Attualità

I balneari non sono contrari all’aumento dei canoni

Le cifre sono ancora basse per la stragrande maggioranza dei concessionari, e il tema è molto più complesso rispetto a come lo dipingono alcuni media generalisti.

I titolari degli stabilimenti balneari non sono contrari all’aumento dei canoni, che il Ministero delle infrastrutture nei giorni scorsi ha deciso di alzare del 25% per il 2023, ma chiedono una riforma del settore che stabilisca dei criteri più equi. Per quanto si tratti di una percentuale importante rispetto alle esigue variazioni del passato (i canoni balneari, infatti, sono soggetti ogni anno all’adeguamento degli indici Istat sull’inflazione), in soldoni si tratta di cifre più che abbordabili per la stragrande maggioranza dei lidi. Per questo, la categoria in generale non si oppone affatto all’aumento del 25%, al contrario di quanto hanno affermato alcuni faziosi articoli dei media generalisti. Il problema, piuttosto, è nelle modalità con cui i canoni continuano a essere calcolati: infatti, ad oggi si tratta di cifre generalizzate per tutte le concessioni demaniali della penisola, che non tengono conto della valenza turistica dei territori né degli introiti delle aziende che vi insistono sopra. Di conseguenza, tra i balneari c’è chi paga poco, c’è chi paga il giusto e c’è anche chi paga troppo; e perciò da anni le associazioni di categoria chiedono a gran voce un riordino dei canoni, dichiarandosi disposte ad affrontare aumenti anche più considerevoli, ma nell’ambito di una riforma che stabilisca dei range di costo in base all’effettiva redditività dell’area oggetto di concessione. Tra gli aumenti generalizzati dei canoni, infatti, sono rientrati non solo gli stabilimenti balneari – per i quali la cifra è ininfluente rispetto agli introiti – ma anche i titolari di concessioni a uso abitativo e no profit: si tratta di realtà come per esempio le scuole di beach volley e i privati cittadini con una semplice boa o un vialetto d’accesso sul demanio marittimo, per i quali invece l’aumento del 25% è considerevole ed esagerato.

A rendere bene l’idea della posizione della categoria è Maurizio Rustignoli, presidente dell’associazione Fiba-Confesercenti: «Noi balneari non siamo contrari a rivedere gli importi dei canoni, che in media sono di 8-10 mila euro all’anno e sono bassi, lo riconosciamo. Ma va fatto con un intervento organico e un metodo che preveda la giusta valutazione delle spiagge, classificandole in base alla redditività e dando un valore corretto al metro quadro: così lo Stato valorizzerebbe il proprio bene». Altrettanto propositiva è Vittoria Ratto dell’associazione Italia Balneare, la quale affianca il tema dei canoni a quello del riordino delle concessioni, che il governo Meloni dovrà completare dopo che la legge sulla concorrenza voluta dal premier Draghi ha imposto la scadenza dei titoli al 31 dicembre 2023: «Siamo favorevoli all’applicazione di canoni anche più alti, ma a patto che lo Stato ci restituisca la certezza e la continuità del nostro lavoro», afferma Ratto. «Occorre lavorare su un doppio binario, mettendo a gara solo le spiagge attualmente libere e lasciando le concessioni in essere agli attuali titolari. Anche perché il mercato non è fermo come qualcuno vuole far credere, dal momento che ci sono continuamente acquisti di stabilimenti balneari in vendita. Ma non si può togliere così il lavoro a migliaia di oneste famiglie».

Sul tema dei canoni c’è poi un altro aspetto da tenere in considerazione, ovvero che i concessionari balneari pagano semplicemente ciò che è sempre stato chiesto loro dallo Stato. Le attuali cifre non sono dunque un “privilegio di casta”, dal momento che è lo Stato a non avere mai voluto alzarle. E non si è mai visto un inquilino che chiede al proprietario di aumentargli l’affitto, anche se ritiene di pagare poco. Sono dunque le istituzioni nazionali, e non i balneari, le responsabili di questa situazione congelata da molti decenni. Inoltre, il discorso è molto più complesso rispetto a come viene fatto dai media generalisti e nelle chiacchiere da bar: con i canoni, infatti, lo Stato ha deciso di stabilire non delle cifre basse, bensì degli importi calmierati in base agli adempimenti di cui migliaia di privati imprenditori si fanno carico al posto del pubblico. Questo perché i concessionari balneari hanno l’obbligo di tenere le spiagge pulite e di garantire il servizio di salvataggio per tutti coloro che si fanno il bagno (anche se non sono ospiti degli stabilimenti), spendendo decine di migliaia di euro all’anno per gli stipendi dei marinai di salvamento e per le tasse sui rifiuti, che vengono calcolate sull’intera area in concessione e per tutto l’anno, nonostante si tratti di imprese stagionali e nonostante i balneari non siano responsabili per i cumuli di materiale spiaggiato durante le mareggiate invernali, che sono trattati come rifiuto speciale con notevoli costi di smaltimento (che si sommano a quelli estivi delle macchine puliscispiaggia e del carburante per alimentarle). In sostanza, lo Stato ha deciso di stabilire dei canoni bassi, ma obbligando i concessionari a farsi carico di altri costi che altrimenti graverebbero sulla collettività, oppure che non sarebbe riuscito a garantire (basta guardare lo stato di sporcizia in cui si trovano molte spiagge libere in Italia). Per questo, pur senza negare che i canoni balneari restano comunque generalmente bassi, occorre tenere conto che, se si vuole fare un discorso competente e obiettivo, il tema non può essere affrontato in modo isolato, bensì va affiancato a tutte le altre spese obbligatorie per legge che affrontano i balneari. Lo stesso, per esempio, non accade in Spagna, il paese più simile all’Italia in termini di sviluppo di turismo e imprese balneari: lì i canoni delle spiagge sono molto più alti rispetto alla nostra penisola, ma le amministrazioni pubbliche si fanno interamente carico degli stipendi dei bagnini di salvataggio (che sono dipendenti comunali) e della pulizia dei litorali (con le macchine puliscispiaggia dei Comuni che passano ogni mattina a pulire tutte le spiagge di competenza).

Infine sul tema dei canoni, sempre se si vuole affrontarlo in maniera onesta e completa, bisogna tenere conto di alcune anomalie fiscali che riguardano nello specifico la categoria dei balneari (ovvero l’Iva al 22%, mentre per tutte le altre imprese turistiche è al 10%, e l’Imu sui manufatti, nonostante siano sul demanio) e delle addizionali regionali e comunali che di fatto raddoppiano l’importo del canone statale. In sostanza i canoni non possono essere l’unica cifra presa come riferimento per puntare il dito contro i concessionari, dal momento che il discorso, come abbiamo visto, è molto più complesso rispetto alle generalizzazioni che vengono fatte su alcuni media e con le chiacchiere da bar o via social.

© Riproduzione Riservata

Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
Seguilo sui social: