Le spiagge del D-day. Come marea, onde e fondali hanno condizionato lo sbarco

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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spiagge d-day
Omaha Beach, uno dei cinque punti dello sbarco delle truppe alleate in Normandia, con sabbia fine gialla, barre multiple, dune e una escursione di marea che supera i 6 metri.

Non andremo in cerca di carri armati, cannoni, cimiteri militari e monumenti ai caduti, ai quali va tutto il nostro rispetto e gratitudine per averci evitato di vivere in un’Europa nazifascista, ma il nostro campo di battaglia sarà, come sempre, quella delle spiagge, delle onde, delle maree, della sabbia e… delle difese costiere.

Le cinque spiagge della Normandia, su cui avvenne lo sbarco degli Alleati, e a cui erano stati dati i nome in codice di Sword beach (britannici), Juno beach (canadesi), Gold beach (britannici), Omaha beach e Utah beach (americani), si susseguono lungo il settore centrale e quello occidentale della Baia della Senna, che da Le Havre si spinge fino alla punta orientale della Penisola di Cotentin.

spiagge d-day
Posizione delle cinque spiagge dello sbarco delle truppe alleate sulla costa della Normandia.

Si è provato anche a dargli il nome evocativo di “Costa della libertà”, ma “Spiagge del D-day” o “Spiagge dello sbarco” restano certamente più impressi nella memoria. La parte centrale (Gold, Juno e Sword) ha anche un epiteto turistico, “Côte de Nacre”, ossia “Costa di madreperla”, che fa riferimento alla frequenza di conchiglie e al colore della sabbia. Di conchiglie ve ne sono in effetti moltissime, anche se non raggiungono la quantità presente nei piatti dei ristoranti delle località costiere, dove ostriche, cozze e conchiglie di Saint Jaques sono il menù fisso. Per quanto riguarda il colore, l’unica spiaggia dalla quale abbiamo prelevato un campione per analizzarlo (Utah beach) non rientra in questo settore, e nello spazio colore CIELab ha le coordinate L* 58,97, a* 2,97, b* 13,53, espressione non facilmente vendibile sul mercato del turismo, neppure se convertita nel più noto sistema Munsell (7.5YR 6/8), ma che consente di essere tradotto in “giallo-rossiccio saturo”: giusto quindi escluderla dalla “Costa di madreperla”, un colore definibile come “bianco tenue con riflessi iridescenti”, che comunque non appare in nessun sistema colorimetrico e che quindi non potrà avere una certificazione scientifica… cosa di cui la promozione turistica se ne può fregare altamente!

La gran parte del profilo di spiaggia, emerso, intertidale e sommerso, è costituito da sabbia media e fine, ma sulla parte emersa e nella fascia intertidale frequenti sono i cordoni di ghiaia, conchiglie e alghe, che tracciano le linee raggiunte dalla marea o dalle passate mareggiate. L’escursione di marea, che supera i 6 metri, con spiagge a debole pendenza come a Utah beach, dove è minore che alla foce del Po, fa spostare la linea di riva di oltre 300 metri nell’arco di 6 ore, e renderebbe ingestibile qualsiasi stabilimento balneare; pensiamo alle complicazioni di uno sbarco militare! Ancora più complessa è la morfologia dei fondali antistanti Gold beach, dove l’isobata dei 5 metri si trova a 2,5 km da riva per la presenza del Plateau du Calvados, in cui si alternano sabbia e roccia.

Su queste spiagge in sei giorni, dal 6 all’11 giugno 1944, sbarcarono 500.000 soldati, e in tre settimane si arrivò a due milioni di uomini, più 300.000 fra camion, jeep, carri armati e cannoni. L’inizio delle operazioni avvenne con la bassa marea, in modo che fossero meglio visibili gli ostacoli posti in mare dai tedeschi, ma poi i mezzi da sbarco dovevano avvicinarsi il più possibile alla spiaggia, per non lasciare i soldati esposti al fuoco nemico per un lungo tragitto, per poi riallontanarsi prima di arenarsi con la bassa marea, quando sarebbero iniziate le operazioni di sbarco di una seconda ondata. I tedeschi si aspettavano uno sbarco in alta marea, per la minor spiaggia da percorrere, e misero ostacoli in mare, uno ogni due o tre metri, lungo tutto il fronte, ma l’attacco iniziò proprio con la bassa marea, in modo che i primi demolitori potessero rimuovere gli ostacoli e spianare la strada agli altri. Certamente non demolibili erano invece gli scogli sommersi di Gold beach e Juno beach, che, come gli altri ostacoli, erano stati accuratamente mappati con riprese aeree, sopralluoghi notturni e l’aiuto di cittadini e pescatori normanni.

La scelta del momento era determinata non solo dalla marea: luna piena o quasi la notte precedente, per consentire alle truppe aviotrasportate di essere paracadutate alle spalle del nemico, e poco prima dell’alba in modo da vedere gli obiettivi da bombardare dal mare prima dell’inizio dello sbarco. Fra l’altro, con la luna piena l’escursione di marea è più forte. Per la previsione della marea furono perfezionate le macchine meccaniche con rotelle che rappresentavano 37 componenti della marea (oggi ne gestiamo centinaia!) e le due macchine inglesi erano tenute in località diverse e segrete. Sebbene separate da soli 100 km circa, la differenza nelle fasi di marea era di oltre un’ora, quindi l’orario di attacco su ciascuna spiaggia doveva essere opportunamente scaglionato. Il caso vuole che un forte sviluppo nei metodi di tracciamento delle curve di marea fosse stato fatto dagli inglesi nel 1940, quando Hitler voleva invadere l’Inghilterra (Operazione Seelöwe, Leone marino), piano poi abbandonato in quanto non era riuscito a distruggere la Royal Air Force.

