Sicurezza

L’importanza dei piani collettivi di salvataggio sulle spiagge italiane

Un contributo per una possibile traduzione normativa dei criteri indicati nelle ordinanze di sicurezza balneare

Nell’estate appena trascorsa le ordinanze di sicurezza balneare delle Capitanerie di porto hanno apportato alcune innovazioni che hanno il senso di una vera e propria riforma. Lo scopo era quello di avvicinare l’Italia all’Europa staccandola da una normativa che, nata nel “ventennio” (possiamo indicare l’origine nel 1929, l’anno in cui fu fatto obbligo agli stabilimenti balneari di servirsi di bagnini), ha incentrato sul singolo stabilimento balneare l’organizzazione del servizio di salvataggio: un’impronta “autarchica” che fa dell’Italia un’anomalia in Europa. In secondo luogo, recuperando allo Stato (ovvero l’autorità marittima) la gestione della sicurezza balneare sulle spiagge, ha esteso su tutto il territorio nazionale alcune norme eliminando particolarismi locali che non avevano più senso.

Una prima innovazione riguarda l’uso e il colore delle bandiere per indicare sui pennoni dei bagnini lo stato del mare e la sicurezza della balneazione uniformandoli a quelli dei paesi europei; una seconda norma esorta Comuni e  stabilimenti balneari ad usare una cartellonistica “monitoria” –  indicante i pericoli e i divieti di una spiaggia – chiara e uniforme su tutti i litorali; una terza norma stabilisce un periodo, valido per tutta l’Italia (dal terzo sabato di maggio alla terza domenica di settembre), nel quale uno stabilimento balneare deve attivare il servizio di salvataggio. Ultima, ma non meno importante, è l’indicazione di nuovi criteri da seguire nella redazione di un piano collettivo di salvataggio. Per la buona norma che talora, invece di partire dall’inizio, è meglio cominciare dalla fine, affronteremo qui il quarto e ultimo punto. Riservandoci nelle prossime settimane di affrontare anche gli altri. Questo articolo vuol essere solo un primo contributo per una possibile traduzione normativa dei criteri indicati nelle ordinanze di sicurezza balneare.

Il servizio di salvataggio sulle spiagge in Italia, come accennato, si è incentrato sullo stabilimento balneare privato, lasciando scoperte le spiagge libere pubbliche che, con un cartello (“Non è assicurato il servizio di salvataggio”), sono state abbandonate a se stesse per lunghi decenni. Ma è sulle spiagge libere che avviene il grosso degli annegamenti. Un piano collettivo invece, con una inversione di tendenza, prende in considerazione l’intera spiaggia, comprende i tratti di spiaggia libera, aumenta l’efficienza del servizio e la professionalità degli operatori. Il salvataggio non è più un’attività individuale, ma riguarda un collettivo. Il punto di partenza diventa la spiaggia nella sua integrità e il salvamento diventa un gioco di squadra, organizzato e diretto da un unico centro operativo.

Come ho scritto in un articolo precedente (con Francesco Bianchi, “L’organizzazione del servizio di salvataggio sulle spiagge italiane richiede una rivoluzione copernicana?“), i piani collettivi sono utilizzati in Italia già da qualche decennio (inventori del sistema sono stati i romagnoli alla fine degli anni ’60) e presentano tuttavia caratteristiche ancora legate al sistema originario. Gli stabilimenti balneari associati (talora con il Comune) presentano un piano alla Capitaneria di porto chiedendo di affidarne la gestione ad un soggetto terzo. Il piano ripete poi un sistema modulare: in pratica un settore di sorveglianza organizzato di tutto punto, come se fosse quello di uno stabilimento balneare, viene replicato ad oltranza.  

Questi sono invece i suggerimenti delle recenti ordinanze (che riportiamo integralmente):

In seno ai predetti piani collettivi, per una migliore efficienza e funzionalità del servizio che ne consenta un’omogenea e globale organizzazione sul litorale di riferimento, in relazione alle singole specifiche realtà locali, l’ubicazione delle postazioni di salvataggio nonché gli orari di espletamento del servizio, possono essere organizzati e disciplinati con riferimento ai seguenti fattori predominanti: • Morfologia della costa e dei fondali; • Prossimità di varchi e vie di accesso alla spiaggia; • Presenza di correnti marine superficiali o meno; • Esistenza di elementi di protezione della costa naturali e/o artificiali (secche, barriere soffolte e/o emerse, ecc.); • Periodi ed orari di maggior afflusso di bagnanti; • Tipologia e consistenza dei flussi turistici; • Pressione antropica stagionale; 3 • Disponibilità di mezzi di soccorso particolarmente versatili (ad es. moto d’acqua). Altresì, il piano dovrà tener conto, fermo quanto sopra detto, di una per quanto possibile equa distanza tra le postazioni di salvataggio, le quali, sulla base dei criteri predominanti sopra esposti, potranno anche essere ubicate a distanze differenti (superiori o inferiori) da quelle di cui all’art. 4 comma 2.

