I termini “moscone” e “pattino” sono sinonimi che indicano lo stesso tipo di imbarcazione di salvataggio ma che fanno riferimento, con un diversa denominazione, a una precisa area geografica dove sono stati progettati e costruiti. Anche se la storia del termine passa dalla Spagna e la Francia, la parola “pattino” entra nel vocabolario italiano nel 1891 grazie a Policarno Petrocchi nel suo nuovo dizionario della lingua italiana. La parola “moscone” viene messa nero su bianco nel 1923 dallo scrittore Alfredo Pazzini, che visse in gioventù a Rimini trascorrendo le vacanze a Bellaria e la inserì nel suo “Dizionario Moderno”.
In Romagna, sul moscone si sono fatti fotografare tanti personaggi come Benito Mussolini col figlio Romano a Riccione, cosi come nel 2000 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, a fianco di un moscone regalatogli dal Comune di Rimini. Il moscone nasce a Cattolica nel XIX secolo presso gli artigiani Dante Di Biagi (padre, il “mago dei mosconi”) e Bruno Di Biagi (figlio), maestri d’ascia, che hanno venduto mosconi in mezzo mondo. All’inizio erano fatti in legno di abete e poi in obeche (samba), un legno africano leggero. Il massello però si appesantiva con l’acqua e da 75 kg passava, a fine stagione, a pesarne 90. Oggi si utilizza un compensato marino incrociato che garantisce una durata media di 30 anni.

I mosconi e i pattini sono l’imbarcazione utilizzata in Italia nel salvamento in acque aperte (mare, lago, fiume) e ve ne sono due modelli differenti. Il “Tirreno” ha porta-salvagenti in acciaio (che nel ribaltamento possono rivelarsi pericolosi per un assistente bagnanti). In velocità sull’onda, nel ritorno a terra, è infatti facile arrovesciarsi. Il modello “Adriatico” è più semplice e maneggevole, “danza tra le onde” meglio di qualsiasi altra imbarcazione.
Nel tempo sono arrivati i mosconi in resina, costruiti a Bellaria dalla Blu Marine, che evitano l’impegnativa manutenzione annua richiesta dai pattini o mosconi di legno, sensibili al caldo e al freddo e all’acqua. Ma il “bagnino di salvataggio” esperto – così come sono chiamati in Romagna gli addetti al salvamento – preferisce quello di legno!
Chi scrive è nato in mezzo a queste imbarcazioni perché il padre, “mosconaio” (una professione ora estinta), aveva un noleggio a Rimini. Fin da piccolo mi destreggiavo per imparare le varie tecniche e mostrare ai tanti villeggianti come guidarlo fosse un gioco.


Differenze tra moscone in legno e vetroresina
Il moscone in vetroresina è più leggero, con la linea di galleggiamento più alta che gli conferisce una minore stabilità in acque mosse per la maggior presa che esercitano sulle fiancate i frangenti, l’azione combinata del vento e la corrente. Tende ad avere un notevole scarroccio che deve essere compensato con una remata che può rivelarsi impegnativa. Il moscone di legno è invece più pesante, con la linea di galleggiamento più bassa e una maggiore stabilità in acque agitate. In uscita (quando si parte nell’avvicinamento a un pericolante), si possono affrontare i frangenti con una maggiore potenza di sfondamento. Nella fase di rientro si governa meglio sul frangente.
In uscita, il maggiore galleggiamento del modello in vetroresina consente una buona velocità di avanzamento anche a non abilissimi vogatori. Inoltre, a differenza del gemello di legno, consente di salire letteralmente sulle onde, ma bisogna poi aspettare con attenzione il momento di bonaccia perché, non avendo potenza di sfondamento, sull’onda formata e sulle schiume prodotte, il moscone di resina tende a sollevarsi sull’acqua e tornare indietro. Nella fase di rientro bisogna prestare attenzione perché tende a inserirsi sull’onda correndo il rischio di ingavonarsi (inchinarsi sul fianco) e intraversarsi col conseguente possibile capovolgimento del moscone.
I mezzi alternativi
Da più parti, soprattutto da giovani e agguerriti assistenti bagnanti, si obietta che il moscone come imbarcazione di salvataggio sia ormai superato e si vorrebbe poter utilizzare mezzi più veloci quali la moto d’acqua, il SUP, tavole da onde, salvagenti tipo “torpedo” adeguatamente adibite al salvataggio. A questo scopo, già nel 1988 a Riccione si sperimentavano al Bagno 135/136 alcune scocche di moto fatte artigianalmente da un ingegnere e un meccanico insieme a chi scrive, che credeva nel progetto. La finalità era velocizzare gli interventi lontani dalla battigia dove il tempo di recupero del pericolante è determinante nei primi 8 minuti per la vita umana e per la rianimazione. Si era fatto un progetto con una moto, un quad, la tavola spinale e tutti i mezzi di soccorso possibili: salvagenti, torpedo (salvagente a forma di siluro), tavole, eccetera. Il congegno avrebbe dovuto essere posizionato in una torretta ogni 3 chilometri, più alta delle altre, in collegamento con le istituzioni: il pronto soccorso, la Capitaneria di porto (CP), il 112, la direzione di spiaggia e le forze dell’ordine.

