Falce e pennello. Storia di Rosignano Solvay tra lotta sindacale e difesa dei litorali

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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rosignano solvay spiaggia
La spiaggia di Pietrabianca (Rosignano Solvay, Livorno) con alle spalle lo stabilimento della Solvay.

La storia della difesa dei litorali in Italia, come in altre parti del mondo, è piena di aneddoti. Talvolta ricordano errori nella progettazione o nell’esecuzione di opere marittime, altre volte lotte furibonde fra chi si avvantaggiava e chi veniva penalizzato da un progetto, altre ancora raccontano gli ingenui tentativi di opporsi alla forza del mare con mezzi di fortuna; ma ce n’è uno che poteva riguardare solo l’Italia, e che sorprende i ricercatori stranieri quando ne vengono a conoscenza. È stato pubblicato anche sulla rivista scientifica Journal of Coastal Research, da cui sono tratte alcune righe di questo articolo.

Il fatto avvenne a Rosignano Solvay, un paese sulla costa livornese nato come insediamento industriale ai piedi della collina dove si trova l’antica Rosignano Marittimo. Come spiegato in un precedente articolo della rubrica “Granelli di sabbia”, sono molti in Toscana i borghi il cui toponimo ha come estensione “marittimo” che però non furono fondati sulla costa, bensì sulle prime colline prospicienti il ​​mare, per motivi di difesa contro nemici, pirati e malaria. Erano gli insediamenti più marittimi della Toscana!

Ebbene, il signor Ernest Solvay, un chimico e industriale belga, decise che questa fascia costiera era adatta per ospitare una fabbrica di bicarbonato di sodio, essendo molto vicina alle miniere di sale e alle cave di calcare. Inoltre l’acqua era abbondante e il mare e la ferrovia permettevano spedizioni a buon mercato. Solvay era, come si usa dire, un industriale illuminato, e accanto allo stabilimento chimico costruì le case per i dipendenti (uno, due, quattro, otto appartamenti a seconda del livello del lavoratore), una chiesa, un ospedale, un teatro, un cinema e anche un campo da calcio!

La produzione della Soda Solvay®, con un procedimento da lui inventato e che porta ancora il suo nome, comporta la formazione di nuovi granelli di carbonato di calcio, che qui vengono scaricati in mare attraverso il Fosso Bianco.

Schema semplificato del flusso litoraneo delle sabbie carbonatiche immesse in mare dalla Solvay (immagine satellitare tratta da Google Earth).

L’attività dello stabilimento Solvay iniziò nel secondo decennio del 1900 e, nei momenti di massima produzione, venivano scaricati in mare circa 300.000 metri cubi di sedimenti bianchi all’anno (la media dalla fine della seconda guerra mondiale e gli anni ’70 è stata di 180.000 metri cubi all’anno). Circa il 50% di questo volume era costituito da granuli più fini di 63 micron (il limite inferiore della sabbia) che si disperdevano al largo in sospensione, ma che si depositavano anche sull’antistante prateria di Posidonia oceanica, provocandone la morte. La frazione più grossolana si spostava invece lungo la costa andando ad alimentare in prevalenza le spiagge poste più a sud, che crebbero molto velocemente, tanto che a Vada, posta a tre chilometri dal punto di scarico, le case più vicine al mare hanno le fondazioni sulla sabbia bianca.

Ma a Vada c’è anche il pontile Vittorio Veneto da cui la Solvay spediva i propri prodotti, e che s’insabbiava in continuazione. Nel 1947 venne costruita una scogliera obliqua radicata a terra, non solo per proteggere l’attracco dai mari di nord-ovest, quanto soprattutto per interrompere il flusso sedimentario; ma poco dopo la sabbia cominciò ad aggirarne la punta, tanto che nel 1970 l’opera dovette essere prolungata. La spiaggia di Vada, che si era accresciuta grazie agli “scarichi industriali”, entrò invece in erosione e iniziarono a crescere le strutture di difesa, per lo più scogliere parallele.

