La tromba d’aria che lo scorso 2 settembre ha colpito Policoro e Scanzano Jonico, con centinaia di alberi abbattuti, stabilimenti balneari distrutti, tetti scoperchiati e infrastrutture danneggiate, ha riportato al centro del dibattito la vulnerabilità climatica della costa jonica lucana. Il sindaco Enrico Bianco ha definito l’evento straordinario ed eccezionale, sottolineando un bilancio di oltre duecento interventi dei vigili del fuoco e danni stimati in milioni di euro.
Al di là della ricostruzione post-emergenza, emerge un nodo strutturale di lungo periodo: la Basilicata dispone da anni di una delle leggi regionali sul clima più avanzate d’Italia, ma non l’ha mai tradotta in strumenti operativi. A pagare il prezzo di questa inattuazione, evento dopo evento, restano i cittadini, le comunità e le imprese turistiche del demanio marittimo.
Le promesse non mantenute della legge “Basilicata Carbon Free”
Adottata il 15 ottobre 2018, la legge regionale numero 32, intitolata “Decarbonizzazione e politiche regionali sui cambiamenti climatici (Basilicata Carbon Free)”, aveva posto la mitigazione e l’adattamento come obiettivi fondamentali di tutte le politiche di sviluppo. Il testo prevedeva tre strumenti chiave da realizzare con scadenze ben precise: un Piano di valutazione delle vulnerabilità regionali entro la primavera 2019, una Strategia regionale di adattamento e mitigazione nei mesi successivi e un Osservatorio sui cambiamenti climatici da istituire entro sessanta giorni.
A distanza di anni, di questi tre strumenti non c’è traccia. Mancano il piano delle vulnerabilità, la carta del rischio climatico, la strategia di adattamento e l’Osservatorio. La norma del 2018 chiedeva espressamente di individuare le aree produttive più esposte, elaborare una Carta del rischio e stimare i costi economici associati agli impatti ambientali. Tutto ciò che, dopo il disastro di Policoro, sarebbe stato fondamentale per programmare difese costiere adeguate e coperture assicurative tarate sui reali pericoli del territorio.
Il limite della neutralità finanziaria e i fondi europei
Nel censimento ISPRA sulle strategie di adattamento, la Basilicata non figura né tra le regioni che ne hanno adottata una, né tra quelle che hanno avviato il percorso. Il paradosso è che la strategia era già prevista dalla legge regionale. Una spiegazione parziale risiede nella clausola di neutralità finanziaria contenuta nell’articolo 5 della norma, che non prevedeva oneri aggiuntivi né personale dedicato, assegnando gli incarichi nell’Osservatorio a titolo gratuito. In pratica, si è chiesto alla macchina amministrativa di svolgere, a costo zero, la pianificazione climatica più complessa della sua storia recente.
Senza quella base di pianificazione, anche i fondi europei faticano a dispiegare pienamente i loro effetti. Il Programma regionale FESR-FSE+ 2021-2027, con un monte risorse di 983 milioni di euro, impone di destinare una quota significativa di fondi agli obiettivi climatici e di sottoporre ogni infrastruttura a una verifica di resilienza climatica. Tuttavia, senza una mappa del rischio e un ordine chiaro delle priorità per la costa, la Regione interviene caso per caso sull’emergenza, presentandosi ai tavoli nazionali ed europei senza un documento formale di indirizzo che altre realtà regionali portano da tempo con sé.
Erosione costiera e impatto economico sulle imprese balneari
I dati fisici sulla fragilità della Basilicata sono ormai consolidati. Secondo le rilevazioni di Legambiente, l’erosione costiera interessa il 51,6% del litorale lucano, registrando un tasso di arretramento tra i più alti d’Italia. Parallelamente, uno studio pubblicato sulla rivista Water stima in 107 mila i lucani ad alta pericolosità idraulica e alta vulnerabilità sociale, concentrati proprio lungo l’arco jonico. Nel 2024 il Metapontino ha registrato precipitazioni estremamente scarse rispetto ad altri comparti regionali e la crisi idrica ha portato gli invasi a livelli minimi storici.
Sul fronte turistico, l’immagine della regione si scontra con una realtà complessa: i lidi di Policoro distrutti a stagione aperta, la spiaggia di Metaponto che arretra a ritmi insostenibili ed estati segnate da picchi di calore che alterano i flussi di permanenza. Nessuno ha mai stimato, alla scala regionale, quante giornate di presenza turistica e quanti ricavi aziendali costino un metro di spiaggia perso o una mareggiata devastante. I dati fisici esistono e sono precisi, ma mancano ancora quelli economici, ovvero la stima dei costi che la norma del 2018 richiedeva esplicitamente.
Dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione della costa
Mitigazione e adattamento rappresentano le due componenti essenziali di ogni politica climatica. La mitigazione consiste nel ridurre le emissioni ed è sostenuta anche dalle dinamiche di mercato, come dimostra lo sviluppo dell’eolico, del fotovoltaico e il raggiungimento del 46% di consumi da fonti rinnovabili in regione. L’adattamento riguarda la difesa della costa, la gestione degli invasi e le reti infrastrutturali, ambiti che richiedono una precisa volontà politica. La legge del 2018 metteva i due aspetti sullo stesso piano, ma l’azione regionale ne ha sviluppato essencialmente soltanto uno.
All’indomani della tromba d’aria di Policoro, le associazioni di categoria si sono attivate per la quantificazione dei danni e la richiesta di sostegni e ristori. Tuttavia, i meccanismi di tutela mutualistica non sempre coprono eventi atmosferici straordinari come le trombe d’aria marina, per le quali servirebbero polizze specifiche difficilmente stipulabili in assenza di una mappatura pubblica e dettagliata del rischio. Sulla costa jonica il rischio climatico resta dunque in gran parte scoperto e il conto viene saldato dalle imprese concessionarie e dalla collettività.
Una legge regionale sul clima non possiede la forza di fermare le trombe d’aria o le mareggiate, esattamente come le norme antisismiche non impediscono i terremoti. Serve però a fare in modo che, quando l’evento si verifica, le conseguenze siano meno catastrofiche e la ricostruzione avvenga in modo rapido e ordinato. La norma del 2018 non prometteva di comandare ai fenomeni atmosferici, ma di individuare in anticipo le aree più esposte, valutare l’entità dei danni potenziali e programmare gli interventi di mitigazione degli impatti.
Il vento non si ferma per legge, ma l’improvvisazione sì. Dopo un periodo segnato da siccità, crisi idrica ed erosione del litorale, la domanda che il comparto balneare e turistico lucano non può più eludere è quanto ancora si debba attendere prima di trasformare quella normativa regionale in uno strumento operativo concreto per la tutela della costa e delle sue attività produttive.
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