Fare il bagno nell’acqua turchese ai piedi di una falesia, o stendersi al sole su di una spiaggia abbracciata da un piccolo anfiteatro roccioso è un’esperienza indimenticabile; ma è anche estremamente pericolosa. Il 2 agosto 2019, a Encinitas, in California, un blocco di arenaria di circa 20 metri cubi si staccò improvvisamente dalla scarpata che delimita la spiaggia, causando la morte di tre donne e ferendone altre tre. Il pomeriggio del 31 dicembre 2021, a Bells Beach, in Australia, sei persone erano sedute alla base di una falesia alta 30 m che collassò colpendone tre; un uomo di 28 anni morì durante il trasporto in elicottero all’ospedale, un altro uomo e una donna, meno gravi, furono trasportati in ambulanza, e possono ancora raccontare la brutta e pericolosa esperienza. Ma l’evento franoso più grave è avvenuto nelle Filippine nel 2022, dove nel primo pomeriggio del 12 aprile una frana investì il Dang’s Beach Resort, a Pilar, causando 51 morti; alcune persone erano corse sulla spiaggia per mettersi al sicuro, ma la frana generò un’onda di tipo tsunami che le travolse. E certo non erano sulla spiaggia alle tre di notte gli ospiti e i lavoratori del Pousada Sankay, in Brasile, quando il 1° gennaio del 2010 una frana investì il resort uccidendo una trentina di persone.
E anche le coste italiane raccontano storie di crolli che hanno investito persone alla base delle falesie. Nel 2010, a Ventotene, il crollo in una parete di tufo provocò la morte di due ragazze di 14 anni e il grave ferimento di una terza; facevano parte di un gruppo di studenti in gita scolastica per fare un corso di vela, ed erano in attesa di salire su una barca. A Ponza, nella spiaggia di Chiaia di Luna, una ragazza di 26 anni morì nel 2001 colpita da un masso caduto dall’alto; il tratto era stato chiuso, ma una mareggiata aveva portato via le transenne. E proprio qui, per ironia della sorte, nel 1997 era morto un operaio precipitato da 70 metri mentre posizionava le reti paramassi. Anche scarpate molto basse possono essere pericolose: da un’altezza di 4 metri cadde il masso di granito che nel 2023 uccise un turista che, steso sull’asciugamano, stava leggendo un libro sulla spiaggia di Abbatoggia, a La Maddalena.
Questi incidenti potrebbero essere considerati rari se si pensa che ben il 75% delle coste del mondo è costituito da falesie o da scarpate più o meno ripide. E questa è anche la tipologia costiera più frequente nel Mar Mediterraneo (54%) e in Italia (57%). Ma in realtà non sono da considerare rari, perché avvengono solo in quei tratti di costa in cui alla base della scarpata vi è una spiaggia, che viene raggiunta – a piedi o in barca – dagli amanti dei paesaggi spettacolari o da chi scappa dall’affollamento degli arenili di più comodo accesso… e vi trova una densità di bagnanti talvolta maggiore di quella lasciata.

È così che molte persone vanno a sdraiarsi su una spiaggia stretta che ha alle spalle un costone roccioso, e spesso hanno a fianco dei grossi massi, dei quali evidentemente non si chiedono l’origine. Quando poi il sole spacca le pietre (oibò!), arretrano all’ombra della parete e talvolta proprio sotto ai livelli sporgenti o dentro le nicchie scavate dal mare. Non vogliamo invocare la selezione naturale, ma un granellino che cadesse sulla loro testa, forse rimetterebbe in moto il loro cervello!

