In questo granello di sabbia, e in quello del prossimo mese, parleremo di pennelli, ma non vorrei che ciò fosse considerato come uno spot pubblicitario a favore di queste strutture, di cui ho scritto tutto il male possibile. Però esistono e non bisogna tapparsi gli occhi, e poi… qualche volta funzionano!
I pennelli sono forse l’opera di difesa costiera più intuitiva, dopo le semplici file di massi poste davanti ai terreni aggrediti dalle onde. Immagino che qualcuno, nell’antichità, dopo aver lasciato la propria canoa sulla battigia, si sia accorto che da un lato si accumulava la sabbia mentre dall’altro tendeva a mancare; oppure fu osservando come cambiava l’arenile ai lati di un tronco spiaggiato, che scoprì l’esistenza del trasporto litoraneo dei sedimenti e il modo di intercettarlo a proprio vantaggio. Ci piace immaginare che l’idea dei pennelli sia nata così, e che poi si sia evoluta con successive sperimentazioni, anche se è probabile che ciò sia avvenuto lungo un fiume e che le prime applicazioni di queste strutture fossero finalizzate a fermare l’erosione di sponda sulle anse fluviali.
Non sappiamo esattamente con cosa fossero costruiti i primi pennelli, ma le più antiche rappresentazioni, in particolare quelle sui fiumi, vedono utilizzati pali e assi di legno e una gran quantità di fascine e fibre vegetali, intessute nei diversi modi per dare loro maggiore resistenza. I più antichi ‘marittimi’, di cui si ha notizia, sono quelli fatti sulle coste del Belgio e dei Paesi Bassi, dove non vi sono cave di rocce in prossimità del mare, ed è naturale che si ricorresse al legno, materiale ancor oggi molto utilizzato sulle coste del Nord Europa, sia per le strutture impermeabili, sia per quelle permeabili.
Quelli disegnati sulle carte topografiche che vanno dal XVI al XVIII secolo non sono costituiti da una fila di pali o di tavole, bensì da configurazioni più complesse, dove il legno, oltre che elemento strutturale, ha anche la funzione di contenere del pietrame di piccole dimensioni che va a rafforzare la struttura. Come scritto in un precedente Granello di sabbia, un’eccellente descrizione ce la dà Seutter nella carta di Ostenda del 1734: Cistae ligneae lapidibus repletae, ossia casse di legno piene di pietre. I pennelli sono stati posti alla base della cinta muraria che, probabilmente, era stata scalzata dall’erosione indotta anche dalla riflessione delle onde. Avere davanti un’ampia spiaggia, dove le onde possano dissipare la propria energia, era evidentemente una cosa considerata positiva anche all’epoca.

Ma abbiamo anche una rappresentazione più antica, seppur non altrettanto dettagliata, di simili pennelli posti a difendere i lidi che chiudono la Laguna veneta su una carta del XVI secolo; anche questa già nota a chi ci segue. Qui vengono definiti ‘palificate’, ma con lo stesso nome a Venezia sono indicate anche le file di pali paralleli alla costa che trattengono un riempimento di sassi; quindi il nome indicava lo schema costruttivo, non la sua funzione.

Questi pennelli dovevano avere avuto grande successo perché si espansero in molte coste dell’Europa, e anche in Sud America, come dimostra una carta di Callao (Perù) del 1728. Sembra che da allora non siano mai stati abbandonati, anche se certamente qualcosa è cambiato nel loro riempimento: vi possiamo trovare terra, pietre e sacchi di iuta pieni di sabbia, e questi hanno radici antiche, ma anche sacchi di plastica, di cui non abbiamo trovato una traduzione in latino (plastica repletae?).
Pennelli di questo tipo si trovano ormai in molti paesi, e forse l’Antartide è l’unico continente a non averne (!); ma stanno lasciando rapidamente il posto a strutture in scogli naturali, calcestruzzo, palancole metalliche, geocontenitori, elementi prefabbricati e … pneumatici usati, come vedremo.




Oggi si possono costruire rapidamente con un battipali, operando sia da terra, montandolo su un escavatore, o da mare, su un pontone, e il volume di materiali da portare sulla spiaggia è modesto, se vengono intasati con sacchi di geotessuto anti UV e viene concesso il prelievo della sabbia in loco per il loro riempimento (cosa non scontata!).
Ovviamente sono strutture soggette a un rapido degrado e di non facile riparazione. Considerarle ‘green’ solo perché impiegano il legno sarebbe una forzatura e, anzi, bisogna dire che le pareti verticali e lisce sono estremamente riflettenti, tanto che la loro risposta idrodinamica non è diversa da quella dei pennelli in calcestruzzo o costituiti da palancole metalliche, ma… forse sono più piacevoli alla vista!
A chi volesse approfondire le conoscenze sulle antiche tecniche di costruzione di difese costiere in legno suggeriamo il testo di Marco Piccardi “Coastal management: lands, lagoons and sea. Naturalistic, mixed and hard engineering from Venice to Friesland in medieval and modern times”.
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