Ripascimenti effimeri: difesa delle coste o del turismo?

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

Condividilo!

ripascimenti effimeri
Ripascimento della spiaggia con sabbia prelevata sui fondali antistanti, dove in genere vi sono sedimenti fini e, quindi, poco stabili sull’arenile.

Primavera: è tempo di ripascimenti stagionali, riprofilature delle spiagge, riequilibri degli arenili o sistemazioni morfologiche delle spiagge, come le varie Regioni hanno deciso di chiamare i prelievi della sabbia dai fondali antistanti la riva per metterla sulla spiaggia emersa. Piccoli lavori, che in genere implicano un volume di 10 metri cubi per metro di spiaggia, ma per i quali, ogni anno in Italia, vengono spesi diversi milioni di euro. Talvolta i concessionari delle spiagge contribuiscono alle spese, ma il più delle volte tutto è a carico delle amministrazioni pubbliche, che con queste operazioni espandono l’arenile e… il proprio consenso elettorale.

La spiaggia è un bene primario per l’economia del nostro Paese, e i beneficiari non sono solo i concessionari, bensì tutto il settore turistico, formato anche da imprenditori e lavoratori le cui attività sono assai lontane dal mare; per non parlare dei cittadini, che l’estate successiva troveranno più facilmente lo spazio per stendere l’asciugamano o nuovi vicini d’ombrellone. Non è però su questo “aiuto di Stato” che si vuole qui intervenire (avviene per tanti settori!), ma sull’opportunità o meno di utilizzarlo in questo modo.

Sappiamo bene che la sabbia si distribuisce sul profilo della spiaggia in funzione delle dimensioni dei propri granuli: a riva sono più grossi e poi, procedendo verso il largo, si trovano sempre più fini. Diciamo che i granelli di sabbia vanno dove si trovano meglio, ossia dove l’energia delle onde non li disturba troppo. Se ne prendiamo uno dal fondale di 3 metri e lo portiamo sulla battigia, lui, alla prima occasione, se ne tornerà a casa propria. E quale è la prima occasione? È la prima mareggiata, che, per giunta, arriverà con maggiore energia, perché ne dissiperà meno passando su di un fondale maggiore. Ecco perché molti mini-ripascimenti primaverili vivono “solo un giorno, come le rose” (cit. Fabrizio De Andrè. Ma la sua Marinella, nonostante il nome, non era una spiaggia in erosione!).

I vantaggi di usare la sabbia presente sui fondali antistanti (nearshore) sono molti, dalla compatibilità mineralogica e colorimetrica ai costi decisamente inferiori rispetto a quelli che avrebbero sabbie provenienti da siti lontani, dalla possibilità di operare anche in tratti di costa difficilmente raggiungibili con i camion, alla velocità di realizzazione. Ma questo quasi sempre lo si paga con una scarsa stabilità del ripascimento; e si pone quindi la domanda: “tanta e fine o poca e grossa?”.

Ripascimento stagionale della spiaggia di Marina di Massa (1997), realizzato in concorso fra Comune e concessionari. Nonostante la sabbia se ne fosse andata via già a fine autunno, l’operazione venne valutata positivamente dagli operatori economici. Ma come avrebbero valutato un minore volume di sabbia, che però fosse rimasta negli anni successivi?

Fortunatamente abbiamo dei metodi, oltre a molte esperienze fatte in giro per il mondo, che ci possono guidare nella scelta. Premesso che vi deve essere la compatibilità chimico-batteriologica, mineralogica e colorimetrica, è possibile identificare della sabbia che rimanga sulla spiaggia non quanto dura una rosa, ma quanto vive una sequoia?

Partendo dalle dimensioni della sabbia che forma la spiaggia, definita “nativa”, si può pensare che, se mettiamo materiali di ripascimento (detti borrow, in inglese “prestito”) più fini, questi se ne andranno via velocemente, mentre se li mettiamo più grossi rimarranno più a lungo. Ma non tutti i granelli di sabbia della spiaggia, del fondale o di una cava terrestre, anche se raccolti nello stesso punto, hanno un’uguale grandezza; quindi si deve considerare la loro dimensione media, e anche quanto i vari granelli si discostino da essa. Bisogna in sostanza studiare qual è la percentuale di granelli delle varie dimensioni che formano il mio campione, ossia la sua “distribuzione granulometrica”, che viene spesso rappresentata con una curva. È attraverso il confronto fra la distribuzione granulometrica della sabbia “nativa” e di quella “borrow” che si può stimare quanto il nostro ripascimento sarà stabile.

