Quest’articolo fa seguito a quello già pubblicato sulle correnti di ritorno e cerca di spiegare perché sulle spiagge annegano anche nuotatori, talora provetti. Questo tipo di annegamento si verifica quando la vittima sa nuotare, ma non riesce a tornare a riva perché è trascinata via dalla corrente, o perché un altro ostacolo glielo impedisce. Eccettuati però i pochi casi provocati dal vento di terra o dalla risacca, l’annegamento si verifica per lo più col mare mosso ed è provocato da correnti di ritorno.
Normalmente lo spotting del pericolante (cioè l’individuazione di una persona in difficoltà portata via dalla corrente) è meno difficile di altri tipi di annegamento perché la vittima si trova in un punto pericoloso da sorvegliare con attenzione (o, se portato via dal vento di terra, si trova ad una distanza eccessiva dalla riva che lo separa e lo staglia dal resto dei bagnanti). Inoltre la vittima dell’incidente è in grado di segnalare a terra la difficoltà in cui si trova chiedendo aiuto urlando o, più frequentemente, alzando un braccio o la mano.
Sebbene sia più facile individuare una persona in pericolo, il salvataggio può rivelarsi però molto impegnativo a causa del mare mosso. Tirare fuori dall’acqua qualcuno col mare calmo o durante una mareggiata non è proprio la stessa cosa. In compenso, tra i tipi di annegamento, è quello a più bassa letalità: a moltissimi salvataggi corrispondono pochi annegamenti. Cosa che può leggersi anche così: ad un numero molto grande di incidenti di annegamento corrispondono quasi sempre salvataggi che hanno successo. Non è per caso che la grande maggioranza di questi annegamenti avvengono sulle spiagge libere incustodite.
Questo incidente di annegamento passa attraverso alcuni stadi con una evoluzione tipica durante la quale un nuotatore si trasforma gradualmente in un non-nuotatore grazie ad un processo psicologico caratteristico dettato dal suo stato emotivo che gli fa perdere progressivamente la capacità di stare a galla. Gli stadi di un “ritorno impedito” sono indicati nello schema qui sotto.

