Atolli corallini e altre meraviglie (e orrori) dei mari tropicali

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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Non sono gocce d’acqua su di un vetro blu, bensì gli atolli e le altre isole coralline delle Maldive (immagine Landsat 7 ETM+; NASA – USGS)

Quando si dice che l’unione fa la forza, si pensa sempre alla collaborazione fra essere umani, talvolta fra animali e quasi mai fra piante. Ma in natura le forme di collaborazione sono infinite e prendono diversi nomi (socialità, simbiosi, mutualismo) e ce n’è una che ha cambiato la faccia della Terra: è la simbiosi fra degli animaletti microscopici e delle piante che quasi non sembrano piante. I primi sono costituiti dai coralli e le seconde da alghe unicellulari in grado di fare la fotosintesi clorofilliana: insieme costruiscono le barriere coralline, gli atolli e tutte le altre formazioni che rendono affascinanti i mari tropicali, per non palare delle nostre Dolomiti, che un tempo formavano una piattaforma carbonatica non molto diversa dalla Grande Barriera Coralline dell’Australia.

Ma sono gli atolli le isole più strane, sulla cui formazione hanno discusso generazioni di geologi, per scoprire che Darwin era arrivato prima di tutti… come al solito!

Quando Rigobert Bonnè (1788) disegnava le carte delle isole coralline del Pacifico nell’Atlas encyclopédique, ancora non si sapeva come si fossero formati gli atolli. Bisognerà aspettare la spiegazione di Darwin del 1842.

La stranezza risiede nel fatto che le alghe, per fare la fotosintesi, devono ricevere la luce del sole, e a 3000 metri di profondità c’è il buio più assoluto. Ma la cosa che rende tutto ancora più complesso è che, oltre alle scogliere che emergono dal mare, se ne trovano altre, alcune vive e alcune morte, a diverse profondità.

La soluzione al problema la propose Darwin, ipotizzando che tutti avessero origine da scogliere coralline che orlavano vulcani cresciuti dal fondo del mare fino a emergere. I vulcani sono piuttosto pesanti e la crosta oceanica sprofonda via via che questi si accrescono, ma il continuo accumulo di lava compensa questo sprofondamento e i coralli continuano a svilupparsi sui fianchi sommersi del vulcano fino alla profondità alla quale arriva la luce, circa 60 metri (zona fotica).

Il modello proposto da Darwin per la formazione degli atolli corallini.

Quando il vulcano perde la propria alimentazione lo sprofondamento continua, perché la risposta della crosta terrestre non è immediata. Ebbene, i coralli continuano a costruire la scogliera, mantenendosi sempre in prossimità della superficie. Se il vulcano sprofonda di 1000 metri, loro costruiscono un edificio di pari altezza.

La più bella dimostrazione della teoria di Darwin è venuta negli anni ’50 da una perforazione effettuata in un atollo delle Isole Marshall, dove la roccia vulcanica è stata trovata sotto a uno spessore di oltre 1400 metri di corallo morto.

Per capire il motivo per il quale i vulcani smettono di eruttare bisogna aspettare il 1912, con la teoria della deriva dei continenti, o meglio ancora gli anni ’60, con quella della tettonica a zolle, per la quale anche la crosta oceanica scorre sopra al mantello e passa sopra a dei punti di risalita di materiale più caldo (hot-spot) sui quali si sviluppano i vulcani. Ma superato quel punto, il vulcano non viene più alimentato e comincia a sprofondare. Il punto caldo potrà dare origine a un altro vulcano e poi a un altro ancora, che troveremo tutti allineati a tracciare il percorso fatto dalla crosta oceanica.

Ma la vita dei coralli non è semplice: non ci sono solo i vulcani che sprofondano, c’è anche il livello del mare che varia in continuazione! Quando scende, non è un problema: possono continuare a costruire più in basso, magari con la tristezza di vedere morire le vecchie colonie che rimangono al secco. E un corallo triste è veramente triste! Non sto scherzando: una scogliera corallina che ha perso i suoi colori e le sue forme, e diventa una superficie rugosa e grigiastra, è veramente triste.