I metodi di valutazione tradizionali (ovvero il “fattore di riempimento” e il “rapporto critico“) sono quelli proposti dalla “bibbia” dell’ingegneria marittima, lo Shore Protection Manual dell’US Army – Coastal Engineering Center. La domanda a cui cerca di dare risposta è questa: quanti metri cubi di sabbia “borrow” devo mettere affinché, dopo la selezione effettuata dal moto ondoso, mi rimanga un metro cubo di sabbia con la stessa distribuzione granulometrica di quella “native”? Il metodo è semplice e spesso i risultati sono attendibili, ma nel caso in cui il “borrow” manchi di una frazione granulometrica, non sarà mai possibile che esso diventi uguale al “native”. Eppure vi sono molti casi in cui non è proprio possibile calcolare la stabilità, e il risultato è un generico “non idoneo” oppure “idoneo”. Ma se non ho alternative, in un caso o nell’altro, quale scegliere? E poi, davvero voglioamo proprio una sabbia uguale a quella nativa, che se c’é erosione, significa che tende ad andarsene via facilmente?

Un altro metodo introdotto più recentemente, quello dell’indice di stabilità (“Is”), si basa in modo più stringente sulla probabilità che un granello di determinate dimensioni rimanga sulla spiaggia o sia portato verso i fondali maggiori. Sabbia “borrow” identica a quella “native” viene ad avere Is = 0,500; valori inferiori indicano stabilità decrescente e valori maggiori stabilità crescente.

Confronto fra sabbia nativa e sabbia di ripascimento in tre interventi effettuati in Italia: nel primo caso la sabbia molto più fine è stata persa in pochi mesi, nel secondo l’evoluzione della spiaggia non ha subito accelerazioni o rallentamenti, nel terzo caso il processo erosivo ha rallentato.

Alla luce di tutto ciò, è evidente che una sabbia “borrow” leggermente più grossolana di quella nativa sia addirittura più stabile di questa; ma se ne aumentiamo troppo le dimensioni, si modificano l’aspetto e la fruibilità dell’arenile, la pendenza della battigia e la dinamica delle onde che giungono a riva. La scelta del materiale di ripascimento sarà un compromesso fra tutti questi aspetti e… il suo costo!

Lido di Volano (2005), refluimento dalla “nearshore” a una spiaggia più lontana con l’aiuto di una stazione di pompaggio intermedia.

Talvolta può essere vantaggioso effettuare un ripascimento con sabbia leggermente più fine (con indice di stabilità appena sfavorevole) se il minore costo per unità di volume ci consente di versare una quantità molto superiore di sedimenti. Ipotizzando un costo di refluimento dai fondali antistanti di 15 euro al metro cubo e un fattore di ripascimento pari a 1,2 (o un Is = 0,485; attenzione, fra i due parametri non c’è una relazione diretta), si può pensare che l’operazione sia vantaggiosa, ma se il fattore di ripascimento fosse pari a 10 (o un Is = 0,124), forse converrebbe andare a comprare sabbia di cava, anche se costasse 60 euro al metro cubo. Ma vi è un aspetto che depone a vantaggio della seconda scelta: con sabbia prelevata davanti alla riva non aggiungiamo sedimenti al sistema costiero, ossia non ne incrementiamo il bilancio sedimentario e le sue capacità difensive; mentre se portiamo aggregati dall’esterno, aumentiamo il volume della sabbia che forma le nostre spiagge, che meglio resisteranno all’attacco delle onde.

Purtroppo, molti “ripascimenti effimeri” fatti in Italia non hanno migliorato il bilancio sedimentario dei litorali, bensì solo quello economico dei dragatori. E quello dei concessionari balneari? In alcuni tratti avrebbero certamente ottenuto un maggiore vantaggio da tanti piccoli apporti di sabbia grossolana dall’esterno, che non da tutti quelli fatti fino a oggi, quando gli è stata rifilata sabbia fine che già avevano davanti e che sui fondali smorzava le onde. Ma il problema è solo uno: si devono usare i soldi per la difesa del suolo o quelli per la promozione turistica? Forse per la sabbia grossolana i primi, e per la sabbia fine i secondi.

© Riproduzione Riservata

Altri articoli dalla rubrica "Granelli di sabbia"

Condividi questo articolo