Ambiente

Spiagge e nuovo clima: quali difese funzionano davvero per salvaguardare le coste?

Ingegneria costiera e tutela dei litorali, il tempo delle attese è ormai esaurito.

Dalle mareggiate record alle strategie di difesa costiera: panoramica tecnica e prospettive economiche per gli operatori balneari tra interventi rigidi, soluzioni naturali e pianificazione demaniale.

pouf Pomodone

A mesi di distanza dal ciclone Harry, che a gennaio ha colpito Sardegna, Sicilia e Calabria, la difesa dei litorali torna al centro del dibattito e dell’agenda della categoria. Eventi meteo-marini di tale portata, che hanno prodotto mareggiate eccezionali con onde significative di 6-7 metri, punte elevate nelle aree maggiormente esposte e raffiche di scirocco superiori a 100 km/h, dimostrano che la tenuta delle spiagge non è solo una questione ambientale, ma un fattore strategico per la continuità aziendale delle concessioni balneari.

I numeri del rischio: l’impatto sul settore entro il 2050

I dati confermano che la pressione erosiva si sta intensificando. Secondo il XVII Rapporto della Società Geografica Italiana, entro il 2050 circa il 70% delle spiagge italiane sarà interessato da fenomeni erosivi, con un 20% a rischio di severa sommersione; le proiezioni al 2100 portano quest’ultima quota fino al 45%.

Le aree geograficamente più esposte (Alto Adriatico, Tirreno centrale, Gargano, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna) coincidono ampiamente con i distretti a più alta densità di impianti balneari. Per i concessionari, questo scenario impone di conoscere e valutare l’efficacia reale delle diverse opzioni di difesa.

Analisi comparativa delle soluzioni di difesa costiera

Le opere rigide restano uno strumento utile in contesti specifici, ma richiedono progettazione integrata e monitoraggio perché possono alterare la dinamica sedimentaria e trasferire criticità ai tratti vicini. Il ripascimento protetto, con sabbia e barriera soffolta, garantisce un’efficacia media-alta; le barriere soffolte tendono a ridurre l’impatto visivo rispetto alle opere emerse, ma richiedono valutazioni idrodinamiche, ambientali e di sicurezza specifiche. Le soluzioni naturali, basate su dune e Posidonia, hanno un’efficacia progressiva e costante con impatto visivo nullo, a patto di proteggere i cordoni dunali e gestire correttamente i depositi vegetali. L’arretramento pianificato, o managed retreat, implica una riorganizzazione permanente della fascia costiera, con alto impatto sulle strutture e applicabilità solo in presenza di adeguate garanzie urbanistiche e indennizzi.

Opere rigide: integrare e monitorare la “vecchia scuola”

La risposta tradizionale lungo le coste italiane è stata storicamente basata sulle opere rigide: pennelli perpendicolari alla riva e scogliere frangiflutti emerso-sommerse. Sebbene queste strutture restino uno strumento utile in contesti specifici per proteggere il tratto di spiaggia retrostante, esse richiedono una progettazione integrata e un attento monitoraggio.

Senza una visione d’insieme, infatti, rischiano di alterare il trasporto sedimentario longitudinale, bloccando la sabbia a monte e privandone i tratti di costa a valle, trasferendo le criticità erosive alle concessioni vicine. Per censire e monitorare questi fenomeni cumulativi, l’Ispra ha sviluppato un geodatabase nazionale ad alta risoluzione su scogliere e barriere artificiali.

Ripascimenti e barriere sommerse: il bilancio costi-benefici

Una soluzione ampiamente diffusa tra i comuni costieri è il ripascimento integrato da barriere sommerse, dette anche soffolte. Le barriere soffolte tendono a ridurre l’impatto visivo rispetto alle opere emerse smorzando l’energia del moto ondoso, ma richiedono valutazioni idrodinamiche, ambientali e di sicurezza specifiche. Il deposito di sabbia compatibile ripristina temporaneamente la profondità della spiaggia emersa.

Il limite principale resta la ciclicità dell’intervento. Quando il ripascimento è puro, ossia privo di protezione sommersa e in presenza di un ridotto apporto sedimentario naturale, la sabbia riposizionata tende a essere riassorbita nel giro di poche stagioni, determinando costi rilevanti per la pubblica amministrazione e incertezza operativa per gli stabilimenti.

Soluzioni basate sulla natura: Posidonia e ripristino dunale

Accanto alle opere di ingegneria idraulica, cresce l’interesse per i sistemi di difesa naturali, integrabili nella gestione degli stabilimenti balneari. Per quanto riguarda la Posidonia oceanica, dove compatibile con la fruizione turistica e la sicurezza, le amministrazioni e i gestori possono adottare una gestione selettiva e stagionale delle banquette, evitando rimozioni indiscriminate e valorizzando la loro funzione naturale di protezione dell’arenile contro la scarnificazione invernale.

La ricostruzione dei cordoni dunali permette alla duna di fungere da riserva strategica di sabbia durante le mareggiate eccezionali. La combinazione di recinzioni per la cattura del vento e la piantumazione di vegetazione autoctona consente di consolidare la spiaggia emersa in modo economico e paesaggisticamente attrattivo. Il modello internazionale di riferimento per questo approccio è il cosiddetto Sand Motor ( od Zandmotor), sviluppato nei Paesi Bassi: un imponente deposito concentrato di sabbia che le correnti ridistribuiscono gradualmente lungo il litorale nell’arco di diversi anni, riducendo la frequenza dei ripascimenti convenzionali.

Il nodo dell’arretramento pianificato, o managed retreat

Nelle situazioni di erosione cronica e irreversibile, la letteratura tecnica cita l’arretramento pianificato, ossia lo spostamento verso l’interno della linea dei servizi e delle strutture.

Per il settore balneare italiano, questo approccio non può essere considerato una semplice resa al mare, né può gravare esclusivamente sulle spalle dei concessionari. Se applicato senza una visione di sistema, l’arretramento rischia di tradursi nella perdita di superficie utile per le concessioni o nella demolizione impropria degli impianti.

Un arretramento sostenibile dal punto di vista d’impresa richiede piani di utilizzo del demanio (PUD) flessibili, che consentano lo spostamento delle strutture leggere e stagionali all’interno delle aree demaniali retrostanti, incentivi e tutele per gli investimenti con garanzie di stabilità della concessione e supporto finanziario per l’adeguamento delle infrastrutture, oltre a un’integrazione urbanistica che armonizzi la tutela ambientale con la continuità delle attività turistico-ricettive.

Prospettive per gli operatori del settore

Gli eventi meteo estremi legati a cicloni come Harry confermano che la difesa della costa richiede un cambio di passo. Per le imprese balneari, la strada non è l’arroccamento su soluzioni improvvisate d’emergenza, ma la partecipazione attiva ai tavoli di pianificazione costiera regionale e comunale, promuovendo un mix equilibrato tra ripascimenti intelligenti, difesa delle risorse naturali, opere rigide ben progettate e flessibilità nell’uso delle aree demaniali. Il tempo delle attese è ormai esaurito: rinviare ulteriormente gli interventi significa rischiare che a breve non vi siano più arenili né beni da difendere.

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