Ben più drammatico è l’innalzamento del livello del mare se avviene rapidamente (come, d’altra parte, un rapido sprofondamento del vulcano). Anche se una singola colonia riesce a costruire in altezza per diversi centimetri all’anno, la scogliera nel suo insieme non s’innalza più di un centimetro e il mare può essere molto più veloce.

In un precedente “Granello di sabbia” abbiamo visto che 18-20.000 anni fa il livello del mare era circa 130 metri più basso rispetto a quello attuale, e che in certi momenti la risalita era tale che in una generazione (umana e non dei coralli!) poteva sollevarsi anche di un metro, sommergendo villaggi e campi coltivati; da qui i molti miti del diluvio universale. In questo periodo alcune scogliere coralline, pur arrancando per tenere il passo con l’innalzamento del livello del mare, vennero sommerse a tal punto da non ricevere più la luce solare e quindi dovettero morire: le troviamo come scogliere fossili sui fondali oceanici (le chiamiamo give-up reef, cioè “che hanno abbandonato”). Altre, pur non avendo la stessa velocità del mare, riuscirono a rimanere sempre nella zona fotica e quando il sollevamento eustatico rallentò (circa 6000 anni fa) ebbero la possibilità di raggiungere la superficie, o lo stanno facendo tutt’ora (catch-up reef, “che hanno raggiunto il livello”). Le più efficienti sono cresciute in modo tale da rimanere sempre in prossimità della superficie del mare (keep-up reef, “che hanno tenuto il passo”).

Ovviamente i coralli non costruiscono solo gli atolli: dove vi è un substrato duro e le condizioni ambientali favorevoli (acqua trasparente e la cui temperatura non scende mai sotto ai 20°C), fanno a gara per conquistare ogni spazio possibile. Sul bordo delle coste rocciose costruiscono delle piattaforme anche molto estese, le scogliere di frangia (fringing reef), che sono una gioia per chi vuole ammirare questo mondo senza avventurarsi in mezzo al mare!

Piattaforme simili si sviluppano anche sui bassi fondali lontano da riva, con tavolati che di fatto sono isole semi-affioranti, dove si insediano anche delle comunità di pescatori, come sulle Abrolhos (Western Australia), sempre esposte a onde di tempesta, uragani e tsunami; per non parlare dell’innalzamento del livello del mare: e qui l’alleato principale è proprio il corallo, che deve darsi da fare per tenere il passo (keep-up!).

L’arcipelago delle Abrolhos, circa 60 km al largo di Geraldton, costituito dalle formazioni coralline più meridionali dell’Oceano Indiano.

Su una di queste isole avvenne uno dei naufragi più famosi e tragici della marineria, quando nel 1620 la Batavia della Compagnia delle Indie, portata fuori rotta dallo skipper con un piano per impossessarsi del suo carico di oro e argento, s’incagliò sul reef. A questo seguirono spedizioni alla ricerca di aiuto, ammutinamenti, guerre fra bande e carneficine in cui non furono risparmiate donne e bambini. Un piccolo fortino, costruito dai fedeli del comandante con blocchi di corallo, è la più antica struttura europea presente oggi in Australia!

Ma la formazione corallina più impressionante è data dalla Grande Barriera Corallina, che corre lungo la costa nord-orientale dell’Australia, dalla quale è separata da un braccio di mare che varia da 1 a 240 km. In certi punti quasi la tocca! Non è una struttura unica, bensì un’infinità di barriere e isole che si sviluppano per oltre 2200 km e il loro substrato è costituito da una antica pianura costiera e da alcune basse colline sommerse a seguito dell’innalzamento del livello del mare. Ma le vicende geologiche sono più complesse e in profondità si trovano coralli ben più antichi.

Non è certo il momento migliore per farci venire la voglia di viaggiare, e basterebbe guardare uno dei mille film girati nei mari tropicali per tuffarsi, con il pensiero, in una laguna blu; ma intanto sfruttiamo questo tempo per saperne di più, perché (e queste poche righe non bastano!) “viaggiare informati” non dà solo sicurezza, ma consente anche di apprezzare di più tutto quello che ci passa davanti agli occhi.

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