Ormai siamo abituati al fatto che gli scienziati fanno di tutto per reprimere la nostra fantasia: dal dimostrare che Babbo Natale non può consegnare in 24 ore i regali a tutti i bambini della Terra, neppure sfruttando le differenze di fuso, che porterebbero la sua giornata lavorativa a 31 ore (sindacato permettendo!), a demolire la credenza che dove l’arcobaleno tocca il suolo si trovino pentole piene di monete d’oro, perché ci dicono che di quei punti ce n’è un numero infinito, dipendendo dalla posizione dell’osservatore… e poi non si raggiungono mai! Ma che la Laguna blu, dove Brooke Shields faceva il bagno (…sì, mi dicono che ci fosse anche un certo Christopher Atkins, ma io non l’ho visto!), sia un falso geomorfologico, non posso perdonarglielo.
Secondo la definizione più accreditata (Emery e Stevenson), le lagune costiere sono aree di acqua relativamente bassa che sono state parzialmente o totalmente separate dal mare dalla deposizione di uno spit o di una barrier (che per gli anglosassoni è sinonimo di spiaggia), costruiti sopra il livello dell’alta marea dall’azione delle onde. Quindi, quegli specchi d’acqua blu delimitati da barriere coralline non sono vere e proprie lagune, e Brooke Shields nuotava in una pozzanghera tropicale!
Perciò quella di Maracaibo in Venezuela, che è considerata la più grande del mondo, sarebbe una laguna solo in una piccola porzione effettivamente chiusa da due lingue di sabbia, mentre la sua maggiore estensione è delimitata da promontori rocciosi. Ci perderemo anche quella di Sao Martinho do Porto, perfettamente circolare grazie al fatto che le onde vi entrano solo da uno strettissimo varco fra due speroni rocciosi, dove la diffrazione genera onde circolari.
Nonostante queste limitazioni, si calcola che le lagune orlino il 13% delle coste del mondo. Ma ha senso differenziare queste forme costiere apparentemente così uguali? Sembrerebbe di sì, perché avere il collegamento con il mare delimitato da materiale non consolidato, come sono i sedimenti costieri, consente alla “bocca di laguna” dei comportamenti altrimenti impossibili: primo fra tutti quello di cambiare posizione; ma non solo questo.
Ripartiamo quindi dall’analisi degli specchi d’acqua delimitati da lingue di sabbia o ghiaia, e guardiamo quale può essere la loro origine. Nel “Granello di sabbia” di aprile abbiamo parlato degli spit, o frecce litorali, che si allontanano da riva e vanno a delimitare un braccio di mare, più o meno aperto, fra di loro e la costa. Possono partire da un promontorio o dalla punta di un delta fluviale, ma se poi si ricongiungono alla costa, lo specchio d’acqua viene chiuso e si forma una laguna. Molto spesso vanno a chiudere dei golfi, che si sono formati quando la risalita del livello del mare, dopo l’ultima fase glaciale, ha portato alla sommersione di precedenti valli fluviali o glaciali.

Ma la forma depressa può avere anche un’origine diversa, come nel caso della laguna di Sissano in Papua Nuova Guinea, dove vi è stato un abbassamento del suolo dovuto a motivi tettonici. C’è anche chi sostiene che il suo primo riempimento sia stato causato da un’onda di tsunami, causata da un terremoto associato proprio a una di quelle faglie che hanno causato la depressione.
Molte lagune si sono formate con processo diverso da quello canonico, e quella di Orbetello ne è un esempio: le onde diffratte alle due estremità dell’isola, che ora è il Monte Argentario, hanno determinato un flusso di sabbia convergente dietro l’ostacolo che ha formato i due tomboli che lo collegano al continente. Fra le configurazioni più sorprendenti create da un simile processo, vi è quella che si trova nella Chatham island (730 km a est della Nuova Zelanda), dove la Te Whanga Lagoon è formata da più tomboli che collegano tre isole.