Alla fase in cui il nuotatore ignora di trovarsi in una situazione pericolosa (perché nuota, per esempio, con la corrente a favore o troppo vicino al canale di erosione di una corrente di ritorno) segue una breve fase di disorientamento (sorpresa) quando, nel tentativo di tornare a terra, incontra una resistenza che prima non avvertiva. Segue poi la fase di difficoltà quando comincia ad avere paura perché non riesce a recuperare la riva e si rende conto del pericolo in cui si trova. La nuotata comincia a deteriorarsi a causa della rigidità muscolare provocata da questo stato emotivo e il nuotatore diventa un “pericolante“: è ancora padrone di sé, ma reagisce con un comportamento inadeguato nuotando controcorrente verso riva, una decisione che la paura sembra dettare ineluttabilmente a chiunque. Nuota con tutta la forza che possiede per poi fermarsi, riprendersi e tentare di nuovo.
Dopo due o tre tentativi falliti, sopraffatto dalla fatica e dallo scoraggiamento, si fa preda del panico, una forma estrema di paura, incontrollabile e irreversibile, provocata dall’idea di morire che adesso lo incombe. Si manifesta, a un livello fisiologico, prima con una incipiente rigidità muscolare che poi diventa via via massiccia, quasi tetanica, a cominciare dagli arti inferiori che non lo sostengono più nella posizione orizzontale, atta a nuotare. La nuotata è, a questo punto, del tutto deteriorata e il pericolante comincia ad annaspare gesticolando scompostamente per poi cedere di schianto. Si completa così la trasformazione da nuotatore in non-nuotatore (descritta peraltro dalla stessa terminologia con cui si indica il processo: nuotatore -> pericolante-> vittima). Persa la sincronia con le onde, comincia a bere nel tentativo disperato di respirare e iniziano i prodromi dell’annegamento fisiologico quando non riesce più a tenere le vie respiratorie pervie, protette dall’acqua, inalandola nei polmoni.
Sopraggiunge la fase di sommersione quando rinuncia a lottare o non è più in grado di farlo: l’assetto orizzontale del nuotatore diviene prima obliquo e poi quasi verticale in acqua. Esaurita l’aria residua nell’apparato respiratorio, assume gradualmente un peso specifico neutro o negativo, non riesce più a tenersi a galla cominciando ad affondare. Talora l’annegamento si conclude con la vittima che ancora galleggia semisommersa, non più padrona di sé o incosciente. Le onde lo rotolano nell’acqua affondandolo e facendolo ricomparire qualche metro distante per poi affondarlo di nuovo. In un certo numero di casi – ma la questione è oggi posta seriamente in dubbio da molti medici – la glottide ha uno spasmo tale da impedire l’inalazione dell’acqua nei polmoni. La vittima muore comunque soffocata, ma i polmoni restano asciutti. La questione è ancora controversa, come detto, ma – vera o falsa – non altera in nessun caso il processo con cui evolve l’incidente. A questa fase, che conclude la progressione, corrisponde l’inizio di quella fisiologica dell’annegamento che lo porterà inesorabilmente alla morte: il cervello cesserà a breve di essere irrorato dall’ossigeno ancora residuo e il cuore cesserà di battere.
La successione di queste fasi può non essere rispettata per filo e per segno e qualche fase iniziale può essere saltata, accelerata o prolungata. La variabilità dipende dalle capacità natatorie che variano da persona a persona e dalla soggettiva capacità di reazione di fronte al pericolo. La vittima può disporre di un tempo più o meno lungo durante il quale fare ricorso a capacità raziocinanti prima di essere preda delle proprie emozioni che gradualmente diventano inarrestabili (dovrebbe modificare la rotta per tornare a terra, cosa che ben raramente un pericolante è disposto a fare, ma imperterrito cerca di tornare a riva controcorrente). La possibilità di salvarsi, se nessuno viene a soccorrerlo, è legata unicamente alla fortuna, alla direzione presa dalla corrente o alla residua capacità di ragionare e di tenere il sangue freddo, cosa difficilissima da realizzare per una persona normale, non abituata ad affrontare situazioni di pericolo nelle quali c’è in ballo la propria vita. La escalation della paura – la trasformazione in panico – è il vero motore del processo di annegamento, innescato dal timore di una morte imminente, un’angoscia insopprimibile gestita dall’apparato limbico del nostro cervello che dà risposte inadeguate ad una situazione di pericolo che non è terrestre, e non sa farvi fronte: lotta o fuggi! Che, tradotto in acqua, diventa: raggiungi la terra ad ogni costo! Su questo importante aspetto psicologico del processo torneremo con maggiori dettagli in un prossimo articolo.
Il processo dura complessivamente alcuni minuti: il tempo di lotta – il tempo che intercorre dalla fase di difficoltà (dal momento in cui realizza di essere in pericolo) all’affondamento – è compreso, normalmente, tra i 2 e i 5 minuti (bambini ed anziani, persone fragili, possono presentare tempi di reazione anche più brevi offrendo una minore resistenza psicologica all’intensificazione abnorme della paura che può esplodere all’istante). Se la vittima percepisce chiaramente che i soccorsi si sono attivati, questo periodo si allunga ed è in grado di attendere, così come si allungano i tempi se ad annegare sono due o più vittime vicine tra loro. La solitudine – l’essere solo di fronte ad un pericolo mortale sapendo che nessuno interverrà in aiuto – è un aggravante della paura che accorcerà il processo. Questo tempo quindi (2 – 5 minuti) è indicativo della grande maggioranza dei casi, ma ammette eccezioni motivate dalla variabilità dei soggetti e delle situazioni.

