Norme e sentenze

“Incameramento illegittimo”: vittoria di un concessionario balneare contro lo Stato

Il lido La Playa di Pescara continua a restare in mano agli attuali titolari: è l'esito di una battaglia legale durata 16 anni

Storica sentenza della Corte d’appello dell’Aquila, che ha riconosciuto a un concessionario demaniale di Pescara la titolarità del suo stabilimento balneare, annullando l’incameramento da parte dello Stato. Si tratta dell’esito di una battaglia legale durata ben 16 anni e terminata con una piena vittoria per Lorenzo e Sandro Lemme, titolari del lido “La Playa” nel capoluogo abruzzese. La sentenza crea anche un importante precedente per tutti i concessionari balneari che, in vista dell’imminente scadenza dei titoli, chiedono di abolire l’articolo 49 del Codice della navigazione che prevede l’incameramento dei beni alla scadenza della concessione poiché non ha più senso considerarli di “difficile rimozione”.

La sentenza della Corte d’appello, emessa il 20 aprile scorso, ha messo definitivamente la parola fine a un lungo e complesso contenzioso che si trascinava dal lontano 2006 tra la famiglia Lemme, l’Agenzia del demanio, il Ministero delle infrastrutture e trasporti, la Regione Abruzzo e il Comune di Pescara. Con la pronuncia n. 2004/2022 (presidente Silvia Rita Fabrizio, relatore Alberto Iachini Bellisari), la Corte d’appello dell’Aquila riconosce la «totale amovibilità delle strutture presenti in loco, con preclusione dell’operatività, nel caso specifico, dell’articolo 49 Cod.Nav», comprese quelle in muratura e su palafitta, nonché la restituzione dei canoni pagati in eccesso dal concessionario a causa dell’errata classificazione da parte dell’Agenzia del demanio, che considerava la struttura incamerata in seguito alla scadenza del titolo avvenuta nel 2007, senza riconoscere la validità delle successive proroghe.

Oltre a dichiarare che i manufatti dello stabilimento sono da considerare tutti di facile rimozione e pertanto non può essere applicato l’articolo 49 del Codice della navigazione, la Corte d’appello sottolinea anche la validità delle proroghe ex lege fino al 2020, dando così ragione agli imprenditori balneari che si erano visti incamerare i manufatti. Ma la pronuncia è importante soprattutto perché supera la distinzione tra facile e difficile rimozione, introdotta da una legge ormai vetusta rispetto alle moderne tecniche che permettono di rimuovere facilmente qualsiasi manufatto, come dimostrato dalle perizie citate nella sentenza.

Oltre che per il caso specifico, la sentenza è di notevole interesse generale in questo momento in cui il governo Draghi sta lavorando a una riforma che intende riassegnare tutte le concessioni balneari tramite gare pubbliche per adeguarsi alla sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la proroga al 2033. La pronuncia della Corte d’appello, articolata in 21 pagine e arrivata dopo molti anni di contenzioso, evidenzia infatti la complessità giuridica di ogni singolo caso riguardante gli stabilimenti balneari italiani. Per questo sarà fondamentale che l’imminente riforma venga scritta in maniera attenta e con un approccio olistico: andare a istituire le gare pubbliche delle concessioni balneari senza tenere conto dei diritti di proprietà sulle imprese private che vi sorgono sopra, e senza riformare concetti controversi come l’incameramento dei beni e la facile/difficile rimozione, rischia infatti di generare migliaia di altri contenziosi che bloccherebbero l’intero sistema turistico balneare per i prossimi dieci anni. E il paese non può certo permetterselo.

Per approfondire

© Riproduzione Riservata

Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
Seguilo sui social: