Ripascimenti artificiali, perché talvolta falliscono

Questo articolo fa parte di "Granelli di sabbia"

Divagazioni su processi, forme e tematiche ambientali della spiaggia. Una rubrica a cura del GNRAC.

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ripascimento
Un ripascimento con sabbia prelevata in mare e scaricata a riva con la tecnica "rainbow".

Come ogni anno, in questo periodo lungo i litorali italiani si chiudono gli ombrelloni e si aprono i cantieri per i ripascimenti. Dall’autunno alla primavera sulle nostre spiagge vengono scaricate centinaia di migliaia, se non milioni, di metri cubi di sabbia, che può arrivare con camion, attraverso tubi connessi a pompe che aspirano dai fondali antistanti oppure su navi che la estraggono sulla piattaforma continentale. Si tratta di interventi molto attesi, in particolare da quegli operatori economici che hanno nella spiaggia la risorsa primaria della propria attività. Ma purtroppo, molte volte lasciano delusi i concessionari che li aspettano, le amministrazioni pubbliche che li pagano e i bagnanti che l’estate successiva si trovano a lottare per guadagnare la superficie minima su cui stendere l’asciugamano.

Sebbene non esista una vera e propria classificazione su questo tipo di intervento, si parla di “ripascimenti strutturali” quando i volumi in gioco sono elevati, così come le speranze che la sabbia rimanga per lungo tempo; e di “ripascimenti stagionali” o “riprofilature” quando le quantità depositate sono modeste, e lo scopo è quello di avere una spiaggia un po’ più ampia nella stagione balneare successiva. Ma non oltre!

Dato che gli interventi vanno a coprire tratti costieri di diversa lunghezza, non ha senso indicare il volume totale mobilitato (se non per l’ente che lo deve pagare, talvolta affiancato o sostituito da operatori privati), quanto quello depositato per ogni metro di spiaggia, talvolta definito come densità del ripascimento.

Gli interventi stagionali, anche per alcune normative regionali che semplificano le procedure, vanno in genere dai 10 ai 20 metri cubi di sabbia per metro di spiaggia; mentre quelli strutturali si collocano ben oltre queste quantità, raggiungendo anche densità di alcune centinaia di metri cubi.

La delusione a cui accennavamo deriva spesso dal fatto che la durata dell’intervento, ossia la permanenza della nuova sabbia sulla vecchia spiaggia, è molto inferiore a quella sperata… e talvolta dichiarata dai progettisti. A questa delusione si affianca di frequente la critica, in particolare da parte dei bagnanti, per la torbidità che assume l’acqua del mare dopo questi interventi. I due problemi sono spesso dovuti alla stessa causa: sabbia troppo fine. Questo avviene in genere quando la sabbia viene prelavata sui fondali antistanti, e anche sulla piattaforma continentale a diverse decine di metri di profondità, dove raramente si trovano sedimenti di dimensioni uguali o superiori a quelli delle sabbie originarie, mentre è raro quando si fa ricorso a sabbia proveniente da cave terrestri, dove si può scegliere il materiale più opportuno.

Di interventi strutturali durati molto meno del previsto ne abbiamo avuti fin dall’inizio dei dragaggi in mare, e in alcuni casi, come quello di Ladispoli, se ne può seguire l’evoluzione anche scorrendo le immagini storiche di Google Earth. Mentre il caso più recente è quello di Alba Adriatica, dove già questa estate è andata via una quota considerevole di quella sabbia dragata in primavera al largo di Martinsicuro, e la cui bassa stabilità, se portata sulla battigia, era stata segnalata già prima dell’inizio dei lavori.

Evoluzione della spiaggia di Ladispoli alimentata artificialmente a cavallo fra il 2002 e il 2003 con sedimenti fini prelevati sulla piattaforma continentale al largo di Anzio (560.000 metri cubi; 350 mc/m). Immagini tratte da Google Earth.
Confronto fra la distribuzione granulometrica del campione composito rappresentativo dei sedimenti di battigia della spiaggia di Alba Adriatica (costituito da quattro campioni raccolti in punti diversi – linee colorate) e quella di due campioni prelevati al largo di Martinsicuro. Il primo ha dimensioni medie di 0,275 mm, i secondi 0,120 mm e 0,127 mm. Se sono questi i materiali dragati, è evidente che se ne torneranno molto rapidamente alle profondità che gli competono.