Il rischio di arrivare durante una mareggiata su di una costa, dove l’onda significativa annuale è di 5,3 metri e quella decennale di 6,8 metri, richiedeva previsioni meteomarine estremamente più affidabili di quelle che usiamo per decidere se rimuovere o meno lettini e ombrelloni: ciò portò allo sviluppo dei complessi modelli di previsione che utilizziamo tuttora. Anche gli studi sedimentologici, come quelli che facciamo oggi per definire la dinamica costiera e impostare i progetti di difesa, erano estremamente importanti; con la complicazione di andare a campionare di notte, con minisommergibili e operatori subacquei: la granulometria dei sedimenti determina la portanza del fondale e quindi la possibilità dei carri armati di procedere senza sprofondale. Una percentuale di limo del 10% era già un limite invalicabile, come nei ripascimenti artificiali che facciamo oggi, dove in realtà suggeriamo valori inferiori al 2%.

Non si poteva fare a meno di una buona conoscenza della morfologia dei fondali, ma qui il sistema di barre si sposta in continuazione al variare del moto ondoso, e le carte nautiche francesi precedenti l’invasione tedesca non erano sufficienti. Se i tedeschi le avevano non le passavano certamente al nemico, e, d’altra parte le carte nautiche sono state soggette a segreto militare o commerciale fin dai tempi delle grandi navigazioni, e chi le passava ad altri stati o a compagnie commerciali era severamente punito, anche con la pena di morte.

Che la geografia serva per fare la guerra è cosa nota da tempo; tuttavia questa affermazione divenne uno slogan, usato per denunciare come la disciplina fosse in realtà uno strumento di potere, solo dopo che il geografo francese Yves Lacoste la formulò nel suo libro del 1976 La géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre.

Anche la conoscenza della morfologia del retro spiaggia era altrettanto importante, perché una volta sulla spiaggia c’era da entrare nel territorio, superando talvolta basse dune, come a Utah beach, ma anche falesie alte 30 metri, come a Omaha beach, per poi evitare di sprofondare negli stagni e paludi dell’interno: di alcuni tratti costieri furono fatte carte geomorfologiche in scala anche 1:5.000. Anche la geologia serve per fare la guerra, e se si pensa alla ricerca mineraria, anche per promuoverla!

Lungo la costa possiamo trovare anche i resti dei due porti costruiti degli Alleati per favorire i rifornimenti; uno davanti a Omaha beach, che fu distrutto da una mareggiata pochi giorni dopo lo sbarco, e uno a Arromanches, rimasto operativo più a lungo, e di cui alcune strutture sono ancora visibili dalla spiaggia. Erano costituiti da cassoni in cemento galleggianti costruiti in Inghilterra e affondali sul posto, ma furono usate anche navi ‘a perdere’ e piattaforme ancorate sul fondale.

Alcuni degli elementi ancora visibili che formavano il porto di Arromanches e che operano oggi come pennelli (poco) permeabili o come scogliere parallele (molto) distaccate (foto di Gabriele Lami).

Sulle spiagge non mancano certo le strutture di difesa, ma non ci riferiamo ai bunker o alle casematte, bensì a scogliere radenti in massi naturali nelle zone rurali, e spesso muri paraonde nei centri abitati. Ma si trovano anche pennelli in calcestruzzo, blocchi da cava e geocontenitori, perché il nemico continua a arrivare dal mare, e la costa cerca di non arretrare: invasione o erosione impongono le stesse strategie! 

Pennello in calcestruzzo sulla spiaggia di Saint Abuin sur Mer, al confine fra Juno beach e Sword beach.
Pennello con geocontenitori sulla spiaggia di Saint Abuin sur Mer, al confine fra Juno beach e Sword beach.

Ma anche le strutture belliche si trasformano qui, come in altre coste, in opere di difesa dall’erosione. Non venivano costruite sulla spiaggia ma, dove possibile, sopra o dentro le dune, e quando l’erosione le ha portate in prima fila operano come muri paraonde e, se ormai sporgenti dalla linea di riva, come pennelli.

Bunker art sulla spiaggia di Vic sur Mer, sulla punta orientale della Penisola di Cotentin.

Se questo articolo vi è sembrato frivolo e irriverente nei confronti di coloro che su queste spiagge hanno perso la vita, certamente condannerete la bunker art, che trasforma oggetti di morte in opere d’arte. E la condanna anche la legge francese, anche quando la struttura su cui si dipinge non è classificata come monumento storico. E’ comunque possibile ottenere autorizzazioni per la realizzazione di vere opere d’arte (e non scarabocchi!) se il bunker non è classificato come bene storico, e se l’opera non risulta denigratoria dei valori della Patria e non reca oltraggio alla memoria dei morti per la Francia. Analizzando i contenuti dei murales presenti sui bunker, non ci sembra che i militanti di Dernière Rénovation (Ultima generazione francese), impegnati anche loro in una guerra, quella al riscaldamento globale, abbiano conquistato queste postazioni; ed è un peccato, perché queste strutture ben si presterebbero a mettere in evidenza i conflitti che sono all’origine della crisi ambientale, mentre così, molto spesso, sono solo tele su cui esercitarsi con un lettering urbano, bello ma qualunquista.

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