprenditori a causa delle ulteriori chiusure nel frattempo arrivate con la pronuncia di martedì scorso. In sostanza, avere un atteggiamento ostruzionistico anziché costruttivo su questo tema non ha portato da nessuna parte, se non a sbattere contro un muro.

La politica è stata irresponsabile

Se c’è un settore in cui la politica ha dato il peggio di sé negli ultimi dieci anni, è proprio quello balneare, intorno a cui tutti i partiti – nessuno escluso – hanno chiacchierato e millantato per meri scopi propagandistici. Il dibattito sul rinnovo delle concessioni non è quasi mai entrato nel merito nel tema, ma è sempre rimasto su discorsi vuoti e retorici per soddisfare i rispettivi elettorati. La colpa del drammatico epilogo a cui siamo arrivati con la sentenza del Consiglio di Stato è dunque in gran parte della politica italiana, che davanti a una materia così complessa e importante dal punto di vista tecnico, economico e sociale, si è comportata in modo incapace e irresponsabile. In un mondo migliore, davanti alla sentenza di martedì scorso gli esponenti politici avrebbero dovuto mantenere un dignitoso e rispettoso silenzio nei confronti di migliaia di famiglie che sono viste da un giorno all’altro cancellare una legge che fissava un determinato orizzonte temporale in base al quale hanno investito; e invece anche dopo la pronuncia è arrivata una valanga di commenti fuori fuoco, capziosi e privi di qualsiasi spirito di autocritica. C’è perciò da augurarsi che la politica si renda conto dei propri errori e incarichi un gruppo di tecnici competenti a scrivere una riforma seria e adeguata, in accordo con le associazioni di categoria. Anche se lo scenario non fa ben sperare: se il compito di decidere sarà affidato a soggetti come il ministro del turismo Massimo Garavaglia, che anche ieri al Tg2 ha per l’ennesima volta dimostrato di non avere una minima idea sul tema delle concessioni balneari, sarà purtroppo impossibile che da Palazzo Chigi esca una proposta di legge ben fatta.

Le associazioni di categoria lavorino unite

Oltre alla politica, anche le associazioni di categoria in alcuni casi hanno fatto la propria parte nel trascinare troppo a lungo questa situazione. Il settore balneare in Italia ha l’anomalia di ben nove sindacati che rappresentano gli imprenditori balneari, e che da anni si contendono le tessere a suon di dichiarazioni: di conseguenza le polemiche e le estremizzazioni hanno prevalso sul buonsenso, e gli argomenti più popolari e illusori hanno vinto su quelli più scomodi e realistici. Si cita spesso la Spagna per spiegare come è stato risolto il problema Bolkestein, ma nessuno mai ricorda che in quel paese esiste una sola associazione a rappresentare tutti gli imprenditori balneari: le divergenze di opinione esistono anche tra i titolari dei chiringuitos ma restano nell’ambito di una discussione interna, e quando si va a negoziare con il governo, c’è un solo interlocutore a portare avanti una sola posizione. Finché invece tra i balneari italiani ci saranno così tante divisioni, il potere sarà più facilitato a decidere come gli pare: d’altronde già i latini dicevano “divide et impera”. Sarebbe quindi utile che le associazioni dei balneari italiani iniziassero un percorso costruttivo di confronto alla ricerca di una possibile unità: nei complicatissimi mesi che ci aspettano, sarà più che mai necessario portare avanti una sola posizione solida e compatta davanti al governo chiamato a scrivere la riforma delle concessioni.

Basta con gli slogan e le argomentazioni fantasiose

Legittimo affidamento, interesse transfrontaliero, scarsità di risorsa, disparità di trattamento, concessioni di beni e non di servizi: sono alcune delle tesi che da anni gli imprenditori balneari portano avanti per rivendicare l’esclusione delle loro aziende dalle evidenze pubbliche. Ebbene, la sentenza del Consiglio di Stato le ha demolite una dopo l’altra, confutandole punto per punto. Alcuni argomenti restano tuttora validi e pertinenti per pretendere alcune sacrosante forme di tutela per gli attuali concessionari, come il riconoscimento della professionalità acquisita e del valore commerciale d’impresa. Nel dibattito sulla riforma delle concessioni che inevitabilmente impregnerà i mesi invernali, si spera dunque di non sentire più alcuni slogan privi di senso: per esempio, ci auguriamo che nessuno più chieda di escludere le spiagge dalla direttiva Bolkestein, perché a imporre la riassegnazione pubblica delle concessioni resterebbe comunque il Trattato fondativo dell’Unione europea. Gli unici modi possibili per evitare le evidenze pubbliche sarebbero la sdemanializzazione delle spiagge e l’uscita dall’Europa, ma dubitiamo che al momento siano strade percorribili: la prima perché l’opinione pubblica è generalmente avversa al tema (come è emerso ai tempi del tentativo del sottosegretario Pier Paolo Baretta), la seconda perché la “questione balneare” non è certo un motivo sufficiente a provocare una Brexit all’italiana.

