Per difendere la spiaggia i balneari non scavano trincee, ma costruiscono argini di sabbia che dovrebbero opporsi alle onde delle mareggiate invernali. Ma se si apre un nuovo fronte da terra, che succede? Lo abbiamo visto il 19 ottobre scorso lungo la costa romagnola, in particolare su un tratto di oltre un chilometro a Bellaria Igea Marina: l’acqua piovuta sul centro abitato, invece che defluire verso il mare, è stata trattenuta da questi argini formando una lunga laguna costiera. Lidi e bar sono stati allagati, con danni piuttosto rilevanti.

I bulldozer che pochi giorni prima costruivano l’argine artificiale, sono stati richiamati per aprire dei varchi dai quali far defluire l’acqua in mare. Ma il danno si era ormai consumato.
Con il cambiamento climatico, anche queste strategie belliche dovranno essere riviste. I dubbi relativi alla costruzione degli argini sono noti: l’abbassamento del profilo della spiaggia sul lato mare, raschiando anche sui fondali più vicini a riva, fa sì che le onde risalgano più facilmente e raggiungano con maggiore frequenza ed energia la difesa, che è costruita con materiali non compattati e che franano all’arrivo della prima onda. Alla fine non si sa se il vantaggio di un debole argine compensi gli effetti negativi di un’onda che può risalire con più intensità. Nessuno studio in merito è stato fatto, ma i gestori degli stabilimenti balneari ripongono una grande fiducia nella duna invernale, tant’è che questa pratica si sta diffondendo lungo tutta la penisola.
Altri problemi sono stati sollevati sul pericolo che le dune artificiali favoriscano un tratto di spiaggia a dispetto di quelli adiacenti, ed è forse anche per questo che se ne fanno di lunghissimi, senza nessuna interruzione; e quando servirebbe un varco, viene fatto in emergenza.
Alcune regioni, come per esempio la Liguria, l’Emilia-Romagna e le Marche, hanno regolamento questa pratica e definiscono le caratteristiche dell’argine e le modalità di realizzazione; nelle altre, invece, in teoria la duna dovrebbe essere proibita, ma nessuno controlla. Certo è che, in alcune località, le nuove strategie dovranno tenere conto anche dell’acqua che arriva da terra, forse costruendo argini sfalsati con varchi protetti da altri segmenti. Questo permetterebbe anche a chi vuole camminare lungo la battigia di arrivarvi senza dover scalare una montagna di sabbia, non aggirabile perché lunga anche qualche chilometro, come molte presenti in inverno sulle nostre spiagge. Laddove l’ampiezza dell’arenile con consentisse un duplice allineamento, potranno essere trovate forme più articolate.

Quanto successo lungo la costa romagnola dovrebbe fare riflettere, in quanto il danno potrebbe colpire non solo chi ha costruito l’argine, ma anche chi ha beni posti all’interno, che potrebbe chiedere un risarcimento. Quello che è certo è che l’esigenza di innalzare il piano di calpestio delle strutture turistico-balneari si fa sempre più urgente, non solo per adattarsi all’innalzamento del livello del mare, ma ora anche per limitare i danni causati dalle alluvioni provenienti da terra. Emblematico è proprio l’esempio di Bellaria Igea Marina, dove le nuove strutture balneari (stabilimenti e bar) che sono state innalzate rispetto al livello dell’arenile non hanno subito danni.

In una recente tavola rotonda sulle spiagge nel 2100, organizzata da Mondo Balneare nell’ambito della fiera InOut di Rimini, si è parlato proprio di come faranno i lidi ad adattarsi all’innalzamento del livello del mare. Dove non potranno arretrare, certamente dovranno innalzare le proprie strutture. E perché non cominciare a farlo subito?
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