Le spiagge pensili e i ripascimenti con protezione al piede: una chimera?

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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spiagge pensili
La spiaggia di Pellestrina (Venezia). Sebbene inizialmente il ripascimento non raggiungesse il piede della scogliera soffolta, oggi può essere considerata pensile e, fatto non molto frequente, è caratterizzata da una buona stabilità (foto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e Consorzio Venezia Nuova).

La gran parte della sabbia che viene versata su una spiaggia con un ripascimento artificiale se ne va sui fondali antistanti e sembra non servire a nulla. Ma in realtà, questa sabbia innalza il profilo sommerso e favorisce la dissipazione dell’energia delle onde; quindi non tutto è perduto. Questo avverrebbe anche se, con lo stesso volume di sabbia, potessimo innalzare maggiormente solo la parte del profilo più vicina a riva e, contemporaneamente, avere una spiaggia emersa molto più ampia.

In teoria è possibile farlo costruendo un setto nei fondali antistanti, in modo da creare un gradino nel profilo batimetrico. Questa struttura, sebbene contribuisca anch’essa a dissipare l’energia del moto ondoso, ha come funzione primaria quella di trattenere la sabbia. Si tratta di un aspetto subordinato nelle classiche scogliere parallele sommerse, che vengono costruite anche indipendentemente dai ripascimenti artificiali.

Costruire un setto diventa una necessità quando viene versata sabbia più fine di quella nativa, perché si disporrebbe con una pendenza minore e il suo profilo non si raccorderebbe mai con quello originario della spiaggia naturale.

spiagge pensili
Una soglia limita la dispersione verso il largo dei sedimenti fini di ripascimento e permette la formazione di una spiaggia pensile.

Ovviamente, in giro per il mondo si trovano progetti nei quali le due funzioni della struttura – ovvero il contenimento della sabbia e la dissipazione dell’energia delle onde – hanno una diversa importanza, ma in entrambi i casi le spiagge prendono il nome di “spiagge pensili“, in inglese perched beaches (“spiagge arroccate”). L’esempio più famoso a livello internazionale è quello di Las Teresitas a Santa Cruz de Tenerife, se non altro perché la sabbia (e, dicono, gli scorpioni) è venuta dal deserto del Sahara. In un’isola costituita da rocce nere vulcaniche il suo colore giallo risalta su tutte le cartoline!

La confusione è data anche dal fatto che nella letteratura scientifica, prevalentemente in inglese, questo termine viene usato per tutte le spiagge che hanno davanti una scogliera, anche quando questa è costituita da strutture geologiche sommerse e parallele alla costa. Spesso sono le barriere coralline e gli affioramenti di beach rock che si comportano come soglie; e siccome molte beach rock si sono formate negli ultimi millenni, quando il livello del mare era più basso, ora si trovano sommerse non lontano dalla riva. Inoltre, il termine identifica anche le spiagge poste su piattaforme rocciose (shore platforms) alla base di una falesia.

Llantwit Major (Galles) spiaggia di ghiaia “arroccata” su una shore platform.

Nel caso in cui il progetto prevedesse il raccordo fra la cresta della soglia e il nuovo profilo della spiaggia, questo andrebbe incontro a una rapida evoluzione, dato che la struttura, innescando il frangimento delle onde incidenti, genera una forte turbolenza che mette in sospensione la sabbia. Nella migliore delle ipotesi questa migrerebbe verso riva, ma molto spesso se ne va al largo, determinando una iniziale consistente perdita di sedimenti. In ogni caso, con il susseguirsi delle mareggiate, si forma un solco a tergo dell’opera, oltre il quale profilo della spiaggia prosegue con una zona a bassa pendenza che si raccorda con la parte più vicina a riva assai più ripida. Ovviamente, tutto questo dipende da molti parametri di progetto fra cui l’altezza, la larghezza e la sommergenza della struttura, le dimensioni della sabbia e l’energia del moto ondoso.

Un approfondimento del fondale si verifica anche davanti alla barriera a causa della riflessione delle onde, come avviene in tutte le strutture parallele, siano esse emerse o sommerse; anche se in queste ultime il processo è meno intenso.

Evoluzione del profilo di una spiaggia artificiale pensile.

C’è chi propone le barriere sommerse anche al solo scopo di dissipare l’energia del moto ondoso per aumentare il numero di ore in cui si può fare il bagno in sicurezza. Questo ovviamente con strutture continue e collegate a riva, che non favoriscano la formazione di rip currents.

Se la protezione al piede limita il movimento della sabbia verso l’esterno, lo stesso effetto lo esercita nei confronti dei flussi sedimentari in entrata: dopo l’arretramento della spiaggia in conseguenza delle mareggiate, la sua ricostituzione potrebbe essere assai problematica, in particolare se la berma esterna della struttura ha una notevole pendenza, e quindi una forte riflettività. Questo influenza la forma della struttura e, di conseguenza, gli elementi con cui costruirla (scogli, geocontenitori, blocchi prefabbricati, palancole metalliche…). Di fatto, questi progetti richiedono ripascimenti periodici, ma raramente vengono previsti nei bilanci delle amministrazioni che li realizzano; anche perché nessuna amministrazione può fare bilanci di lungo periodo.