Il riscontro con altre realtà internazionali, vedi i paesi europei che si affacciano sull’Atlantico ma soprattutto gli Usa e l’Australia, fanno risaltare evidenti considerazioni. In questi paesi che si affacciano sugli oceani, spesso con spiagge di enormi estensioni e in massima parte libere all’accesso pubblico, il servizio di sorveglianza e soccorso è collettivo: vale a dire che gli assistenti bagnanti, tutti preparatissimi nuotatori, esperti nel nuoto con il torpedo e con le tavole, nella conduzione in acque agitate con il gommone o la moto d’acqua collaborano in gruppo all’azione del salvataggio, sono collegati tra loro, hanno torrette di avvistamento e mezzi di comunicazione efficienti. In Australia preferiscono utilizzare il gommone per le uscite al largo della costa, mentre in America, sulle coste californiane, preferiscono la moto d’acqua. La gran parte degli interventi comunque viene effettuata a nuoto (con le pinne, il torpedo o il “baywatch”) o con le tavole, potendo contare sull’aiuto dei colleghi che da terra possono attivate tutte le possibili azioni di supporto.
La realtà italiana è ben diversa. La Capitaneria di porto, nelle sue ordinanze, prevede che ci sia, nella postazione della torretta, un assistente bagnanti col brevetto MIP che lo abilita al mare, l’attestato di BLSD e come dotazione obbligatoria il moscone (o il pattino) di salvataggio con tutto l’equipaggiamento sia di soccorso che medico. Quindi il nostro assistente costituisce la sola unità di salvataggio per quel tratto di spiaggia. Anche da noi, nei primi 30-50 metri, col mare mosso il salvataggio viene effettuato a nuoto, con l’ausilio del salvagente, il torpedo e l’uso delle pinne.
Come è fatto il moscone di salvataggio
Tornando al moscone, è bene descriverlo meglio per capirne l’utilizzazione corretta. Il moscone è costituito da due scafi simmetrici, uniti tra di loro in maniera da costituire la forma di un catamarano. La coperta dell’imbarcazione, verso poppa, è costituita da un piano rigido (“il piano di lavoro”) dove prende posto l’assistente per effettuare l’azione di voga in piedi e dove all’occorrenza si può adagiare la persona soccorsa. A prua c’è il seggiolino, dove in alcuni casi (nelle uscite effettuate da due assistenti che entrambi partecipano alla remata) potrà prendere posto l’assistente che voga all’indietro seduto. Sui due lati, al centro, ci sono i due braccioli (le scalmiere) dove hanno sede gli scalmi che accolgono i remi. Gli scalmi posso essere di due tipi: fissi, dove il remo viene fissato tramite lo stroppo, o mobile, “a forcola”, dove nella gola trova alloggio il remo.
Il remo è costituito dalla pala (la parte che effettua la presa in acqua, adatta all’entrata e alla fuoriuscita senza sgocciolamento) il ginocchio (la parte che si inserisce sullo scalmo), il girone o impugnatura. Il remo da utilizzare per il moscone di salvataggio dovrà essere “a tutta pala” per avere nella voga in piedi, la “voga di punta”, una piena efficacia propulsiva.

I vantaggi del moscone
Il moscone è un’imbarcazione stabile. Se abbiamo appreso una buona tecnica di remata in piedi e ci siamo allenati giornalmente, ci consente uscite veloci affrontando anche acque agitate. Non da ultimo, ci offre come ulteriore vantaggio la possibilità di effettuare, quando le condizioni meteo-marine lo permettano, le manovre di rianimazione immediatamente a bordo del moscone stesso. Inoltre, nelle giornate particolarmente affollate, a bordo del nostro moscone di salvataggio potremo effettuare con efficacia ronde di sorveglianza a ridosso dell’affollamento, infondendo ai bagnanti una sensazione di estrema sicurezza e consentendo all’assistente opera di prevenzione e rapidissimi interventi di soccorso.
L’importanza della tecnica di voga
Nella fase di addestramento il neoassistente dovrà imparare le giuste tecniche di remata per poter far fronte con capacità e rapidità alle richieste di un intervento. Parlare della voga nel salvamento significa analizzare un gesto che ha un rilievo notevolissimo in una serie di azioni concatenate. L’assistente bagnanti non deve essere necessariamente un atleta di caratura olimpica, ma è tenuto, per il ruolo che svolge, a mantenere una buona condizione fisica. Deve essere in grado, quando le circostanze lo impongono, di svolgere al meglio le mansioni alle quali il possesso del brevetto lo abilita. Perizia e buona forma fisica debbono accompagnare l’assistente bagnanti durante tutta la sua carriera.
