Spiagge senza spiaggia. Il mare s’innalza e noi stiamo a guardare

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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Un muraglione che separa la spiaggia dall’abitato, terrazze in calcestruzzo rivestito di plastica soffice e buche con sabbia per fare giocare i bambini. È questa la spiaggia che vogliamo?

Negli ultimi vent’anni, i 432 chilometri della costa olandese hanno ricevuto un ripascimento artificiale di sabbia marina per 12 milioni di metri cubi all’anno, ovvero 28 metri cubi all’anno per metro di spiaggia, in una strategia definita di “conservazione dinamica delle coste” sotto lo slogan “Building with nature” (“Costruire con la natura”). Con tutta questa sabbia, infatti, si ricostruiscono le spiagge e si creano nuove dune per opporsi al mare che avanza (peraltro gli olandesi, oltre a dover contrastare l’innalzamento del livello marino come tutti coloro che vivono lungo le coste del mondo, si trovano anche su un terreno che si abbassa a una velocità maggiore di quella fino a oggi tenuta dal mare in sollevamento, e i due processi si sommano!).

In Italia, dal 1994 a oggi, abbiamo estratto in tutto circa 22 milioni di metri cubi di sabbia dai fondali marini (0,8 milioni/anno) che sono andati ad aggiungersi a un volume, assai inferiore anche se non quantificabile, di sedimenti provenienti da cave terrestri. E noi abbiamo quasi 4.000 km di spiagge, di cui circa 1.700 km in erosione; inoltre le nostre pianure costiere hanno spesso un tasso di subsidenza confrontabile con quello delle coste olandesi. Possiamo dunque anche noi adottare il “Building with nature”?

Davanti alla costa olandese c’è un “mare di sabbia”, molto simile a quella che costituisce le spiagge, che può garantire il ripascimento, ai ritmi attuali, per molti decenni. Sui fondali che orlano la nostra penisola, invece, la situazione è assai differente, e sono pochi i tratti nei quali si trova sabbia ottimale dal punto di vista granulometrico, anche perché abbiamo molti fondali rocciosi ed estese praterie di posidonia oceanica, che devono essere protette per la loro biodiversità e per i servizi ecosistemici che forniscono (per esempio lo stoccaggio della CO2), ma anche perché gli organismi con guscio o scheletro calcareo che vi si riproducono contribuiscono a formare le nostre spiagge.

Mantenere il profilo naturale di una spiaggia con un innalzamento del livello del mare di un metro (che è il valore plausibile per il 2100 secondo molti modelli climatici), considerando la pendenza media dei litorali italiani, richiederebbe circa 700.000 metri cubi di sabbia per chilometro di costa, e quindi quasi 3 miliardi di metri cubi di sedimenti… che non sembrano esserci! Con la sabbia attualmente a disposizione sarebbe possibile innalzare solo quella parte del profilo più vicina a riva, creando delle spiagge pensili che poggiano su scogliere sommerse, ma i risultati raggiunti finora con questo sistema non sono eclatanti e la perdita di sabbia rimane consistente.

Insomma, sembra proprio che il ripascimento delle spiagge non possa costituire l’unica nostra strategia per contrastare l’innalzamento del livello del mare. Questo non significa che non sia un’operazione che consente di mantenere un po’ più a lungo la spiaggia e che non costituisca un supporto, spesso essenziale, per l’attività turistico-balneare, ma è evidente che non ci possiamo affidare esclusivamente a questa risorsa.

In un precedente articolo di “Granelli di sabbia” abbiamo visto come le strategie di risposta all’erosione costiera e all’innalzamento del livello del mare siano essenzialmente tre: la difesa, l’adattamento e l’arretramento strategico.

  • La difesa, quella che abbiamo adottato fino a oggi costruendo scogliere di vario tipo, può proteggere case e infrastrutture, ma determina un degrado ambientale e non consentirebbe di avere una spiaggia nel momento in cui il livello del mare superasse quello dei terreni retrostanti, perché l’interfaccia terra-mare dovrebbe essere costituita da una diga, non essendovi lo spazio per realizzare grandi dune, che richiederebbero comunque moltissima sabbia.
  • L’adattamento consiste nella modifica delle strutture esistenti per renderle funzionali anche con un livello del mare più alto. Si possono innalzare le case, le strade, i ponti e anche gli stabilimenti balneari, ponendoli su palafitte, come in realtà ve ne sono molti lungo le nostre coste. Queste strutture ricordano gli esordi della balneazione, quando era esclusivamente terapeutica, ma allora sulle nostre spiagge non c’erano milioni di persone che volevano sdraiarsi per prendere il sole!
  • L’arretramento è considerato come la strategia più sostenibile sui tempi lunghi, quelli dei quali stiamo ora parlando, e in molti paesi si stanno valutando – e anche attuando – progetti di questo tipo, che però riguardano solo infrastrutture, insediamenti sparsi o piccoli villaggi. È infatti tecnicamente possibile spostare una ferrovia, una strada e anche una casa, ma molto complicato sarebbe trasferire un’intera città, anche se trovassimo lo spazio adeguato sul quale ricollocarla.

