Opinioni

Balneari, legge Toscana: le risposte ai dubbi degli imprenditori

Torniamo sulla vicenda in seguito ad alcune critiche ricevute alla riflessione contro la norma che assegna 20 anni ai concessionari balneari.

A seguito del mio articolo sulla legge regionale toscana, è sorta tutta una serie di dubbi da parte di alcuni lettori, che hanno pubblicato alcuni commenti su facebook a cui vorrei dare risposta. Rimango, però, sempre stupito dalla brutalità degli attacchi personali a cui deve sottostare chiunque decida di scrivere su Mondo Balneare, per via della maleducazione unita all’oggettiva incapacità di riconoscere i propri limiti che caratterizza alcuni soggetti.
Nel merito, rispondo alle varie domande qui di seguito.

Domanda n.1: Come si applica, quindi, il DL 400/93?

Risposta: L’art. 3 comma 4 bis del DL 400/93 recita: “Le concessioni di cui al presente articolo possono avere durata superiore a sei anni e comunque non superiore a venti anni in ragione dell’entità e della rilevanza economica delle opere da realizzare e sulla base dei piani di utilizzazione delle aree del demanio marittimo predisposti dalle regioni“.

Per l’applicazione della norma nazionale, quindi, è necessario un Piano di utilizzazione del demanio marittimo ex art. 6 comma 3 della stessa legge e una dimostrazione dell’entità e rilevanza della opere “da realizzare” (si rifà quindi claris verbis a concessioni nuove e investimenti nuovi). La legge regionale toscana, invece, nonostante si prefigga la mera attuazione di questo articolo, in realtà lo ha aggirato in quanto si svincola dal necessario Piano e non si aggancia al concetto di “entità e rilevanza delle opere da realizzare”.

Domanda n.2: Quale sarebbe la soluzione alternativa?

Risposta: La soluzione alternativa è quella indicata della sentenza CGE del 14/07/2016 (“Promoimpresa”), ossia “una giustificazione fondata sul principio della tutela del legittimo affidamento richiede una valutazione caso per caso che consenta di dimostrare che il titolare dell’autorizzazione poteva legittimamente aspettarsi il rinnovo della propria autorizzazione e ha effettuato i relativi investimenti. Una siffatta giustificazione non può pertanto essere invocata validamente a sostegno di una proroga automatica istituita dal legislatore nazionale e applicata indiscriminatamente a tutte le autorizzazioni in questione”. Quindi non soluzioni generalizzate (come il 90% del valore di impresa o proroga di vent’anni a tutti), ma una disposizione più raffinata che consenta una indagine nel vissuto della concessione (investimenti fatti e gestione degli stessi nel tempo) al fine di modulare il ristoro alla lesione del legittimo affidamento caso per caso. Ristoro, quindi, che può avere le fattezze della proroga temporale o dell’indennizzo monetario.

Le valutazioni non verranno fatte solo per rientrare nella spesa, ovvio, ma in relazione al tempo di gestione dell’investimento (ammortizzazione e guadagno dell’imprenditore ordinario).

Domanda n.3: Il diritto all’indennizzo lo ha stabilito esplicitamente almeno una sentenza della CGE, quindi perché disconoscerlo?

Risposta: Non esiste alcuna sentenza CGE che ha sancito tale diritto, se non nei termini che ho già illustrato. Chi ritiene di intravedere questo diritto in qualche sentenza indichi pagina, passaggio e punto della stesa, cosicchè tutti possano attingere a tale rivoluzionaria conoscenza.

Andando, invece, alle più articolate e serie critiche del prof. Bellandi, nelle more di un confronto futuro, faccio qualche osservazione sulla questione che ci vede più distanti, ossia quella dell’indennizzo.

Premetto che guardo con sospetto l’istituto dell’indennizzo, che rischia di essere banalizzato al pari della sua cugina proroga, sopratutto quando si usa per scaricare su un imprenditore terzo, assolutamente estraneo, il danno che lo Stato ha inflitto alla nostra amata categoria. Non si può certo pensare, infatti, di chiedere a un imprenditore privato che in una gara parta da -1.000.000 euro (tanto per fare un esempio) per sopperire a un danno fatto da un diverso soggetto (Stato) a un terzo imprenditore (concessionario uscente). In nessuna sentenza si offre e si offrirà mai liceità nel trasferire a terzi un danno fatto dallo Stato membro su un imprenditore privato.

Ancora, in nessun punto delle sentenze “Laezza” e “Promoimpresa” si giustifica l’indennizzo e chiedo espressamente di citare pagina, punto e passaggio che induce o ha indotto qualcuno a crederlo. Semplicemente non esiste. La sentenza “Laezza”, in particolare, è troppo distante dalla nostra fattispecie per innescare un fruttuoso paragone in termini di diritto, innanzitutto perchè gravita sul rispetto dell’art. 49 e 56 del Trattato FUE e non sugli art. 12 e seguenti della Bolkestein, la quale, essendo norma armonizzata, rimane per noi rimane l’unico riferimento da assumere. Per intentare un parallelismo con la fattispecie “Laezza”, è come se la norma italiana costringesse i nostri imprenditori balneari, a fine concessione, a cedere gratuitamente gli ombrelloni, le sdraio, il sito internet del lido, eccetera. La norma impugnata, infatti, parla di tutti i beni materiali e immateriali legati alla gestione della rete del gioco d’azzardo e per questo è stata ovviamente aggredita.

Ma la questione è differente dalla nostra anche sotto ultronei profili. Il Giudice Europeo, infatti, fa notare come la norma italiana contrasti con il principio di proporzionalità per quelle concessioni rilasciate dopo il 2012 mettendo in evidenza che a fronte di contratti di durata insufficiente si imponga una misura cosi sproporzionata. Per noi è differente, in quanto si parla solo delle opere stabili come precipitato del principio di accessione civilistica, che è cosa ben diversa. Tra l’altro la devoluzione avviene, secondo Codice della Navigazione, solo alla cessazione di atto formale di adeguata durata, quindi anche la questione della non proporzionalità della norma alla specifica fattispecie ci è estranea.

La norma impugnata era anche poco trasparente, in quanto dava facoltà allo Stato, a sua discrezione, di decidere o meno se chiedere quei beni al concessionario del gioco d’azzardo. Nel nostro caso, invece, la devoluzione è chiara e uguale per tutti.

Ancora, la fattispecie “Laezza” rimanda al Giudice Nazionale di accertare se nel caso specifico la misura della perdita dei proprietà dei beni sia adeguata al conseguimento degli obiettivi che la norma impugnata si prefigge, quindi non chiude la vicenda definitivamente e non si presta a generalizzazioni. Tale sentenza, comunque, non garantisce affatto diritto all’indennizzo monetario in nessun passaggio.

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Giannicola Ruggieri

Master in Diritto ed economia del mare, master in Diritto internazionale del mare (Università della Valletta, Malta), docente di demanio marittimo per la scuola di formazione per funzionari di P.A. Trevi Formazione, consulente di P.A. in materia di demanio, consulente demaniale per DemanioMarittimo.com.
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