I surf reef per la difesa della costa

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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Il Narrowneck Surf Reef dal 1999 difende dall’erosione una spiaggia della Gold Coast (Western Australia) e favorisce la formazione di onde da surf.

Sappiamo quanto sia difficile progettare un’opera di difesa che sia efficace e che non provochi essa stessa l’erosione della spiaggia. Sembra quindi impossibile chiedere alla stessa struttura di assumere anche altre funzioni, ma abbiamo visto che questo viene fatto almeno con i reef artificiali per il ripopolamento ittico, anche se abbiamo detto che vi sono non pochi problemi nella loro utilizzazione. Ancor più difficile sembrerebbe avere una struttura che, oltre che difendere la costa, ci faccia anche divertire. Ebbene, questa cosa esiste; o meglio, ne esistono tante lungo le coste del mondo, anche se non sempre hanno dimostrato di assolvere bene a entrambe le funzioni. Sono i surf reef, strutture progettate in modo tale che modifichino l’onda incidente, dissipandone l’energia e dandole anche un profilo e un andamento che favoriscano il surf.

Però, per surfare al massimo l’onda, questa deve prima essere amplificata, e ciò sembrerebbe in contrasto con la nostra esigenza di ridurre l’energia che poi arriva sulla spiaggia. La concentrazione dell’energia viene ottenuta facendo convergere l’onda su di una secca a forma di V con l’apice rivolto verso il mare, ma il frangimento su questo reef determina una dissipazione dell’energia che può andare a nostro favore. Vi sono anche progetti in cui la V è rovesciata, e quindi aperta verso il mare, e vengono realizzati dove si vuole prioritariamente favorire la difesa costiera, come è stato proposto in molti tratti della costa occidentale dell’India in progetti finanziati dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo.

Ma come è possibile modificare la forma e il profilo di un’onda? Sappiamo che questo avviene naturalmente quando l’onda si avvicina alla costa e trova fondali minori. Può cambiare la geometria dall’onda, in pratica l’andamento delle creste, oppure il suo profilo, o entrambe le cose. E noi possiamo modificare la forma dei fondali per ottenere onde con caratteristiche particolari inserendo delle strutture rigide, fatte di scogli naturali, blocchi in calcestruzzo e sacchi o geocontenitori pieni di sabbia, oppure rimodellando i sedimenti del fondale. Ovviamente in quest’ultimo caso il bel gioco dura poco!

Inizialmente i surf reef sono stati pensati esclusivamente per favorire l’attività dei surfisti, cercando di avere una maggiore frequenza di onde surfabili, e ovviamente l’idea è venuta in Australia, dove il surf è più popolare di quanto non lo sia il calcio da noi.

Nel 1997 al largo di Bargara, nel Queensland, fu modificata una scogliera naturale (Burkitts Reef) spostando con mezzi meccanici, durante la bassa marea, dei blocchi di roccia che rendevano irregolare il frangimento delle onde. Anche il primo reef artificiale, realizzato nel 1999 appositamente per i sufisti a Perth (Western Australia), il Cable Station Reef, si appoggia su di una scogliera naturale sulla quale vennero collocati dei massi di granito.

Il costo di strutture efficienti, che secondo Andrew Pitt – un progettista di surf reef – dovrebbero avere almeno le dimensioni di un campo da tennis (!), è però tale che difficilmente un’amministrazione, e tantomeno un circolo di appassionati, possa permettersi di realizzarle; ma se vi si associa la difesa del litorale, il gioco è fatto!

Ecco che arriva, sempre nel 1999, il primo e più famoso surf reef del mondo, quello di Narrowneck nella Gold Coast, costruito con circa 400 geocontenitori riempiti di sabbia. Che la sua funzione principale sarebbe stata la difesa della costa intercettando i sedimenti in transito è evidente, tanto che la sua costruzione venne preceduta da un grosso ripascimento artificiale (1,3 milioni di metri cubi), non solo per espandere una spiaggia in forte erosione, ma anche per evitare di penalizzare quelle poste sottoflutto. Ma oggi è più famoso come surf reef che non come opera di difesa.

Nel 2000 fu costruito un reef analogo, ma molto più piccolo, a Dockweiler Beach (Los Angeles, California), ma i risultati non furono gli stessi: i sacchi si ruppero e non si ebbero effetti positivi né per i surfisti né per la spiaggia. Venne rimosso nel 2009.