Ma quale futuro si prospetta per quelle attività economiche e ricreative per le quali la spiaggia è un elemento indispensabile? Gli operatori del settore si chiedono sempre quanti ombrelloni potranno mettere il prossimo anno, ma mai quanti ombrelloni potranno mettere i propri figli o i propri nipoti. È vero che l’incertezza sulla proroga delle concessioni demaniali rende la domanda quasi ridicola se non provocatoria, ma chi si pone questa domanda non dovrebbe essere solo l’attuale concessionario, bensì tutta quella popolazione che dal turismo balneare trae sostentamento: dal fornaio al benzinaio, dall’edicolante alla parrucchiera, ma anche l’impiegato di banca e quello del Comune. Per tutti, infatti, una buona parte del lavoro è resa possibile grazie all’esistenza della spiaggia.

Con i ripascimenti, e in qualche caso con pennelli e scogliere, si può tirare avanti per qualche anno, ma bisogna cominciare a pensare anche a come potrà essere la costa nel 2050 o nel 2100. Questo perché gli adattamenti alle variazioni climatiche, e in particolare all’innalzamento del livello del mare, richiedono tempi lunghi sia per la progettazione sia per la realizzazione, che in molti casi potrà anche essere graduale, purché condotta fin dall’inizio nella direzione giusta. L’aspetto più critico riguarda la condivisione delle scelte da parte delle popolazioni coinvolte, ed è certo che non tutti comprenderanno la necessità di queste scelte, almeno fino al momento in cui non gli arriverà il mare in casa; ma allora sarà troppo tardi per operare nel modo migliore, e qualsiasi sarà la strategia che adotteremo, avrà un costo enorme.

Uno studio promosso dalla Banca mondiale dice che da qui al 2100 saranno necessari 16 trilioni di euro per difendere le coste del mondo (un trilione è un miliardo di miliardi!) e non tutte saranno difese; si stima infatti che nella gran parte dei casi sarà più conveniente arretrare. Nel 2013 realizzai un libretto provocatorio, dal titolo “Spiagge senza spiaggia“, con il quale volevo richiamare l’attenzione sulla necessità di cominciare a pensare a come potrà essere il nostro paesaggio costiero quando il livello del mare si sarà innalzato dei valori che gli scenari dell’Intergovernmental panel on climate change prevedono. Molte illustrazioni furono fatte da Nevio Danelon, a cui chiesi di rappresentare alcune provocazioni su come potevano diventare certe località turistiche a seguito di interventi realizzati sotto la spinta dell’emergenza che si sarebbe potuta venire a creare. Voleva essere un messaggio: se questo non piace, cominciamo a pensarci per tempo!

Una provocazione: l’abitato di Follonica difeso da un muro paraonde e con davanti una spiaggia di pietre cementate.

Il primo scoglio da superare consiste nel decidere quali spiagge mantenere, pur con costi enormi, e dove invece sarebbe più conveniente arretrare e pianificare attività economiche compatibili con il nuovo ambiente, ma in ogni caso in grado di garantire l’attuale, e possibilmente migliore, qualità della vita agli abitanti. È un percorso molto lungo e, se non lo intraprenderemo subito, ci troveremo a dover intervenire con soluzioni di emergenza, cercando di salvare il salvabile, con costi ancora più elevati e probabilità di successo assai minori, forse realizzando quelle che oggi sembrano delle provocazioni. Saremo costretti a costruire dighe, come quelle dei porti, che andranno a rinchiudere i centri abitati, e spiagge di calcestruzzo magari colorato di giallo, con vaschette da riempire di sabbia in estate per fare giocare i bambini. Se non agiamo per tempo, questa potrebbe essere la nostra spiaggia di domani: una spiaggia senza spiaggia!

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