Fra le morfologie che arricchiscono le coste, le frecce litorali sono certamente quelle più stravaganti e volubili: possono assumere forme imprevedibili e cambiarle in continuazione. Sono lingue di sabbia, ma anche di ghiaia, attaccate alla riva e che si estendono in mare in direzione spesso parallela alla costa. Il termine “freccia” ne identifica la forma affusolata, ma ci suggerisce anche l’idea del movimento. Il loro nome in inglese, spits (usato ormai in quasi tutte le lingue), deriva dall’antico spitu, un oggetto lungo e appuntito: lo spiedo. Ma perché non pensare anche all’altro significato, “sputo”, che potrebbe descrivere un getto di… sabbia verso il mare aperto?
Le frecce litorali si formano dove, a seguito del cambiamento di direzione della costa rispetto al moto ondoso, si ha una riduzione dell’intensità del trasporto dei sedimenti, che vengono quindi depositati. In molti casi corrono paralleli alla costa, per poi ricongiungersi a essa delimitando le lagune (di cui parleremo nel prossimo “Granello di sabbia”), ma se partono da un promontorio molto aggettante in mare, possono avanzare per chilometri senza mai raggiungere la terraferma. Comunque, li possiamo trovare anche dove vi è una forte ridistribuzione di sedimenti in mare, come in alcuni delta (per esempio quello dell’Ebro, in Spagna) o in corrispondenza di importanti ripascimenti artificiali concentrati in un punto (come il Sand motor dell’Olanda).

Uno dei più famosi è Chesil Beach (UK), con la ghiaia che forma una cresta di berma di tempesta alta anche 15 metri alla sua radice a Portland, dove i granuli sono più grossi, per ridursi a poco più di 4 metri all’estremità opposta, dove le dimensioni dei sedimenti sono minori. Si riattacca alla terraferma dopo 17 km, ma i sedimenti continuano ad alimentare la costa per altri 14 km. È l’ambiente estremamente brullo che fa da sfondo alla storia narrata nell’omonimo film, dove i protagonisti in viaggio di nozze scoprono di avere un rapporto arido come la ghiaia della spiaggia.

La loro forma è molto variabile, e anche classificarli è piuttosto difficile: in genere si parla di spit semplici (lineari), uncinati (con la punta ruotata verso la costa) o complessi (in genere con più lobi), ma i casi che analizzeremo dimostreranno quanto riduttiva sia questa classificazione.

La crescita degli spit avviene per il flusso sedimentario lungo la riva, con una velocità che può raggiungere anche un chilometro al secolo, come a Orford Ness, sulla costa orientale dell’Inghilterra. La storia di questa lingua di ghiaia, che si estende per quasi 9 km, è stata racconta J.L. Steers (1899-1987), uno dei padri della geomorfologia costiera, in The Sea Coast (1953), un libro che chiunque si occupi di dinamica dei litorali dovrebbe leggere.
Ancora più lungo è lo spit alla cui estremità si trova la cittadina di Skagen, nella penisola dello Jutland, anche se per la gran parte dei suoi 40 km è molto largo e coperto dalla vegetazione, tanto che non se ne identifica facilmente la sua appartenenza a questa morfologia costiera. Questo anche perché il sollevamento post-glaciale della regione ha portato la sua radice a 14 metri sopra al livello del mare. Il suo continuo allungarsi (3,8 metri all’anno negli ultimi 5.500 anni), dovuto all’accumulo di circa 1,5 milioni di metri cubi di sabbia all’anno prodotta dall’erosione della sua radice più antica, ha imposto la costruzione di sempre nuovi fari: quello del 1560 dista più di 3 km dall’ultimo, eretto nel 1956.
La diffrazione delle onde sulla punta dello spit può produrre anche un’inversione del trasporto litoraneo nella costa riparata, che si può tradurre nella formazione di uno spit inverso, di un saliente, se non addirittura di un tombolo che va a chiudere una laguna.

Specchi d’acqua possono formarsi anche per la chiusura degli uncini o per l’unione di questi con spit precedenti formatisi più vicino alla costa. È quanto avviene sottoflutto a Capo Tindari, nella Sicilia nord-orientale, dove la sabbia, proveniente dalla foce del Timeto, riesce a superare il promontorio e a formare uno spit complesso che racchiude alcuni piccoli stagni, i Laghetti di Marinello.


Mettendo a confronto la sua forma odierna con quella rappresentata nella cartografia dell’Istituto Geografico Militare del 1968, si vede come lo spit attivo si sia notevolmente allontanato dalla punta del promontorio, segno forse di una riduzione dell’alimentazione, che potrebbe minacciare il futuro di questa spettacolare morfologia costiera.
In Italia vi sono molti altri spit, che spesso vanno a chiudere delle lagune, ma di questi parleremo nel prossimo “Granello di sabbia”.
Talvolta gli spit, nell’allungarsi, si frammentano lasciando degli ampi varchi attraverso i quali si propagano le onde, che vanno poi a raggiungere tratti di litorale precedentemente protetti. In Colombia, il piccolo villaggio di Amanzaguapos è stato sposto per ben due volte, perché uno spit complesso e dispettoso lo illudeva di proteggerlo per poi lasciarlo nuovamente esposto alle onde del Mar dei Caraibi. Dopo il primo spostamento, il villaggio venne ribattezzato Pueblo Nuevo, ma anche questo poco dopo dovette migrare di 100 metri verso l’interno, ma non venne chiamato Pueblo Nuovissimo. Forse cambiare il nome ai villaggi porta male, come cambiarlo alle barche!
Anche se dispettosi, gli spit sanno farsi amare: se si allontanano dalla costa senza chiudere una laguna, vengono ad avere due spiagge che guardano in direzione opposta, e noi possiamo scegliere su quale lato entrare in acqua senza rischiare di sprofondare nel fango. Cosa che non sarà possibile fra un mese, quando il prossimo “Granello di sabbia” ci poterà sulle lingue sabbiose che racchiudono le lagune.
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