L’azione del sale sull’erosione delle coste rocciose

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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Piattaforma costiera in Galles.

Si pensa sempre che sia solo l’energia delle onde a scolpire le scogliere, mentre c’è un altro elemento che, in modo subdolo, ha un ruolo determinante. Spesso ci dimentichiamo anche della sua presenza, fino a quando, nuotando, non ci facciamo una bella bevuta! Si, è il sale, che si “nasconde” nell’acqua di mare, ma che lascia la propria impronta sulle rocce della costa.

Per capirne l’importanza conviene andare ai piedi di una falesia, dove spesso si trova una piattaforma rocciosa che affiora solo con la bassa marea. Un tempo si chiamava “piattaforma di abrasione marina”, perché si pensava che fosse proprio il risultato dell’abrasione che esercitano i sassi trascinati dalle onde. Poi ci siamo accorti che in certe isole queste piattaforme sono più estese sul lato protetto dal moto ondoso che non su quello direttamente esposto alle onde più forti, dove ci attenderemmo un più intenso sfregamento da parte dei sassi. Così oggi si preferisce usare il termine “piattaforma costiera”, che ne descrive la forma senza assumersi la responsabilità di spiegare quale è il processo che l’ha generata.

Un aiuto per la comprensione di questo fenomeno ci viene fornito da quelle vaschette che spesso si trovano sulle rocce vicino al mare e nelle quali l’acqua che è evaporata ha lasciato una crosta di sale. A ogni ciclo di marea (se sono nella zona intertidale) o a ogni mareggiata (se si trovano sopra al livello del mare), l’acqua le invade e il sale si scioglie, per riformarsi poi al successivo disseccamento. E sono proprio i cristalli di sale, che si formano nella pellicola superficiale della roccia bagnata, che esercitano una pressione fra i cristalli della roccia staccandone alcuni. La volta successiva la buchetta sarà più grande, ospiterà più acqua, si formerà più sale e altri granuli si staccheranno: è un processo che si autoalimenta e che prende il nome di aloclastismo, ossia rottura per azione del sale, e inizia in ogni casuale piccola depressione della superficie della roccia. Curioso è il fatto che in prossimità delle fratture il processo sia più lento, perché l’acqua vi s’infiltra e non può esercitare quest’azione meccanica, tanto che queste presentano spesso un bordo rilevato.

Vaschette di erosione da aloclastismo e bordo rilevato delle fratture. In lontananza, sul margine a mare della piattaforma, si vede un bastione.

Ebbene, torniamo alla nostra piattaforma costiera. Quando arriva la bassa marea rimane una fascia di roccia bagnata che, disseccandosi, è soggetta all’aloclastismo e, quindi, viene erosa e il suo livello si abbassa; ma non può scendere sotto al livello della bassa marea, perché rimarrebbe sempre bagnata e il processo erosivo non agirebbe. Ecco spiegato come possano formarsi queste superfici orizzontali.

La piattaforma rocciosa prodotta dall’aloclastismo si forma a una quota intermedia fra quella dell’alta e quella della bassa marea. Il bastione in genere si sviluppa fra i due livelli.

Ma guardando bene, molto spesso si vede un altro elemento che conferma questa teoria: la piattaforma è delimitata sul lato mare da un cordone roccioso: il bastione.

Piattaforma rocciosa con bastione sulla costa sud-orientale dell’Australia.

Il bastione viene raggiunto dagli schizzi delle onde anche durante la bassa marea e, rimanendo sempre bagnato, non è soggetto all’aloclastismo.

Tutti questi processi sono dovuti al fatto che l’acqua del mare è salata; ma per una roccia è molto meglio restare sempre sommersa che non avere qualche ora d’aria!

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