Opinioni

Un impegno di serietà a tutela dei concessionari balneari

Inutile piangere sul latte versato: sarebbe più utile che le associazioni di categoria si adoperassero per indurre il legislatore a varare una riforma secondo tre principi-cardine.

L’incidenza sotto il profilo giuridico e l’utile pragmatismo che caratterizzano le decisioni dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato in materia di concessioni balneari superano le disquisizioni accademiche e resistono alle strumentalizzazioni dei partiti. Le sentenze sono, infatti, l’inevitabile conseguenza delle omissioni e dell’incapacità della politica di risolvere la questione delle concessioni demaniali, attraverso la necessaria riforma del settore in una organica disciplina della concorrenza. Riforma che era stata annunciata nel 2009 per superare un procedimento di infrazione della Commissione europea; sicché la scelta operata nel 2018 di una immotivata proroga di quindici anni era evidentemente azzardata e confliggente con il diritto unionale, come desumibile dalle norme del Trattato fondativo dell’Unione europea, dalla direttiva 2006/123/CE “Bolkestein” e dalla sentenza della Corte di giustizia europea “Promoimpresa” del 14 luglio 2016 (sentenza a contenuto interpretativo, e come tale vincolante, a seguito del rinvio pregiudiziale del Tar Lombardia). Peraltro, lo stesso legislatore nazionale aveva abrogato il diritto di insistenza, previsto dal Codice della navigazione, superando un privilegio in favore dei concessionari uscenti.

Siffatto comportamento ha indotto l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato (che in questi giorni ha celebrato i 190 anni dalla sua istituzione), nella sua funzione nomofilattica, a differire l’operatività della decisione relativa alla disapplicazione della legge-provvedimento, vincolando l’iniziativa del legislatore. Questa dilazione temporale non è una «invenzione» del giudice amministrativo, bensì si tratta di una procedura introdotta dalla giurisprudenza della Corte costituzionale per consentire al legislatore di fare la sua parte: recentemente infatti la Consulta, pur riconoscendo l’incostituzionalità della norma sull’ergastolo ostativo, ha assegnato al legislatore un anno di tempo per intervenire, dicendogli pure come. Così facendo il giudice non si limita a operare come «legislatore negativo» secondo il modello di Kelsen, ma pone esso stesso rimedio alle omissioni del legislatore. Si tratta delle cosiddette “sentenze manipolative”: additive, ablatorie, sostitutive.

Allora è inutile piangere sul latte versato; ovvero, «se non si riconoscono gli errori del passato, non si costruisce un futuro» (Visco). D’altro canto, quattro sono le riforme chiave imposte dal Pnrr: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione normativa e promozione della concorrenza. Quindi sarebbe più utile adoperarsi, senza perdere ulteriore tempo in sterili dibattiti, per indurre il legislatore ad adeguarsi alle indicazioni del Consiglio di Stato: a) approvare la legge delega di riforma del settore; b) disciplinare l’accesso alle selezioni pubbliche; c) determinare i contenuti dei bandi e i criteri che tengano conto delle posizioni giuridiche ed economiche dei concessionari in essere, in termini di esperienza e professionalità. Naturalmente senza pensare di ripristinare un diritto di insistenza o impedire la partecipazione degli aventi titolo.

In questa prospettiva le associazioni di categoria, invece di annunciare improbabili ricorsi in Cassazione (come fatto dal presidente del Sib-Confcommercio Antonio Capacchione), dovrebbero assumere l’iniziativa di predisporre una proposta di legge coerente con i principi desumibili dalle sentenze dell’adunanza plenaria, al fine di conseguire a una sollecita approvazione della riforma di settore, impegnando le forze politiche seriamente disponibili. Non va peraltro dimenticato che nel 2022 il parlamento sarà impegnato nell’elezione del presidente della Repubblica e che successivamente dovrà tenere conto dell’appuntamento elettorale. Solo in questi termini e con un percorso di serietà – ad avviso di chi scrive – si potranno perseguire effettivamente gli interessi degli operatori del settore.

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Pietro Quinto

Avvocato, Studio Legale Quinto (Lecce-Roma).
  1. Elvo Alpigiani says:

    Se si vogliono effettivamente perseguire gli interessi dei balneari, sarebbe sufficiente che fossero applicate correttamente le sentenze della Corte UE.
    Nella sentenza del 2007, C-174, la Corte UE definisce l’atto amministrativo della concessione dell’area demaniale assimilabile al contratto di locazione per questo i canoni demaniali non sono soggetti a IVA.
    Nella sentenza del 14 luglio 2016, Promoimpresa, la Corte UE definisce “autorizzazioni” gli atti amministrativi per l’esercizio delle attività nelle aree demaniali, quando applica la direttiva 2006/123 (Bolkestein) in particolare l’articolo 12.
    L’articolo 49 TFUE osta ad una norma nazionale quando “tali concessioni demaniali pubbliche presentano un interesse transfrontaliero certo”.
    Ma l’interesse transfrontaliero certo si applica soltanto nelle concessioni di contratti, direttiva 2014/23.
    Le diverse definizioni di concessione, perché la direttiva Bolkestein si applica soltanto alle autorizzazioni per l’esercizio delle attività nelle aree demaniali.
    A conferma di quanto sopra citato, è la sentenza del 22 settembre 2020, cause C-724/18 e C-727/18, (citata nella sentenza plenaria ultima del C.di S.) nella quale la Corte UE,punto 41,sostiene che la direttiva 2006/123 (Bolkestein) sì applica soltanto alle formalità amministrative e ai requisiti.
    Mentre al punto 42 e successivi, la Corte UE motiva la non applicazione della direttiva Bolkestein ai contratti di locazione che costituiscono la residenza principale del locatore.
    In conclusione, la direttiva Bolkestein, in particolare l’articolo 12, non si applica alle concessioni demaniali marittime quali contratti di locazione.
    La mappatura delle aree demaniali, prevista dal d.l. concorrenza, sarà la conferma del numero non limitato delle aree demaniali pubbliche e di conseguenza anche delle relative autorizzazioni necessarie per l’esercizio delle attività commerciali.

    • Nikolaus Suck says:

      Da premesse totalmente sbagliate non possono che derivare premesse altrettanto sbagliate. È questo il caso. Non ne ha azzeccata una e si tratta di tematica affrontata e superata da tempo. Perché si addentra in ambiti che chiaramente non le appartengono, oltre tutto sotto all’articolo di un giurista come l’avv. Quinto?

  2. Ascoltate i professionisti seri, che non hanno interesse ad accaparrarsi clienti o tessere come qualche sindacalista.

    Evitate di continuate imperterriti a tirare per la giacchetta politici che vi manderanno a bando senza regole

      • Nikolaus Suck says:

        Giusto. E per completare, dovrà farlo seguendo i principi del considerando (62) e le norme dell’art. 12 della direttiva, per cui la concessione non deve avere una durata eccessiva, non deve poter essere rinnovata automaticamente o conferire vantaggi al prestatore uscente, va fissata in modo da non restringere o limitare la libera concorrenza al di là di quanto è necessario per garantire l’ammortamento degli investimenti e la remunerazione equa dei capitali investiti.

  3. Nikolaus Suck says:

    Non lo decide lui, è l’amministrazione che decide il tipo di investimento, la base d’asta e la durata ritenuta proporzionata per il recupero di quel tipo di investimento. E sempre l’amministrazione deve valutare e approvare il piano economico e finanziario e la congruità con quanto bandito.

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