In uno studio condotto a scala globale da ricercatori dell’Università della California – San Diego, risulterebbe che fra il 1927 e il 2024 siano avvenuti 292 decessi per messi caduti su persone che stavano sulla spiaggia, mentre in Italia sarebbero stati meno di dieci. Forse è un dato sottostimato, perché per la Francia J.M. Carozza, analizzando i giornali dal 1836 al 2025, ha trovato notizia 64 decessi, rispetto ai soli 14 indicati dai colleghi californiani. Certo che il periodo osservato da Carozza è più lungo, ma abbraccia tempi in cui la frequentazione delle coste era enormemente inferiore.
L’incidente di Encinitas ha dato impulso a un monitoraggio della stabilità delle falesie, basato su strumentazioni estremamente sofisticate, che viene attuato in particolare nei tratti della costa californiana esposti a rischi analoghi e intensamente frequentati. Si usano estensometri a fibra ottica capaci di rilevare deformazioni anche infinitesime, sismometri per registrare le vibrazioni, stazioni GPS per misurare gli spostamenti della sommità e sensori di pressione alla base della falesia per misurare l’energia delle onde che la colpiscono.
Oggi sono disponibili anche sistemi in cui immagini acquisite da fotocamere, ma anche aeree o da satellite, vengono elaborate da algoritmi in grado di rilevare anche il minimo movimento di un granello di sabbia e di allertare in tempo reale chi è responsabile della sicurezza dei cittadini. Ovviamente nei tratti pericolosi deve essere vietato l’accesso, ma in quelli apparentemente sicuri e intensamente frequentati un occhio vigile, anche se elettronico e aiutato dall’intelligenza artificiale, sarebbe forse opportuno.
In ogni caso, tutte le superfici naturali in pendenza sono soggette a una evoluzione più o meno rapida, e quelle delle falesie sono fra le meno stabili. I consigli del California State Park sulla sicurezza indicano in 30 piedi (circa 9 metri) la distanza minima da tenere dal piede di una falesia; e sembra che su di un simile principio il bagnino, a cui la famiglia coinvolta nell’incidente a Encinitas aveva chiesto dove mettersi, avesse suggerito il punto in cui poi è avvenuta la tragedia.
La distanza di sicurezza dal piede non può essere definita a priori, ma deve essere attentamente valutata sulla base di conoscenze geologiche, geomorfologiche e geotecniche. A delimitare la zona pericolosa devono essere poste recinzioni e installati cartelli di “Pericolo: caduta massi”… che poi nessuno osserva e nessuno fa osservare!
Ma ci sono dei piccoli tesori che potremmo non deturpare con reti e cartelli, se tutti fossimo più prudenti.

Ma il bagno lo si fa anche nei fiumi, e in genere non si va dove l’acqua fangosa scorre nelle pianure alluvionali, bensì nei tratti montani, dove è limpida e fresca. La scorsa estate due casi, uno in Italia e uno in Francia, hanno richiamato l’attenzione su di un pericolo che non è presente solo delle coste. Un ragazzo che era sulla sponda del Torrente Rosandra, in provincia di Trieste, è stato colpito alla testa da una pietra ed è caduto in acqua. Con l’aiuto degli amici è riuscito a riguadagnare la riva, ma per il suo trasporto in ospedale è dovuto intervenire un elicottero che lo ha recuperato calando il verricello per 70 m. Il fatto che i giornali non abbiano più trattato il caso fa supporre che la cosa si sia conclusa senza gravi conseguenze.
Così non è andata in un incidente avvenuto in Catalogna sul Canaletes, un fiume in cui convergono acque termali che ha inciso gli Estrets de la Fontcalda, gole profonde e bellissime: una bambina di 9 anni, che faceva il bagno in una pozza del fiume, è morta colpita da una scarica di sassi caduti dall’alto, e una sua familiare di 24 anni è stata seriamente ferita. Anche in questo caso il recupero era avvenuto con l’elicottero, a dimostrazione delle difficoltà che si hanno anche nel portare soccorso a chi viene coinvolto in incidenti in questi ambienti.

Le estati sempre più bollenti spingono molti a cercare refrigerio nei fiumi, che già espongono al rischio di annegamento più del mare, ma non è possibile effettuare un monitoraggio su tutti i versanti, e le amministrazioni responsabili dell’identificazione dei tratti balneabili dovrebbero guardare non solo all’acqua ma anche alla montagna.
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