Un piano collettivo, in sostanza, deve adeguarsi alle particolarità di una spiaggia. Non è un vestito prefabbricato, ma un vestito su misura. Qui però cominciano i guai. E le difficoltà sono due. Una particolarità dei litorali italiani che li rende così appetibili anche per gli ospiti stranieri è che, se si escludono quei paesi che hanno, come gli Stati Uniti o l’Australia, per così dire, una vocazione continentale, presentano un’offerta paesaggistica che non ha eguali nel mondo. A questa variabilità geomorfologica si sovrappone poi una varietà turistico-commerciale che rende le spiagge della Romagna qualcosa di molto diverso da quelle toscane, ligure, siciliane o sarde, per non citare tutte quelle delle altre regioni. In questo variegato panorama, l’organizzazione del servizio di salvataggio incentrata sul singolo stabilimento balneare era la quadratura del cerchio. Andava bene dappertutto.

Per semplificarci il compito proposto, cercheremo di mettere un po’ d’ordine in questa realtà complessa illustrando brevemente una classificazione delle spiagge, da un punto di vista turistico-commerciali, incrociando tra loro due criteri. Un primo criterio è dato dalle vie di accesso.  Molte città litorali sono costruite a ridosso di una spiaggia: le spiagge di città (spiagge urbane, o cittadine) possiedono identità e caratteristiche tali che le rendono particolari. Non si deve pensare soltanto alle spiagge di città di medie o grandi dimensioni come accade a Viareggio, Rimini o San Benedetto del Tronto, ma anche quella di Levanto (La Spezia) è una spiaggia cittadina: la piccola e bella città ligure (6.000 abitanti invernali, 30.000 estivi!) finisce con la spiaggia su cui insiste sulla riva del mare. D’altra parte tutto il tratto della Versilia “allargata” – che va da Viareggio a Marina di Massa – è a ridosso di un lungo nastro urbano di 30 Km. L’elemento che caratterizza le spiagge cittadine è che alla spiaggia si accede con le stesse vie che fanno parte del tracciato urbano. Ciò le rende facilmente fruibili da parte degli utenti, ma anche i servizi – a cominciare da quelli di soccorso – sono facili da organizzare. 

All’estremo opposto vi sono quelle spiagge che venivano chiamate “selvagge” e che autori inglesi chiamano oggi, più propriamente, “remote”, cioè lontane da qualsiasi insediamento urbano. Molte spiagge remote – spesso dotate di grande bellezza – sono state rese accessibili da percorsi costruiti appositamente e sono diventate spiagge a tutti gli effetti – spiagge di massa – spesso affollatissime. “Via di accesso” non indica soltanto un percorso che rende in qualche modo raggiungibile una spiaggia, ma quando la spiaggia è resa facilmente accessibile perché la via d’accesso comprende un parcheggio finale. “Una spiaggia, una strada, un parcheggio” è la definizione appropriata di una spiaggia di massa. La massa non è disposta a far più di qualche centinaio di metri a piedi per raggiungere una spiaggia. Se c’è da fare di più, rinuncia. I percorsi poi possono essere assai diversificati, legati spesso alla fantasia creativa di amministratori che hanno cercato di valorizzare economicamente una spiaggia decretandone spesso la fine naturale. La bellissima, impervia spiaggia di Punta Corvo (La Spezia), un tempo raggiungibile solo da una scalinata di quasi 900 gradini scavati in un terreno accidentato, una falesia a strapiombo sul mare, è collegata via mare a Fiumaretta e Bocca di Magra, 4 km più a sud, da due cooperative di “barconi” che scaricano sulla spiaggia (lunga 160 metri) centinaia di persone.

Spiaggia di Punta Corvo (La Spezia)

Altrettanto bella la spiaggia di Cala Violina, nel golfo di Follonica (Livorno), famosa perché è una rara spiaggia “musicale” (cfr. Enzo Pranzini, “Musica sulla sabbia, le spiagge che suonano“) dove un grosso parcheggio (a pagamento) su un terreno sterrato dà su un percorso in mezzo a un bosco di 1.5 km circa. Sicuramente un bell’investimento per gli amministratori del Comune, ma la spiaggia, un tempo meta di pochi intraprendenti turisti, è diventata una spiaggia di massa dove la domenica è difficile trovare spazio per un asciugamano. 

