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Discutibile e scioccante il niet del Consiglio di Stato alla proroga delle concessioni balneari

I giudici hanno emesso una sentenza inquietante, che prevarica le prerogative del parlamento

La recente sentenza del Consiglio di Stato che ha bocciato la proroga di un anno delle concessioni demaniali marittime va a mio avviso molto al di là della questione balneare. Infatti ritengo che siano discutibili e scioccanti le osservazioni dei giudici per quel che riguarda i più elementari principi costituzionali e gli equilibri tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e di cui nessuno parla. Il tutto riguardante una questione che non è meramente giuridica, poiché per le aziende del settore va a toccare il lavoro di una vita.

Già nella sentenza in adunanza plenaria di novembre 2021, il Consiglio di Stato non si limitò a disquisire su temi di natura giuridica, ma fondamentalmente si sostituì in modo sostanziale al legislatore dettando regole che non erano di sua competenza e affermando tra l’altro, a titolo esemplificativo, che qualsiasi proroga approvata in futuro dal parlamento avrebbe dovuto essere disattesa da tutti i funzionari pubblici. Come a dire: “quello che fa il parlamento in Italia non conta nulla”. Contemporaneamente, pur contestando l’istituto della proroga, il Consiglio di Stato si arrogò il diritto di stabilire esso stesso una proroga delle concessioni al 2023, chissà in base a quali principi o ragioni.

Come se non bastasse, dopo quella prima sentenza ne è arrivata una seconda davvero inquietante. Radunandosi in camera di consiglio il 16 febbraio scorso, ovvero otto giorni prima dell’approvazione del decreto milleproroghe che contiene tale norma, il Consiglio di Stato ha in sostanza preannunciato la disapplicazione della proroga di un anno da parte di tutti gli organi dello Stato! Si tratta dunque di una sentenza su un provvedimento legislativo non ancora approvato, ma già con l’indicazione di disapplicarlo. Sicuramente i giudici hanno dimostrato una grande capacità di predire il futuro, oltre che di delegittimare e umiliare l’azione del massimo organo legislativo del nostro paese, ovvero il parlamento.

Non serve essere dei costituzionalisti per capire che al di là della questione balneare, ci troviamo di fronte a uno scontro violento tra poteri dello Stato, con il tentativo da parte di certi giudici di sostituirsi a chi invece è preposto a fare le leggi, prevaricandone le prerogative. Dunque cosa aspetta oggi il parlamento, che è palesemente sotto attacco, a impugnare questa sentenza? Basterebbe riprendere il ricorso che l’attuale presidente del consiglio Giorgia Meloni presentò con determinazione in Corte costituzionale durante la precedente legislatura, ma che fu rigettato perché non avente titolo a presentarlo.

Davanti a un fatto così grave, anche la questione balneare per noi così importante passa in secondo piano. Qui ci sono in ballo il rispetto della divisione dei poteri e l’autonomia legislativa del parlamento, che rappresenta la massima espressione della democrazia del nostro paese. Auspico dunque un intervento deciso dei presidenti della Camera Lorenzo Fontana e del Senato Ignazio La Russa in Corte costituzionale per far annullare queste sentenze.

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Fabrizio Licordari

Presidente di Assobalneari Italia - Federturismo Confindustria