Allo stesso modo confidiamo che giornalisti, opinione pubblica, associazioni ambientaliste e politici che non hanno in simpatia i balneari smettano di diffondere falsità e luoghi comuni sulla categoria. Innanzitutto, che non ci citino più sempre i soliti casi noti (Briatore, Ostia, eccetera) come se fossero universali, perché il settore balneare è molto diversificato ed è composto in gran parte da piccole e medie imprese a gestione familiare che non realizzano affatto i guadagni stratosferici che si vuole far credere né le illegalità commesse solo da alcune pecore nere. Ma soprattutto, che si smetta una volta per tutte di parlare dei canoni come se fossero l’unica cifra sostenuta dai concessionari: sono molte altre le spese che i gestori delle spiagge affrontano obbligatoriamente per mantenere un bene pubblico per conto dello Stato, dalla pulizia dell’arenile al servizio di salvamento (che nelle spiagge libere non esistono, perché lo Stato non è in grado di farlo). Inoltre non si dimentichi che il canone è fissato dallo Stato stesso, nonostante da anni le associazioni di categoria si dichiarino disposte a sostenere un aumento: è un po’ come se l’inquilino di un appartamento chiedesse al padrone di aumentargli l’affitto; e in parte è stato fatto proprio lo scorso anno, con l’innalzamento dei canoni minimi da 363 a 2500 euro annui.

Ancora, nel parlare delle “gare delle concessioni” occorre tenere conto che le spiagge sono un bene pubblico ma le imprese che vi sorgono sopra sono private, ed è proprio questa l’anomalia che rende così difficile risolvere la situazione: lo Stato non può espropriare i legittimi proprietari delle loro aziende, checché ne dicano i sostenitori delle gare, e se così volesse fare, gli attuali imprenditori avrebbero tutto il diritto di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo per vedersi riconoscere il proprio diritto alla proprietà privata. Dunque, che si parli pure di riassegnazione delle spiagge ma che si smetta di comprendere i manufatti che vi insistono sopra: quelli sono un’anomalia tutta italiana, nel bene e nel male, frutto di un settore che si è sviluppato nei secoli perché le regole lo hanno consentito. Se ora si vogliono cambiare, non si può non tenere conto che le norme che c’erano prima hanno generato determinate aspettative e diritti che vanno riconosciuti. Il legislatore è chiamato a decidere come farlo.

Abbandonare i radicalismi

L’opinione pubblica non ama i balneari, si diceva, e lo abbiamo visto in questi giorni nei servizi giornalistici che, nel trattare la questione concessioni, abbondano di falsità, luoghi comuni e attacchi gratuiti. Purtroppo anche tra i commenti agli articoli di Mondo Balneare non mancano quelli di persone che durante il giorno non hanno niente di meglio da fare che esprimere la loro avversione nei confronti di questa categoria, riuscendo a provocare alcuni balneari che perdono altrettanto tempo a rispondere a questi soggetti anziché ignorarli (sono sempre gli stessi: basterebbe smettere di replicargli e dopo qualche giorno forse si stancherebbero di parlare da soli).

Con questi radicalismi non si andrà da nessuna parte: se è vero che i balneari devono iniziare a prendere coscienza che bisognerà misurarsi con un nuovo regime normativo che prevederà delle forme di evidenza pubblica, i cittadini e gli ambientalisti più estremisti dovrebbero capire che con la riforma delle concessioni non si sta parlando di radere al suolo tutti gli stabilimenti balneari e ripristinare 7500 chilometri di spiaggia libera, bensì si sta tentando di sostituire gli attuali concessionari con altri soggetti. E non è detto che questo possa migliorare la gestione delle spiagge, anzi.

Difendere la peculiarità del settore

In definitiva, è fondamentale che la riforma delle concessioni difenda la tipicità dell’attuale sistema balneare italiano, unico al mondo in termini di qualità del servizio e di peso economico. La futura riforma dovrà tenere conto delle specificità territoriali e lasciare sufficienti margini alle amministrazioni locali per tutelare i loro modelli, diversi di regione in regione. Chi finora ha gestito bene le spiagge e può dimostrarlo, con certificazioni e investimenti alla mano e con la certezza di avere lavorato nel rispetto delle regole e della qualità dell’offerta, è giusto che continui a farlo e sarebbe criminale impedirglielo. A meno che non ci sia in campo la volontà di regalare le spiagge ai grandi gruppi multinazionali, lo Stato non dovrebbe avere nessun interesse ad affidare a uno sconosciuto il proprio patrimonio naturale, al posto degli imprenditori che finora lo hanno gestito bene. I pochi concessionari che hanno commesso abusi edilizi, evaso le tasse e investito poco o niente avranno forse da temere, ma i tanti che invece rappresentano la grande eccellenza del settore balneare italiano potrebbero avere presto l’occasione per dimostrarlo non solo a parole, bensì anche con una legge che li tuteli. E allora sì che nessuno avrà più nulla da dire sui presunti privilegi dei balneari.

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Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
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