La gran parte delle lagune ha però una forma stretta e lunga, anche più di 100 km se la lingua sabbiosa che le racchiude si sviluppa parallelamente alla costa. Sulla loro origine vi è stato un serrato confronto fra gli studiosi, e a tutt’oggi pace non è stata fatta fra i sostenitori delle varie teorie, che si richiamano a tre padri della geomorfologia costiera:
- Emersione di una barra (De Beaumont, 1845);
- Chiusura di una baia per estensione di un spit (Gilbert, 1885);
- Inondazione di aree depresse per risalita del livello de mare (McGee, 1890).
In realtà tutti e tre questi metodi di formazione sono validi, anche se per lagune diverse. Ma le discussioni più accanite vertevano sull’origine delle barrier islands della costa atlantica degli Stati Uniti e di quelle al largo di Germania e Olanda: si sono formate grazie a spit che si allungavano lungo la costa per poi segmentarsi, o sono dovute a barre che l’innalzamento del livello del mare spingeva verso terra? Oggi quest’ultima teoria è quella più accreditata, anche perché i processi a cui sono ora soggette ne spiegano bene l’evoluzione.
Questi lunghi cordoni sabbiosi si muovono effettivamente verso la costa e solo l’innalzamento del livello del mare consente alla laguna di migrare senza restringersi. Dal lato esposto al moto ondoso la sabbia può trasferirsi su quello interno per un processo di tracimazione (overwash) durante le mareggiate più forti e, in particolare sulla costa americana, durante gli uragani. Talvolta la migrazione riguarda ingenti volumi concentrati su di un breve tratto che vanno a formare dei lobi sul lato lagunare (washover fan); lobi che, in un ambiente a bassa energia del moto ondoso, possono permanere per tempi lunghissimi.

Anche la bocca di laguna è sede di intensi scambi sedimentari, sia per le onde che possono attraversarla, sia per le forti correnti di marea che qui si sviluppano. Sul lato mare e sul lato terra si hanno due delta sommersi, il primo a forma di cuspide smussato dalle onde, il secondo ramificato con innumerevoli canali di marea. È per contrastare questa dinamica, presente alle bocche di laguna, che si è indotta l’erosione che affligge molti tratti della costa atlantica degli Usa. Per l’uomo, al posto di quelle secche, sarebbe meglio che vi fosse un canale profondo attraverso il quale fare passare le navi e, addirittura, i sommergibili nucleari in immersione, in modo che nessuno li veda. Ecco quindi che vengono costruiti lunghi moli guardiani che si estendono in mare e impediscono alla sabbia di entrare nel canale; sabbia che si accumula su di un lato (updrift) e viene a mancare nel lato opposto (dowdrift). Come con i nostri pennelli!
Anche se non sempre hanno l’acqua blu e non ci ho mai trovato Brooke Shields a nuotare, le lagune hanno molti aspetti geomorfologici interessanti, per non parlare di quelli biologici e antropici, che non possiamo permetterci di trattate per la mancanza di spazio… ma più che altro di competenza! Veri e propri enigmi sono costituiti da lagune nelle quali forme simili agli overwash fan si susseguono con una regolarità impressionante, tanto che è necessario trovarne un’origine diversa.

Fra le spiegazioni più accreditate vi è quella che vede delle oscillazioni del bacino (tipo sesse) che entra in risonanza con nodi in posizione fissa; in alternativa, si possono ipotizzare onde generate da venti paralleli alla costa in cui il fetch (distanza sulla quale operano) viene ridotto dalla formazione di cuspidi che tendono a segmentare la laguna in un processo di autoregolazione.
Particolari sono le lagune che si formano lungo le coste dell’Artico a seguito della fusione del permafrost (il suolo perennemente gelato): siccome il processo genera laghetti circolari, l’erosione della costa crea piccoli golfi, ma gli stessi sedimenti liberati dall’erosione vanno a formare spit che li chiudono e delimitano delle lagune. Qui ci troveremo a nuotare solo delle foche!


Se preferiamo le lagune calde, vale la pena di andare in Qatar, dove troviamo quella che per me è la più bella laguna del mondo; e che forse una laguna non è, dato che è chiusa non da sedimenti mossi dalle onde, ma delle dune del deserto: è quella di Khor Al Adaid, dove, nella parte più interna, si trova un bellissimo delta ramificato che niente ha da invidiare ai quadri di Hartung o ai paesaggi visti dall’alto dell’arte orientale.

Sappiate però che, se andate alla ricerca dell’arte nei delta lagunari, spit, isole barriera e laghetti costieri, rischiate la sindrome di Stendhal: basta girare lungo le coste del piccolo Mar d’Azov per trovare un’incredibile varietà di bellissime lagune e un’infinità di spit dalle forme più imprevedibili.

Ma se il blu è il vostro colore preferito, non c’è che andare ai Tropici e dimenticare i pedanti geomorfologi. O meglio, affidarsi a quelli più ragionevoli (o innamorati di Brooke Shields) che hanno istituito la categoria reef lagoon (lagune racchiuse da barriere coralline). E se l’arte vi piace più della geomorfologia, non c’è che elaborare le immagini con i programmi di fotoritocco e fare concorrenza al MoMA. Io ci sto provando!

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