Per fermare la sabbia, nel 1964 venne costruito un vero e proprio pennello a Pietrabianca, a metà strada tra lo sbocco del Fosso Bianco e il pontile, ma anche questo si riempì molto rapidamente e nel 1969 venne allungato di 80 metri, portando alla formazione di una spiaggia di sabbia fine e bianchissima larga un centinaio di metri. Anche in questo caso la costa posta sottoflutto entrò in erosione, anche se bisogna dire che in realtà la spiaggia, ampliatasi grazie allo straordinario apporto artificiale, stava riacquistando la sua forma naturale.

Il pennello di Pietrabianca
Il tratto di litorale di Pietrabianca in erosione posto sottoflutto.

La popolazione locale chiese agli amministratori comunali e provinciali il taglio del pennello, ma gli interessi di chi aveva costruito la “nuova città” erano assai più forti. I lavoratori della Solvay sono fieri del proprio lavoro ma amano molto di più la propria costa, e da qui parte il nostro aneddoto.

Quegli anni erano ancora politicamente piuttosto caldi, e questa parte della Toscana era (ed è) per lo più orientata a sinistra, con sindacati e “compagni” molto attivi e con una coscienza ambientale già ben sviluppata. In un’assemblea dei lavoratori della Solvay, il 31 maggio 1983, gli obiettivi della lotta sindacale furono elencati in un documento:

  • aumento del salario;
  • salute in fabbrica;
  • accorciamento del pennello del pontile Vittorio Veneto e demolizione di quello a Pietrabianca (…!)

Per prevenire l’insabbiamento del porto, il documento suggeriva l’installazione di un sistema di by-pass; aggiungendo: «Purtroppo finora ha prevalso, anche negli studi della Provincia, il punto di vista della Soc. Solvay, che preferisce salvaguardare il porto di Vada attraverso strutture fisse (molto costose per la collettività) anziché con adeguati interventi di manutenzioni (costosi per l’azienda)». Per quanti porti si potrebbe dire la stessa cosa?

La lettera di trasmissione del documento del Comitato di fabbrica alla Provincia di Livorno
Il punto del documento in cui si affrontano i problemi dell’erosione costiera

Gli operai chiedevano inoltre la realizzazione un sistema di by-pass su una diga, costruita dalla Solvay sul fiume Fine alla fine degli anni ’50, che interrompe il trasporto di sedimenti verso la costa. Per proteggere il litorale, tutta la popolazione di Vada si unì alla lotta dei lavoratori e venne anche fatto un blocco stradale sull’Aurelia (SS 1).

Il documento del comitato di fabbrica venne inviato anche alla Provincia di Livorno, che in quegli anni si occupava della difesa del litorale e che promosse degli studi per approfondire il problema. Questi consentirono di capire perché l’estensione di soli 80 metri dell’originario pennello di Pietrabianca lungo 230 metri avesse inasprito così tanto l’erosione costiera sottoflutto: si scoprì che il pennello era stato esteso fino a raggiungere il bordo di un canale che taglia una piattaforma rocciosa (le cosiddette “beach rock“) e i sedimenti che si muovono lungo la costa, quando arrivavano alla punta della struttura, invece di superarla (la profondità dell’acqua non è così alta) cadevano nel solco e venivano diretti verso il largo.

Un accordo tra la Solvay e le amministrazioni locali portò al taglio degli ultimi 40 metri del pennello, per ristabilire un minimo di trasporto sedimentario. Ma perché non si giunse a una completa eliminazione dell’opera, come chiedevano i cittadini? La Solvay scarica in mare i sedimenti dal 1920, quando le normative ambientali non erano così stringenti come quelle di oggi, e questo tesoro di sabbia, che potrebbe alimentare la costa di Vada, potrebbe contenere inquinanti che è meglio rimangano intrappolati qui, poiché una decontaminazione di tutti i sedimenti sarebbe impensabile. Nonostante ciò, questa ampia spiaggia bianca è molto frequentata, essendo l’unico litorale “caraibico” presente in Italia, tanto che le agenzie pubblicitarie vengono qui a realizzare i loro spot su costumi da bagno, sapone e creme solari… portando le palme da casa!

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