Opinioni

Balneari uniti al grido di “no all’esproprio”, o sarà la fine

Accordarsi su un unico slogan è possibile e necessario per difendere la propria azienda; continuare coi litigi e le divisioni è invece autodistruttivo

Il copione lo abbiamo già visto in passato: battibecchi e attacchi tra colleghi, confronti fotografici tra sale convegni, applausi a chi dice ciò che si vuole sentir dire e fischi a chi invece si azzarda in dichiarazioni meno consolatorie. Una pantomima tutta interna alla categoria dei balneari, frammentata in dieci (!) associazioni di categoria che si alleano e si dividono un giorno sì e l’altro pure, mentre a Palazzo Chigi si scrivono provvedimenti distruttivi per migliaia di piccole e medie imprese familiari.
Quelle a cui abbiamo assistito in questi giorni alla fiera Balnearia di Carrara sono le stesse scene dei tempi del “ddl Arlotti-Pizzolante”, che nel 2017 stava tentando di dare un nuovo assetto normativo alla gestione delle concessioni demaniali marittime prevedendone il rinnovo tramite evidenze pubbliche. Anche allora, come oggi, le associazioni erano divise tra chi rifiutava qualsiasi forma di gara e chi invece riteneva più strategico accettarle. Una mischia in cui la politica si è tuffata a capofitto per meri calcoli elettorali, che ha portato alla mancata approvazione dalla riforma. Non avere approvato quel disegno di legge – e nemmeno avere completato il riordino previsto dalla successiva legge 145/2018 – ha significato far incancrenire la situazione fino all’estremo, col risultato di arrivare alla devastante sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la validità delle attuali concessioni e imposto di riassegnarle entro la fine del 2023. Le vittime di tutto ciò non sono solo i titolari di stabilimenti balneari (che pur con l’incertezza sul loro futuro, finora hanno comunque potuto continuare a condurre le proprie aziende), ma anche e soprattutto i produttori e fornitori di attrezzature, arredi e tecnologie per la spiaggia: un indotto da 400 aziende e 150 milioni di euro annui che sta facendo i conti col blocco totale degli investimenti e con una fiera di settore molto sottotono, perché ovviamente nessun gestore di spiaggia oggi è in condizione di fare acquisti, dal momento che rischia di perdere la propria attività nel giro di un anno e mezzo.

Ma finché la lotta dei balneari sarà concentrata più all’interno che all’esterno, e finché la categoria non imparerà ad affrontare la realtà e a imparare dagli errori del passato, la situazione non potrà che continuare a peggiorare. Allora per i prossimi mesi sarà forse il caso di cercare di mettere da parte le differenze, le manie di protagonismo e la caccia alle tessere, al fine di lottare tutti per un unico obiettivo. Perché in tutta questa complessa vicenda, una cosa è innegabile: tutta la categoria è sulla stessa barca che sta affondando e nessun balneare accetta l’esproprio della sua azienda; ci sono solo opinioni diverse su come raggiungere la propria salvezza. E visto che è importante riassumere le proprie rivendicazioni con uno slogan – anche e soprattutto in una questione tecnica e difficile come il demanio marittimo – la frase che mette d’accordo tutti ci può essere, ed è appunto “No all’esproprio delle imprese balneari”.

Che si tratti di evitare del tutto le gare come alcuni continuano a proclamare, oppure di affrontarle con adeguati paracadute (il riconoscimento della professionalità e del valore aziendale), in entrambi i casi si tratta comunque di impedire un esproprio di Stato restando nelle maglie del diritto attuale, e ricordando che seppure le spiagge sono un bene pubblico, le imprese che vi sorgono sopra sono una proprietà privata. Con le gare e i sequestri che incombono, impedire l’esproprio è la priorità di oggi; poi a come raggiungere una situazione più definitiva sul medio-lungo termine si potrà pensare in un secondo momento. È allora sotto lo slogan “No all’esproprio aziendale” che sarebbe auspicabile che la categoria andasse unita in piazza a manifestare il prossimo 10 marzo a Roma: si tratta della sopravvivenza comune di migliaia di imprese, nei confronti delle quali non è giusto prendersi il merito del successo né la soddisfazione per il fallimento. Gli imprenditori balneari sono dotati di sufficiente coscienza e libero arbitrio per capire da soli se e come andare in piazza, mentre boicottare e denigrare i colleghi che non la pensano allo stesso modo, oltre a essere un brutto spettacolo nei confronti dell’opinione pubblica che già non ama la categoria dei balneari, è soprattutto il migliore dei modi per alimentare ulteriori divisioni e permettere a un governo nemico di decidere come gli pare (detta in termini più volgari ed efficaci, significa “tagliarsi le palle per far dispetto alla moglie”).

Dopo dodici anni di lotta, tanti balneari sono esausti e disgustati per queste divisioni interne, e hanno solo voglia di andare in piazza a difendere il proprio lavoro e la propria azienda, al netto dei tecnicismi e delle strategie portate avanti dalle varie associazioni. Soprattutto oggi, con i riflettori dei media puntati più che mai sui balneari, mostrarsi numerosi, uniti, arrabbiati e responsabili – mettendo da parte per una volta le sfumature e le casacche e accordandosi in maniera costruttiva su questo slogan che può mettere d’accordo tutti – dovrebbe essere la priorità ed è l’unico modo per difendere i propri diritti. Non farlo sarebbe invece autodistruttivo.

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