La voga in piedi è di estrema importanza nelle uscite di soccorso al pericolante perché, oltre a essere una remata efficace, ci consente un costante controllo visivo della persona in pericolo e di affrontare il mare mosso potendo osservare le onde incidenti e valutare attentamente i tempi di intervento tra un’ondata e l’altra. La posizione assunta è somigliante a quella del pugile che sta in guardia, con le gambe divaricate e morbide, pronte però allo scatto. Il piede destro (o sinistro, la scelta è individuale) è in avanti, in posizione perpendicolare alla linea del moscone, leggermente arretrato (di norma una ventina di cm) rispetto alla linea immaginaria tracciata tra i due braccioli porta scalmi. Il piede posteriore si posiziona circa 50-70 cm dietro, divaricato di circa 30 cm, e la pianta del piede ben aderente al pianale, in posizione orizzontale rispetto alla linea del moscone. Questa posizione, congiunta alla elasticità degli arti inferiori, conferirà un ottimo equilibrio anche in acque agitate.
Il remo agisce come una leva di secondo genere, avendo il fulcro nella estremità immersa nell’acqua, la forza resistente dove il remo è collegato all’imbarcazione e la forza motrice all’estremità opposta dove il vogatore esercita e imprime tutto il suo sforzo.
I remi andranno impugnati mantenendo il polso a riposo in linea con gli avambracci. A questa posizione dovrà corrispondere quella del remo che avrà la pala perfettamente piatta sulla superfice dell’acqua. Per iniziare a vogare dovremo, mantenendo fissa la posizione dei piedi, portare i remi a prendere acqua in avanti, sulla prua del moscone. Per far questo dovremo portare l’impugnatura dei remi verso il petto e contemporaneamente arretrare la posizione delle spalle, aiutati in ciò da un leggero piegamento, con il ginocchio in fuori, della gamba posteriore. A questo punto della vogata ci troveremo con il remo posizionato a prua del moscone con la pala piatta sulla superfice dell’acqua e dovremo, in maniera sincronizzata, all’appoggio del remo in acqua. Potremmo continuare per un bel po’ perché in realtà l’acquisizione del movimento corretto richiede tempo ed esercitazione.
Il movimento fluido dell’assistente bagnanti che rema ci appare come una cosa facile a vedersi, ma è ingannevole. Ci sentiamo quindi in dovere di raccomandare al neo-brevettato assistente bagnanti di salire sul moscone il più possibile, affrontando così sempre nuove situazioni in mare e affinando esperienza e padronanza, una condizione necessaria alla buona riuscita di ogni intervento di soccorso.
Regole e dotazioni obbligatorie del moscone di salvataggio
Il moscone di salvataggio, come recita l’ordinanza di sicurezza balneare della Capitaneria di porto, dovrà avere gli scafi dipinti di rosso recanti la scritta “Salvataggio” a lettere bianche di adeguate dimensioni, nonché la località sede della struttura balneare e il nome della struttura. Dovrà essere armato con:
- due salvagenti anulari di cui uno munito di sagola galleggiante lunga almeno 30 metri;
- un mezzo marinaio o gaffa;
- un sistema di scalmiere che impedisca la fuoriuscita dei remi.
A scopo precauzionale è buona norma avere a portata di utilizzo, possibilmente sul moscone, un terzo remo (remo di rispetto), in maniera tale da poterlo sostituire immediatamente nel caso in cui, come talora accade, il remo si spezzi. Nel gavone sotto il seggiolino tenere un ancorotto con la cima. Il moscone inoltre dovrà essere condotto da un assistente bagnanti munito di brevetto in regola con il rinnovo.
Il moscone dovrà essere posizionato, durante le ore di apertura dello stabilimento, nello specchio d’acqua antistante o sulla battigia pronto all’impiego in caso di necessità. Collocato sulla battigia, direttamente di fronte alla postazione di salvataggio dovrà avere il pianale rivolto a terra e quindi il sedile verso l’acqua. I remi per praticità dovranno essere posizionati con la pala rivolta verso terra in maniera tale che possano seguire, senza ostacolare, l’inserimento del moscone in acqua. Le ordinanze di sicurezza balneare delle Capitanerie di porto regolamentano e obbligano la presenza sulla spiaggia e l’utilizzo di questo mezzo di salvataggio.
Il moscone di salvataggio, per eccellenza l’imbarcazione adibita al salvataggio, fa parte della tradizione marinaresca dell’assistente bagnante che trova in questo un mezzo affidabile e un valido alleato per i suoi interventi in acque libere.
Per approfondire
Nel Catalogo Fornitori di Mondo Balneare, nella sezione “Piccole imbarcazioni da spiaggia“, sono contenuti i principali produttori di mosconi di salvamento.
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