Sono un marinaio di salvataggio della provincia di Rimini. Faccio questo mestiere da ventidue anni con grande passione e dedizione e da qualche tempo seguo i continui cambiamenti che stanno avvenendo nel settore della sicurezza balneare, così numerosi e repentini da rendere difficile l’adeguamento sia da parte degli operatori che dei datori di lavoro, a livello locale e nazionale. Il nuovo decreto 85/24, con il suo pacchetto di novità, ha causato forti preoccupazioni da parte di tutti gli addetti ai lavori in quanto, nell’intento di uniformare la sicurezza balneare, ha creato delle criticità che non corrispondono alle esigenze reali del settore.
E’ arrivata da pochi giorni la sentenza del Tar del Lazio ha che messo in discussione il decreto, bocciando quella parte normativa che aveva delineato un monopolio formativo della FIN. Mi trovo d’accordo con Gino Stella quando esorta tutte le parti coinvolte a mettersi al lavoro per modificare il decreto. Tuttavia, nel farlo, vorrei che fossero considerati tutti gli aspetti importanti in esso contenuti, senza limitarsi a una dialettica sulla possibile assunzione di minorenni o sul pluralismo formativo.
Se gli altri principali enti formatori (FISA e SNS) hanno contribuito a dare forte risonanza alla tematica che li vedeva coinvolti, rimangono altri due punti importanti su cui si regge la riforma. Il primo riguarda l’impossibilità di impiegare bagnini di salvataggio minorenni. Per quanto possa sembrare strano che un lavoro con le responsabilità civili e penali che comporta sia svolto da minorenni, intere regioni assumono da tempo personale al di sotto dei diciotto anni, cosa che ho appreso leggendo articoli di giornale perché non ho riscontrato questa dinamica sul mio territorio e in particolare sull’arenile. Tanto più che negli ultimi anni si è dimostrato via via sempre più difficile reperire personale e completare gli organici per la sorveglianza balneare. Ci sarebbe da chiedersi come mai, vista l’attrattiva che questo lavoro ha esercitato fino ad almeno una decina di anni fa.
Forse tale fenomeno è la conseguenza di una progressiva professionalizzazione e responsabilizzazione della figura del marinaio di salvataggio. Del resto, con le nuove ordinanze della Capitaneria di Porto siamo stati dotati di sempre maggiore attrezzatura (defibrillatore in ogni torretta, bombola dell’ossigeno, saturimetro) che ci equipara ormai a veri e propri soccorritori. Un salto di qualità che può essere certamente ben visto, dal momento che conferisce importanza a questo ruolo e aumenta la possibilità di salvare vite, voluto però dai piani alti senza che si stato accompagnato da rinnovi contrattuali in senso migliorativo. A tutto ciò si aggiunge una maggiore frequenza di intervento dei marinai di salvataggio durante il servizio, probabilmente legata al cambiamento dell’utenza turistica (quantomeno in Romagna), che vede molti più anziani e famiglie con bambini rispetto agli anni novanta.
Per venire al tema a mio avviso più importante, è opportuno dedicare maggiore attenzione alle modalità di rilascio e rinnovo dei brevetti che consentono di svolgere questo lavoro. Per rinnovare il brevetto professionale è necessario superare una prova di nuoto che prevede degli standard para agonistici (150 metri in 3 minuti, 50 metri a stile libero in 55 secondi, 50 metri a dorso in 1,05 minuti, eccetera) senza considerare le prove tecniche previste per conseguire il brevetto ex novo, superabili credo solo da atleti agonisti allenati. Ora, poiché in precedenza era sufficiente il pagamento di un bollettino per il rinnovo del brevetto professionale, nessuno nega che una prova pratica possa essere introdotta per verificare l’idoneità fisica, ma dovrebbe poter essere superata da tutti coloro che non abbiano particolari impedimenti fisici, con un minimo di allenamento. Senza dimenticare che, al giorno d’oggi, chiunque venga assunto deve già sottoporsi a una serie di esami medici di idoneità (esami del sangue, elettrocardiogramma, visita medica).
Invece, come giustamente ha segnalato il presidente di Federalberghi Capri in un articolo comparso sul Mattino e altri quotidiani locali, con questo decreto la sicurezza in mare si basa su standard atletici che non migliorano affatto la competenza del bagnino di salvataggio; rischiano anzi di estromettere gli addetti che ci lavorano da anni e che hanno maturato esperienza, oltre a limitare fortemente l’accesso alla professione, in un settore che vede un forte calo di operatori.
In ventidue anni non ho mai soccorso nessuno a nuoto, ma sempre con l’ausilio del moscone di salvataggio a remi (a parte gli interventi in acque basse dove non serve nuotare ma correre). Intervenire a nuoto per soccorrere qualcuno che sta annegando mette in pericolo anche la sicurezza dell’operatore, un punto di partenza da tenere a mente per chiunque inizia a svolgere questo lavoro.
La professionalità del marinaio di salvataggio si basa sulla capacità di prestare attenzione focalizzandosi sui soggetti ritenuti più a rischio e sui punti più pericolosi dello specchio d’acqua di competenza, svolgendo un imprescindibile lavoro di prevenzione degli incidenti. L’abilità del salvataggio si fonda sulla capacità di valutare le condizioni meteo marine in relazione anche ai punti di maggiore pericolo. Sono qualità professionali come la prontezza di intervento e la dimestichezza con le corrette tecniche di voga e di soccorso con il moscone a remi, la capacità di cooperare tra colleghi durante un’emergenza – in mare o sulla battigia – a costituire quel bagaglio di conoscenze tecniche che si affinano anno dopo anno e aumentano esponenzialmente le probabilità di salvare una vita umana.
Infine, da un paio d’anni a questa parte, i nuovi strumenti messi a disposizione di ogni torretta, come il defibrillatore e la bombola dell’ossigeno, richiedono competenze aggiuntive, come quelle di mettere correttamente in pratica i protocolli BLSD, che offrono un supporto fondamentale al primo soccorso e per i quali i salvataggi devono sostenere corsi di aggiornamento biennali (a proprie spese). Gli standard fisici introdotti dal decreto 85/24 mirano a creare un’élite atletico-sportiva che nulla ha a che vedere con la formazione di lavoratori specializzati nel soccorso. Non possiamo confondere lo sport con la sicurezza in mare. Conquistare il podio in una gara di nuoto non significa aver raggiunto elevati standard professionali che riguardano il marinaio di salvataggio. Il paradosso è che attualmente ci troviamo di fronte a un quadro normativo che vuole rivoluzionare il mondo del salvamento ma rischia di provocare solo danni, sia sul piano occupazionale che su quello della sicurezza.
Si è tanto parlato di questo decreto, ma credo sia mancato il punto di vista dei diretti interessati, di chi lavora otto ore al giorno guardando il mare. Per questo motivo, cercando di ripercorrere il dibattito emerso negli ultimi mesi, ho sentito la necessità di condividere critiche e perplessità, le stesse che ho raccolto anche da altri colleghi, senza avere la pretesa di rappresentare una categoria.
Mi auguro che tutte le figure istituzionali coinvolte si adoperino per apportare quelle modifiche al decreto di cui il mondo del salvamento necessita e che non possono essere ulteriormente rimandate. Ringrazio Mondo Balneare per lo spazio dedicatomi e mando un saluto a tutti i colleghi marinai di salvataggio, senza tralasciare un ringraziamento a tutti coloro che si sono interessati da vicino a questa tematica.
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