La sabbia per i ripascimenti non è infinita, e sta iniziando a mancare

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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«Nun c’è trippa pe’ gatti» è una frase attribuita al sindaco di Roma Ernesto Nathan, che nel 1907, dovendo fare un taglio al bilancio comunale (la spending review esisteva già allora!), eliminò il capitolo di spesa “frattaglie per i gatti” che serviva per dare da mangiare alla colonia felina della città, la quale aiutava a eliminare i topi che rosicchiavano i documenti nell’archivio comunale. Ma se si saziavano di trippa, perché andare a caccia di topi? Oggi il detto si usa quando è finita una risorsa, e fra pochi anni si potrebbe dover dire «nun c’è più sabbia pe’ lidi».

Per contrastare il mare che avanza, ma più che altro per mantenere la spiaggia, si fa sempre più ricorso al ripascimento artificiale, che in molte località sta salvando l’attività del settore turistico-balneare e di tutti quelli a esso connessi. Ma se si pensa che questa sia una strategia di lungo termine, che ci permetterà di continuare a vivere tranquillamente lungo le coste basse nonostante l’innalzamento del livello del mare, bisogna fare molta attenzione. E anche il solo mantenimento dell’arenile sul quale continuare a stendersi al sole si potrebbe scontrare con una realtà molto complessa e fuori dalla possibilità di un nostro controllo diretto.

Un dato ci può forse togliere ogni illusione: il mercato illegale della sabbia ha un valore di circa 200 miliardi di euro all’anno ed è il terzo per importanza dopo quello della droga e quello della contraffazione; nella sola India il mercato illegale della sabbia vale oltre due miliardi di euro, ma è niente in confronto agli otto miliardi del Brasile. Evidentemente c’è una grande richiesta di sabbia, e poco importa da dove viene e come arriva.

Oggi nel mondo vengono usati 59 miliardi di tonnellate di sabbia all’anno, la gran parte nell’edilizia e per l’estensione della superficie di piccoli Stati in rapida crescita demografica. Per esempio, Singapore ha espanso il proprio territorio da 583 km2 a 712 km2 con la sabbia prelevata dai fondali e dalle spiagge dei paesi vicini, e si sta ulteriormente allargamento di altri 70 km2; mentre Hong Kong, che dal 1996 a oggi si è espansa di 60 km2, ne sta aggiungendo altri 719. Ancora, il Principato di Monaco, che già ha ampliato il proprio territorio del 20%, sta realizzando un progetto di “cementificazione del mare” per creare una nuova superficie di sei ettari sulla quale costruire altre abitazioni per super-ricchi, i quali le useranno prevalentemente per ottenere la residenza nel Principato e usufruire così del suo benevolo sistema di tassazione. Vi sono poi i progetti per la realizzazione dei grandi paradisi turistici in aree tropicali, come a Dubai con circa 186 milioni di metri cubi per Palm Jumeirah, 200 milioni per Palm Island e 320 milioni per il World Island. Altri aggregati vengono richiesti per la costruzione di infrastrutture a mare, come l’aeroporto di Osaka (Giappone) su oltre 10 km2 bonificati, o quello di Dhoa (Qatar), con un’espansione di 22 km2. Anche l’ampliamento del porto di Rotterdam, in Olanda, ha richiesto circa 300 milioni di metri cubi di sabbia dragata in mare. Ma questa risorsa, apparentemente infinita o rinnovabile, sta cominciando a mancare e alcuni Stati hanno vietato il dragaggio-rapina portata avanti dai paesi più ricchi: è il caso di Malesia, Indonesia e Cambogia, che hanno proibito l’esportazione di sabbia verso Singapore, di cui sono ora Myanmar e le Filippine i principali fornitori.

