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Parte la nuova mappatura delle coste italiane, il progetto da 400 milioni di euro

Promossa da Ispra e Ministero dell'ambiente, la ricognizione ha lo scopo di monitorare lo stato di salute degli ecosistemi marittimi

Si chiama “Marine ecosystem restoration” (Mer) ed è un ambizioso progetto che intende mappare tutte le coste e i fondali marittimi italiani per diversi scopi ambientali, dal coordinamento degli interventi anti-erosione alla tutela degli habitat locali. Promosso da Ispra e Ministero dell’ambiente, il Mer è articolato in 37 interventi da effettuare nel giro di due anni, per un costo complessivo di 400 milioni di euro. Le prime attività sono partite lo scorso marzo e riguardano proprio la mappatura delle coste italiane: non si tratta della ripetizione di quanto già effettuato nell’estate 2023 dal tavolo interministeriale istituito dalla presidenza del consiglio, che aveva lo scopo di calcolare la quantità di litorali liberi e in concessione, bensì di una ricognizione molto più dettagliata sullo stato di salute degli ecosistemi marini e non solo.

Il progetto potrà contare sulle tecnologie più avanzate tra quelle a disposizione oggi sul mercato, e una volta terminato, permetterà di creare il primo “Atlante digitale dei mari italiani“. Le attività saranno condotte su tutto il territorio costiero nazionale attraverso sensori ottici, sensori satellitari e anche un veicolo sottomarino autonomo che sarà usato per l’osservazione diretta di circa quattromila chilometri di costa. Ad aggiudicarsi la gara d’appalto per le attività di mappatura è stato un consorzio guidato dall’azienda Fugro, che ha già iniziato le operazioni e che le concluderà tra circa due anni.

«Si tratta di un’opportunità enorme, per certi versi irripetibile», ha spiegato a Open Giordano Giorgi, coordinatore del progetto e responsabile del Centro nazionale coste di Ispra. «È un’operazione imponente, che in Italia si fa per la prima volta. Non esiste un altro paese a livello europeo che abbia realizzato una mappatura della costa a questi livelli di precisione».

La mappatura restituirà una fotografia dettagliata della morfologia delle coste italiane, permettendo di programmare con precisione gli interventi del governo o degli enti locali in tema di difesa dei litorali. «I fenomeni di erosione costiera iniziano nella parte sommersa della spiaggia. Con i dati che avremo a disposizione saremo in grado di prevedere i fenomeni erosivi che interesseranno la costa italiana nei prossimi dieci anni», sottolinea Giorgi. Un altro vantaggio è legato all’installazione degli impianti eolici offshore: per far sì che l’elettricità generata dalle pale eoliche arrivi fino alla terraferma, c’è bisogno di stendere lunghi cavi elettrici, perciò attraverso la mappatura delle aree costiere, i costruttori saranno in grado di sapere con precisione quali sono i punti di attracco dove è più conveniente e meno impattante far passare i cavi.

Il progetto dell’Ispra si avventurerà per la prima volta in aree quasi completamente sconosciute del Mediterraneo, che fino a oggi non sono mai state monitorate. D’altronde, ad oggi è stato mappato poco più di un quarto dei fondali marini e oceanici della Terra. In particolare, saranno mappati gli oltre 70 monti sommersi presenti nelle acque italiane e di cui si hanno a disposizione pochissime informazioni. Se si pensa che negli ultimi vent’anni l’Ispra ha mappato appena tre monti sottomarini, e che ora con il Mer ne saranno studiati 72 in appena due anni, si ha un’idea delle dimensioni di questo ambizioso progetto.

Terminata la fase di esplorazione, il Mer proseguirà la sua attività con una vasta serie di interventi di ripristino ambientale. Tra le prime a cui lavorerà l’Ispra, c’è un’opera di ricostruzione dei banchi di ostrica piatta europea – una specie autoctona del mare Adriatico – in cinque regioni italiane: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo. Il secondo progetto di ripristino riguarda invece la Posidonia oceanica, una pianta acquatica considerata fondamentale per la mitigazione dei cambiamenti climatici. «Le praterie di Posidonia sono alla base della cattura di CO2 e della produzione di ossigeno, eppure l’ultima mappatura risale a decenni fa. Per fare un paragone con la terra emersa, è come se non sapessimo quante foreste ci sono oggi in Italia», osserva Giorgi. «Con queste iniziative ci stiamo portando avanti con il lavoro che l’Unione europea ci chiederà di fare». Il riferimento è alla Nature Restoration Law, il provvedimento approvato dal Parlamento europeo – e dunque vicino all’adozione – che prevede di ripristinare almeno il 90% delle aree marine e terrestri degradate entro il 2050.

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