Cala Violina (Livorno)

Una spiaggia può essere (quasi) totalmente in concessione (come accade per lo più al nord, in Versilia, in lunghi tratti della Romagna, nel Veneto, Lazio, Liguria, eccetera) quando le concessioni sono pressoché contigue, inframezzate da qualche raro breve tratto di spiaggia libera. Questo è il secondo criterio che utilizzeremo per classificare le spiagge. Al limite opposto troviamo spiagge (quasi) totalmente libere (come lo sono ancora molte spiagge sarde, siciliane o calabresi) con qualche piccola eccezione offerta da un chiosco sul modello dei chiringuitos spagnoli.

Altrove, come accade in molte regioni del sud, più concessioni possono essere intervallate da ritagli di spiaggia libera. Questa situazione caratterizza spesso solo il tratto più accessibile del litorale di un comune (beach line) che si affaccia di fronte al paese (spiagge di paese) lasciando libero il resto della spiaggia, lunga talvolta più km, difficilmente accessibile (cioè, non raggiungibile mediante il tracciato urbano, ma da strade sterrate, quando ci sono). La beach line – che comprende una breve strada litoranea che fa anche da parcheggio e da passeggiata lungo la spiaggia – va da qualche centinaio di metri a un kilometro o poco più.

Infine, una formula organizzativa è quella che autori inglesi chiamano “spiaggia di resort”, quando su una spiaggia libera – la cui zona retrostante presenta un paesaggio immerso nella natura, anche se talora costellato da ville e villette – un breve tratto è in concessione di un hotel o di un villaggio vacanze che lo utilizza esclusivamente per i propri clienti.

Ricapitolando (e per necessità semplificando), abbiamo identificato i casi seguenti:

  • spiagge urbane (quasi totalmente) in concessione,
  • spiagge di paese 
  • spiagge di resort
  • spiagge (quasi totalmente) libere, spiagge remote

Come adattare un piano collettivo a ciascun tipo di spiaggia?

Spiagge in concessione – spiagge urbane

    Laddove la spiaggia presenti caratteristiche di uniformità morfologica, i settori di sorveglianza possono essere anche di eguale estensione, ma non dovrebbero essere superiori a 100 metri perché, altrimenti, va perduto l’effetto di squadra (come bene ha evidenziato Giorgio Gori, parlando di Rimini e della Romagna, su questo giornale un mese fa: “il nostro assistente costituisce la sola unità di salvataggio per quel tratto di spiaggia”) e il piano diventa solo un mezzo per far risparmiare chi deve pagare il servizio a detrimento della sicurezza dei bagnanti. Soprattutto quando le spiagge sono affollatissime, due occhi isolati dagli altri non sono più sufficienti.

    La comune esperienza di tutta l’Italia (escluse le regioni del Medio e Alto Adriatico) indica in 80 metri il settore massimo gestibile da un solo operatore di salvataggio. Si possono aggiungere 20 metri solo se la perdita di efficienza del servizio è compensata dalla copertura di tratti di spiaggia libera. Dovremmo aggiungere quindi la seguente precisazione: il settore tipo su queste spiagge non dovrebbe eccedere gli 80 metri, con un “lasco” di 20, se il piano copre anche tratti di spiaggia libera.  

    I settori di sorveglianza possono variare di estensione, invece, in funzione della diversa pericolosità di un tratto rispetto all’altro. Le bandiere (verde, giallo, rossa) possono poi graduare il pericolo quando il mare è mosso, consentendo il bagno su alcuni tratti (gialle) e sconsigliandolo su altri particolarmente pericolosi (rosse). Quei tratti prospicienti il canale di erosione di una corrente di ritorno possono essere circoscritti (e potrebbe esservi vietata la balneazione, come accade con un corridoio di lancio). Altri settori possono richiedere il raddoppio del personale e talora può essere raddoppiata una postazione che non garantisce la completa visibilità del tratto che fronteggia.   

    Il settore non può essere ampliato ulteriormente durante l’orario giornaliero o secondo il calendario. Questo è stato sempre uno dei punti fermi nelle autorizzazioni dei piani collettivi di tutta l’Italia (fino all’estate passata, col caso di Rimini, si veda l’articolo “Quant’è giustificato lo sciopero dei marinai di salvataggio a Rimini?”) perché il settore previsto dal piano è già il massimo consentito e un settore più ampio, gestito da un solo operatore, non è più in grado di garantire un livello minimo di sicurezza della balneazione su questo tipo di spiagge.

    Nei periodi di inizio di stagione (maggio) o alla fine (settembre) si può invece ridurre l’orario giornaliero del servizio per la ridotta affluenza e l’accorciamento delle giornate. Lo stabilimento balneare che non aderisce al piano deve disporre di una propria postazione così come è regolamentata dall’ordinanza di sicurezza balneare.