Anche l’essersi affidati completamente al ripascimento artificiale per opporsi all’ingressione del mare, e in particolare per sostenere l’attività turistica, inizia a creare alcuni problemi. Ne è un esempio quanto sta avvenendo in Florida, dove l’erosione è stata contrastata, spesso allargando enormemente le spiagge, con la sabbia dragata sulla piattaforma continentale. A Miami, negli anni ’70, gli alberghi erano lambiti dalle onde, ma già dieci anni dopo la spiaggia era larga decine e decine di metri. Dal 1978 al 2016 i turisti sono passati da 8 a 35 milioni all’anno, a riprova dell’efficacia, almeno economica, del ripascimento. Si tratta però di una strategia che richiede continue ricariche, e la sabbia sui fondali sta finendo; ma l’US Corps of Engineers, che stila la lista dei progetti ammissibili per il finanziamento, non può inserire quelli che utilizzerebbero sabbia proviene da altri Stati. È così che in Florida, dove circa il 97% della sabbia utilizzata fino a oggi nei ripascimenti è stata prelevata da giacimenti sottomarini, si comincia a fare sempre più ricorso a cave terrestri, con costi estremamente più alti.

Se la spiaggia viene considerata come un elemento indispensabile in un approccio pianificato nella risposta alle variazioni climatiche, si rende necessario un suo ripascimento periodico, su di una determinata scala temporale, per mantenerne il profilo in equilibrio con il futuro livello del mare. È per questo che si dovrebbero valutare le sorgenti di sabbia disponibili, e il costo di ripascimento dovrebbe essere considerato nel bilancio futuro dell’amministrazione responsabile della gestione della costa, anziché essere affidato a stanziamenti straordinari pre-elettorali. Ciò si colloca però, come abbiamo visto, in un contesto internazionale fortemente competitivo, in particolare se la quota globale di costa erodibile che si prevede di alimentare artificialmente aumenterà da circa il 3% del 2000 al 18-33% nel 2100, come previsto in un report della Banca Mondiale.

Nell’ultimo secolo le coste degli Stati Uniti hanno ricevuto 1,2 miliardi di metri cubi di sabbia, distribuiti su 465 spiagge con 3200 interventi; mentre dal 2000, i 432 chilometri della costa olandese vengono alimentati con 12 milioni di metri cubi di sabbia prelevata in mare ogni anno, ovvero con 28 metri cubi di sabbia per metro lineare di costa. Ma quanti paesi hanno una tale riserva di sedimenti? Inoltre, anche se la sabbia presente sui nostri fondali rimanesse di proprietà pubblica, e quindi non venissero date concessioni estrattive a privati (cosa che purtroppo sta cambiando), i soli costi di dragaggio e refluimento aumenteranno per la concorrenza che vi sarà nell’accaparrarsi le draghe in grado di effettuare questi lavori, che andranno a interessare fondali sempre maggiori.

In Italia sono poco meno di 25 i milioni di metri cubi di sabbia estratta dai fondali marini dal 1994 a oggi, a cui si deve sommare quanto proveniente dalle cave presenti nelle pianure alluvionali o prodotto per frantumazione di rocce. E solo considerando i tratti in erosione, noi dobbiamo coprire 1.700 km di spiagge. Sui fondali che orlano la nostra penisola, le aree nelle quali si trova sabbia idonea al ripascimento dei litorali sono molto limitate e la tutela a cui deve essere soggetto il Mediterraneo è assai superiore a quella richiesta nel Mare del Nord. Se volessimo mantenere il profilo naturale delle spiagge con un innalzamento del livello del mare di un metro sui quasi 4.000 km di coste basse italiane, avremmo bisogno di oltre tre miliardi di metri cubi di sedimenti, e al costo attuale del dragaggio e del refluimento (circa 15 euro a metro cubo) si arriva 45 miliardi di euro. Sarà dunque difficile trovare tutta questa sabbia in mare. In alternativa potremmo anche continuare a fare buche nelle pianure alluvionali per estrarre sabbia e ghiaia, ma ci costerebbe quattro volte tanto. L’Italia finirebbe così col somigliare alla Finlandia, il paese dai mille laghi, ma avremmo tante belle spiagge lacustri sulle quali piantare gli ombrelloni!

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  1. Nikolaus Suck says:

    Che peccato che – chissà perché – sotto a questi ottimi e illuminanti articoli non ci sono praticamente mai commenti.

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