Trovare sabbia idonea per il ripascimento non è facile, perché quella presente sui fondali maggiori è generalmente troppo fine, mentre quella proveniente dalle cave aperte nelle pianure alluvionali è molto costosa. Viene quindi la voglia di creare una spiaggia pensile ponendo prima uno strato di ghiaia, magari proveniente da frantumazione di roccia, e quindi meno cara, sul quale successivamente depositare la sabbia.

In un ripascimento costituito da uno strato di sabbia posto sopra a uno più grossolano, vi è la possibilità che l’asportazione del primo, anche localizzata, che si verifica di frequente a tergo della soglia, esponga la ghiaia che poi migra verso la riva.

Un progetto di questo tipo è stato realizzato alla fine degli anni ’90 a Ostia, ma i risultati non sono stati quelli sperati: l’asportazione in alcuni punti dello strato superficiale ha esposto la ghiaia, che è migrata verso riva formando uno strato, assai poco gradito, sull’arenile.

Il litorale di Ostia, con la ghiaia che costituiva lo strato inferiore del ripascimento e che è stata spiaggiata dopo essere stata riesumata sul fondale.

Dato che il profilo della spiaggia viene costantemente rimodellato dalle onde, e non solo a tergo della barriera, lo spessore della sabbia dovrebbe essere tale da assorbire queste variazioni e non lasciare mai scoperto lo strato ghiaioso; ma a quel punto il volume della ghiaia diverrebbe talmente marginale da non ridurre in modo significativo il costo del progetto.

Anche se prevista come unghia al piede di un ripascimento, una struttura molto elevata può produrre tutti gli effetti collaterali delle opere parallele con scarsa sommergenza, in particolare la generazione di un piling-up, ossia dell’innalzamento del livello del mare nel tratto protetto, che potrebbe non essere compensato dalla riduzione dell’energia del moto ondoso incidente a riva, con un conseguente aumento del run-up (risalita dell’onda sulla spiaggia emersa). Per evitare questo, e anche la formazione del solco, la struttura sommersa dovrebbe avere una cresta estremamente larga, comparabile con la lunghezza delle onde incidenti, in modo da indurre una fortissima dissipazione dell’energia. Ma anche una forte dissipazione di denaro!

In alcuni progetti, come già negli anni ’60 a Santa Monica in California, per evitare la formazione del canale e la conseguente perdita di sabbia, viene posto sul lato interno della scogliera un filtro di ciottolame, che non viene messo in sospensione e garantisce la stabilità del profilo. Questa configurazione ha caratterizzato anche un intervento fatto nel 2006 a Belvedere Marittimo (Calabria), con 600.000 metri cubi di sabbia da 0,3 millimetri su di una cella di 700 metri, dove si è ottenuta una buona stabilità del ripascimento.

Il concetto di spiaggia pensile viene spesso applicato anche in progetti che prevedono dei pennelli per limitare i flussi sedimentari lungo la riva, come fatto a Pellestrina (Venezia), e insieme alla transizione sfumata fra strutture con funzione di dissipazione dell’energia delle onde e strutture di contenimento del ripascimento, indica la grande variabilità che possono avere i progetti di difesa costiera con scogliere parallele. Peraltro, quasi tutte le spiagge pensili che vediamo lungo le nostre coste hanno un’origine assai meno nobile: erano banalissime scogliere parallele emerse o sommerse poste su di un profilo che degradava dolcemente verso il largo, ma l’erosione sul fondale antistante ha creato uno scalino in corrispondenza della struttura, tanto che non è la spiaggia a essere rilevata, bensì il fondale a essersi ribassato.

La spiaggia di Marina di Massa (Toscana) è oggi pensile solo perché il fondale antistante la scogliera soffolta si è abbassato, anche per effetto della riflessione delle onde sulla struttura.

Pur considerando che le spiagge artificiali pensili sono proponibili solo lungo le coste soggette a una modesta escursione di marea, di realizzazioni canoniche non se ne trovano molte al mondo, a dimostrazione di quanto sia difficile trattenere la sabbia con una struttura sommersa. Vi è comunque un altro sistema per ridurre le perdite sedimentarie verso il largo senza costruire una difesa al piede del ripascimento, ed è quello di usare sabbia molto grossolana o ghiaia. Ma sappiamo che molti a questo punto smetterebbero di leggere, e quindi chiudiamo qui, rimandando chi volesse approfondire a un precedente articolo di “Granelli di sabbia” in cui abbiamo parlato delle spiagge artificiali di ghiaia.

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