Nel 2005 iniziò la costruzione del Mount Reef, nella Bay of Plenty (New Zealand), avente il solo scopo di migliorare le onda da surf, ma anche in questo caso i risultati non sono stati così eclatanti come quelli ottenuti a Narrowneck, anche se la spiaggia retrostante ha avuto un po’ di espansione (cosa che non era negli obiettivi del progetto).

I successi e i fallimenti dei surf reef si seguono nel tempo ed è difficile dire quali siano i più frequenti, anche perché i fallimenti finiscono in continuazione sulle pagine dei giornali, mentre i successi passano solo di bocca in bocca fra gli appassionati.

Il primo reef artificiale costruito in Europa è il Boscombe Surf Reef, sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Anch’esso formato da grossi geocontenitori riempiti di sabbia, venne inaugurato con grande ritardo nel novembre del 2009 (sembra che la ditta che lo stava costruendo avesse interrotto il lavoro per andare a realizzare i progetti in India di cui abbiamo parlato). Fu chiuso nel maggio del 2011 (neppure due anni di vita!) perché i geocontenitori si erano deformati, erano emersi ed erano diventati pericolosi, ma nel 2012 la società che lo aveva realizzato fu messa in liquidazione, cosa che condusse in un vicolo cieco il contenzioso aperto con il Bournemouth Borough Council.

Si hanno informazioni sull’efficacia e sulla durabilità di circa una ventina di surf reef costruiti nel mondo, quasi tutti in geocontenitori e circa la metà dei quali per solo scopo surfistico. Talvolta il caso è più bravo dell’ingegnere: nel 1971 a Varazze, in Liguria, vennero scaricati in mare 200.000 metri cubi di detriti derivanti dallo scavo della nuova ferrovia, nella speranza che venissero ridistribuiti lungo la costa per mitigare l’erosione. Furono spinti fino a 200 metri da riva, ma le onde hanno solo rimodellato questo lobo facendone una perfetta piattaforma da surf che richiama appassionati da tutta Italia.

Il surf reef di Varazze. A sinistra è visibile la secca costituita dai detriti derivanti dallo scavo delle gallerie ferroviarie, mentre a destra si vede come si deformano e frangono le onde incontrando questa struttura (immagini tratte da Google Earth).

La passione per il surf è cresciuta enormemente negli ultimi anni anche in Italia e la possibilità dimostrata dal fortuito caso di Varazze ha stimolato la richiesta di reef artificiali, tanto che ci si aspetta di vederli nascere come funghi lungo le nostre coste (alcuni potrebbero anche simularne la forma!). Da una tesi svolta all’Università di Genova ha preso spunto un progetto per realizzarne uno nel Golfo di Sturla, a Genova, mentre a Ventimiglia è previsto un reef che oltre a favorire la formazione di onde surfabili, dovrebbe stabilizzare un tratto di costa.

Modello numerico per lo studio di un reef multifunzionale a Ventimiglia, in cui si vede il frangimento dell’onda al suo progredire sulla struttura (immagine pubblicata per gentile concessione di Studio Sirito).

Piattaforme fatte con domi di gomma gonfiabili ancorati sul fondo e strutture semi-galleggianti a V con la punta attaccata a un palo verticale che possono ruotare per prendere le onde nel modo migliore, sono solo alcuni dei progetti che si stanno portando avanti nel mondo. Ma rimanendo con i piedi per terra (o sul mare!), la possibilità di realizzare surf reef viene presa in seria considerazione sia da chi il surf lo pratica, e quindi proposta dai surf club, sia dagli operatori economici della costa, perché questa attività consente di prolungare la stagione turistica. Anzi, in genere il surf da noi non si fa in piena estate, quando mancano le onde, e quindi non confligge con la tradizionale attività balneare. Si osserva inoltre che dove si affollano i surfisti si fermano anche i curiosi, favorendo l’attività prolungata anche alle piccole strutture per la ristorazione presenti lungo la costa.

È vero che in genere i surfisti non sono degli spendaccioni, ma sono certamente degli ospiti molto attenti all’ambiente e possono aiutare a sviluppare un turismo più sostenibile. Non diventeremo tutti australiani, ma una diversificazione delle attività che si possono svolgere lungo la costa aiuterà nella gestione di questa fascia del nostro territorio che, a causa dell’erosione costiera, non potrà più vivere di soli ombrelloni.

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