    Spiagge di resort

    Un villaggio vacanze o l’hotel che ha in concessione un breve tratto di una spiaggia libera deve predisporre il servizio come previsto dalla ordinanza, ma la postazione (che può coprire al massimo 80 metri) deve disporre almeno di 2 bagnini, sempre presenti. Questa regola, utilizzata da alcune ordinanze siciliane, deve valere per tutte le postazioni isolate da ampi tratti di spiaggia libera che non consentono la collaborazione tra postazioni limitrofe.

    Spiagge di paese

    Sul tratto prospiciente la beach line, il piano collettivo copre stabilimenti balneari intervallati da tratti di spiaggia libera.  E’ il tipo di spiaggia, caratteristica di molti litorali meridionali, che meglio si adatta ad un piano. Il settore può allungarsi anche a più di 100 metri perché la minore efficacia è bilanciata dalla copertura integrale del tratto di litorale e dalla ridotta affluenza di queste spiagge rispetto a quelle cittadine. Con qualche accorgimento in grado di unificare il servizio, però: che il piano disponga di un mezzo (una moto d’acqua) che raccordi le postazioni collegate tra loro via radio. Questi mezzi e altre attrezzature sono necessari per qualsiasi piano che ecceda, come misura indicativa, il km di estensione. Coì come, ma ne parleremo una prossima volta, è necessaria un’organizzazione di squadra che preveda una gerarchia nella linea di comando con una direzione della spiaggia e capisquadra operativi sul campo in grado di coordinare l’attività delle singole postazioni.

    Sellia Marina (Catanzaro): la costruzione della beach line

    Sulle spiagge libere che eccedono la beach line del paese, per l’eccessiva estensione e la difficoltà oggettiva di raggiungerle da parte degli utenti (talora si estendono per vari km), diventa proibitiva per un Comune la gestione diretta della sicurezza con bagnini e quant’altro. Il Comune, però, deve comunque approntare una adeguata cartellonistica monitoria (che indichi divieti e pericoli) sulle vie di accesso (che sia, come suggerito dalle ordinanze, chiara e uniforme per tutta l’Italia). Qui la normativa può sbizzarrirsi un po’, ma lasceremo la questione ad altra occasione. Il punto dirimente è che si può accedere alla spiaggia a proprio rischio, informati però dei pericoli cui si possa andare incontro. Non è molto, ma è già parecchio.

    Marina di Vecchiano (Pisa)

    Spiagge remote

      Sulle spiagge remote, trasformate dalla intraprendenza di un Comune in spiagge di massa (da cui il Comune ricava spesso un notevole introito) è presto detto: il Comune deve disporre una o più postazioni di salvataggio e approntare un piano di spiaggia adeguato garantendo l’intervento dei soccorsi sulla spiaggia. “La fantasia creativa degli amministratori” – di cui sopra – faccia il miracolo. Un cartello non basta. Non è ammissibile che, per uno scopo commerciale, si renda accessibile una spiaggia senza garantire un livello minimo di sicurezza a chi la frequenta. Che sia il pubblico o il privato che ne ricava un utile non fa nessuna differenza.  

      Abbiamo fatto cenno, all’inizio di questo articolo, che i problemi posti dalle recenti ordinanze sono due. Così le ordinanze:

      I Comuni costieri e le associazioni di concessionari, che intendono organizzare il servizio di salvamento per conto dei propri associati, devono far pervenire all’Autorità Marittima una proposta di “piano collettivo di salvataggio” contenente le generalità del legale rappresentante dell’impresa affidataria, (o comunque il nominativo della persona/e responsabile dell’attuazione del piano) i tratti di spiaggia libera, e/o l’elenco degli stabilimenti balneari per i quali si intende organizzare il servizio, la turnistica ed il numero degli addetti, ecc.

      I piani collettivi devono essere progettati. Ma chi li prepara? Una figura professionale in grado di disporre delle competenze necessarie (conoscenze di geomorfologia costiera, diritto della navigazione, delle tecniche di salvamento e soccorso, ecc.), che fa da tramite tra il Comune, gli stakeholder del settore, gli stabilimenti balneari e l‘Autorità marittima, in Italia non c’è. O non c’è ancora. In Italia manca un safety beach manager, o meglio, in italiano, il responsabile della sicurezza della spiaggia. Che sappia fare vestiti su misura e, all’occasione, gestirli. Nel prossimo articolo cercherò di dare qualche risposta in merito alla questione. 

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      Dario Giorgio Pezzini

      Consulente della Federazione italiana nuoto per i problemi relativi alle spiagge, membro del Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero e dell'Osservatorio nazionale sull'annegamento dell'Istituto superiore di sanità. È stato per vent'anni alla direzione nazionale della Società nazionale di salvamento.