Il Coordinamento dei concessionari demaniali pertinenziali italiani ha inviato alle commissioni giustizia e finanze della Camera dei deputati una serie di richieste per chiedere un trattamento separato, all’interno del decreto Infrazioni, per i titolari delle strutture balneari incamerate. Si tratta di circa 300 imprese in tutta Italia, che fino al 2021 pagavano i cosiddetti maxi canoni Omi. L’appello dei pertinenziali, rappresentati dal presidente Walter Galli e difesi dall’avvocato Bartolo Ravenna, è di inserire tali correttivi all’interno del decreto Infrazioni, che disciplina le gare delle concessioni balneari senza distinguere i manufatti incamerati da quelli che non lo sono.
«I concessionari pertinenziali gestiscono immobili demaniali, costruzioni in muratura e perciò inamovibili, edificati su area demaniale e di cui lo Stato, alla scadenza del titolo, non avendone ordinato l’abbattimento, ha acquisito automaticamente la proprietà ai sensi dell’articolo 49 del Codice della navigazione», spiega il documento. «Il concessionario di pertinenza demaniale è assimilabile al conduttore di un immobile in locazione di un bene statale, differenziandosi così da coloro che gestiscono aree demaniali con strutture amovibili. Già in passato le concessioni di pertinenze sono state pesantemente incise dall’introduzione dei canoni di mercato (cosiddetti “Omi”) con un incremento a volte anche superiore al 1000% in virtù della legge 296/2007, una norma emanata senza considerare la peculiare condizione dei concessionari di strutture pertinenziali; poi infatti abrogata con decorrenza 1/1/2021 dopo che, purtroppo, numerose aziende, per lo più familiari, avevano perso la concessione per morosità anche a causa dell’altrettanto esoso regime fiscale e manutentorio».
A titolo esemplificativo, il documento riporta un grafico riproducente l’entità degli oneri cui la categoria è esposta rispetto agli altri concessionari di beni non incamerati. Prosegue poi il testo: «La categoria dei pertinenziali è connotata da profondi tratti di diversità rispetto agli altri concessionari, benché tenuta a “custodire” beni di proprietà pubblica, con l’obbligo di eseguire a proprie spese – pena il venir meno del titolo – la manutenzione ordinaria e straordinaria, a ricostruirli nel caso di danneggiamento da eventi marosi, a pagare l’Imu, la tassa sui rifiuti e i canoni di concessione in entità di gran lunga superiore rispetto ai concessionari di aree demaniali, pena la decadenza dalla concessione. Tutto questo espone il pertinenziale a un rischio d’impresa elevatissimo anche a causa della pressione economico-fiscale che ne erode la redditività, la quale, a volte, giunge a essere inferiore a quella delle mere aree demaniali attrezzate che svolgono attività simili».
Ciononostante, prosegue il documento dei pertinenziali, il decreto Infrazioni «ha previsto un’unica disciplina per tutti, assimilando i pertinenziali a tutti gli altri concessionari. Tanto in evidente violazione a un criterio di omogeneità sostanziale e, soprattutto, in spregio al principio costituzionale dell’eguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, così come applicato nella costante giurisprudenza della Corte costituzionale, secondo cui situazioni diverse devono essere trattate in modo differente. In particolare, all’articolo 1 punto 9) del decreto Infrazioni, in riferimento ai criteri di determinazione dell’indennizzo a seguito di rilascio della concessione in favore di nuovo concessionario, sono state previste regole uniformi per tutti i concessionari, così che, nel caso di rilascio del titolo a favore di un nuovo concessionario, l’uscente avrebbe diritto a un indennizzo pari al valore degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati al termine della concessione, nonché pari a quanto necessario per garantire un’equa remunerazione sugli investimenti effettuati negli ultimi 5 anni. Trattasi di norma fortemente penalizzante per i pertinenziali, poiché riduce drasticamente il valore dell’indennizzo escludendo dal calcolo, solo perché ammortizzati, tutti gli investimenti spesso anteriori ai cinque anni, nonostante che il periodo di emergenza epidemiologica e le incertezze sul rinnovo delle concessioni abbiano obbligato (in una logica imprenditoriale di sopravvivenza) molti gestori a limitare gli investimenti proprio negli ultimi anni».
Il documento del Coordinamento concessionari demaniali pertinenziali contiene varie altre richieste tecniche per non penalizzare ulteriormente queste 300 imprese.
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