Forse sarebbe più opportuno definire “strutturali” quei ripascimenti che utilizzano sì volumi importanti di aggregati, ma di dimensioni maggiori rispetto a quelle dei sedimenti nativi. Va comunque considerato che talvolta l’alimentazione con sedimenti leggermente più fini di quelli nativi può essere giustificata da un’analisi costi/benefici. Ovvero, se la sabbia A ci starà due anni, invece dei cinque previsti per la sabbia B, ma costa un quarto, posso giustificarne l’utilizzazione. È quanto si può dire di altri interventi effettuati per esempio in Liguria, nel Lazio e in Emilia-Romagna, pur ricordando che si tratta comunque di interventi non risolutivi per contrastare l’erosione sul lungo termine.

Anche di riprofilature stagionali durate meno di un’estate vi sono esempi in quasi tutte le regioni italiane, e in questi casi una concausa della rapida perdita della sabbia va ricercata nella maggiore variabilità del clima che si sta affermando. Ma è anche noto che allontanandosi dalla battigia si trova sabbia via via più fine, e se la riportiamo a riva lei torna rapidamente alla sua profondità naturale, aiutata anche dalla maggiore energia delle onde che giungono a riva passando su fondali maggiori.

La spiaggia di Cavoli, all’Isola d’Elba, venne alimentata con sabbia prelevata sui fondali antistanti nella primavera del 2006 e il gradino che si vede nella foto, scattata il giugno successivo, dà l’idea di quanto materiale sia andato perso in pochissimo tempo.

La velocità con la quale si perde la sabbia dipende da fattori non controllabili, come il moto ondoso, ma anche da fattori che costituiscono l’essenza di questi progetti, ossia il rapporto dimensionale fra la sabbia nativa e quella riportata.

Vi sono vari metodi per stimare la possibilità che la nuova sabbia possa rimanere a lungo sulla spiaggia di progetto, e tutti prendono in considerazione la distribuzione granulometrica dei due sedimenti, anche se bisogna ammettere che non forniscono indicazioni certe sui tempi di permanenza, legati, appunto, anche alle condizioni meteomarine. Ma la gran parte degli insuccessi dei ripascimenti stagionali o strutturali era facilmente prevedibile anche solo con un semplicissimo calcolo. Forse l’utilizzo di sabbia più idonea sarebbe stato più costoso, e ci siamo accontentati di quello che c’era, pur di fare il lavoro. Ma così si finisce per buttare in mare i soldi, e non la sabbia, che già c’era!

In molti casi sarebbe preferibile mettere meno sabbia, ma più stabile, piuttosto che un volume maggiore di sedimenti fini che vengono persi rapidamente. Anche perché una successione di interventi con sabbia non idonea alla fine non lascia nessun beneficio, mentre tanti piccoli versamenti di sabbia stabile si cumulano negli anni. Ma vi è un altro aspetto ben più preoccupante: la perdita di fiducia nei ripascimenti artificiali. Questo, dopo il primo fallimento, spinge la richiesta di difese rigide, i cui effetti negativi sul paesaggio, sulla qualità delle acque, sulla sicurezza nella balneazione e sull’evoluzione delle spiagge adiacenti sono ben noti. Inoltre, la notizia di ogni insuccesso corre lungo la costa e finisce per convincere tutti che per trattenere la sabbia siano indispensabili le difese rigide, che vengono richieste anche per stabilizzare i ripascimenti, molti dei quali sarebbero assai più longevi se fatti con la sabbia delle giuste dimensioni. Ecco quindi che un ripascimento sbagliato è dannoso non solo per la spiaggia interessata, ma anche per tutte le altre!

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