Il grafico indica le vittime di questo tipo di annegamento negli anni 2016 – 2021. La media è di 50 vittime annue (contando soltanto quelle irretite in correnti di ritorno). Escluso il 2020, il campo di variazione va da 42 a 62 casi per stagione balneare. Il calo vistoso del 2020 (32 vittime), l’anno del Covid, è dovuto alle restrizioni e ai controlli cui sono state sottoposte anche le spiagge libere delle quali i Comuni sono stati costretti ad occuparsi dalla legislazione di emergenza. Non tutto il male vien per nuocere.

La carta e la tabella qui sopra indicano invece il numero complessivo degli annegamenti nelle correnti di ritorno sulle spiagge su base regionale nei 6 anni 2016 – 2021. Un primo gruppo di regioni (Lucania, Molise, Friuli V. G., Calabria e Veneto) presentano un numero tutto sommato esiguo di annegamenti di nuotatori (in corrispondenza, del resto, di litorali poco produttivi di correnti). Nel resto delle regioni si va dalle 22 vittime della Liguria alle 29 della Puglia; solo la Campania (con 30 annegamenti) e la Sicilia (35 ) raggiungono le trenta vittime.

Da ricordare, ovviamente, che ciascuna regione presenta una estensione del litorale ben diversa che può spiegare parecchio: i 480 Km della Campania o gli 865 della Puglia non sono i 140 Km del Veneto o dell’Emilia Romagna. Se volessimo indicare il numero delle vittime per regione in rapporto all’estensione della costa balneabile, avremmo il seguente grafico, ben più realistico:

La Liguria, alla quale inaspettatamente viene assegnata la maglia nera, presenta una vittima ogni 4,2 km (nei 6 anni 2016-2021), tanto più inaspettatamente perché, come preciseremo tra poco, la maggior parte degli incidenti si concentrano in questa regione nel breve tratto Savona- Ventimiglia. Le correnti di ritorno sono provocate qui da strutture artificiali protettive delle spiagge (barriere di scogli e pennelli), che si inseriscono, a differenza di quanto accade nel Medio e Alto Adriatico, su coste alte e rocciose (su questo saremo più precisi in un prossimo articolo). A seguire le altre Regioni.
È opportuno comunque indicare i dati su base regionale – anche indipendentemente dalla lunghezza del litorale – per due motivi. In primo luogo, allo scopo di ridurre il costo del servizio di salvataggio (alleggerendo quindi gli stabilimenti balneari da un onere concessorio), le Regioni – che hanno sulle spiagge solo una competenza turistico-commerciale – si sono arrogate una voce in capitolo su alcuni aspetti del servizio di salvataggio (secondo la mia personale opinione, senza averne titolo) indebolendolo, risparmiando sulla sicurezza e influendo così su questi dati. Sarebbe auspicabile che le regioni si facessero carico delle responsabilità che si sono assunte e corressero ai ripari. In secondo luogo, il litorale di una regione presenta solitamente una certa continuità geomorfologica e una diversa esposizione ad eventi meteomarini che possono spiegare l’esistenza di pericoli ricorrenti, caratteristici di un tratto costiero. Le coste della Liguria non sono quelle venete né quelle toscane. Alcune regioni presentano tratti di litorale infestati da correnti di ritorno sui quali si concentrano gli incidenti di annegamento impedito. In particolare i seguenti otto tratti (indicati sulla cartina più sotto):
- Liguria, da Savona a Ventimiglia
- Toscana, in più tratti da Bocca di Magra a Piombino
- Lazio, da Fiumicino in giù
- Campania, fino al Cilento
- Sardegna, costa occidentale
- Sicilia, costa di sud-est
- Puglia, Salento
- Adriatico centro settentrionale: da Pescara a Trieste.
Anche altri tratti costieri possono presentare correnti di ritorno che hanno però un carattere non infestante ma, per così dire, accidentale. Le correnti di ritorno inoltre si presentano in sembianze assai diverse: le correnti “artificializzate” della Romagna o della Liguria di ponente non sono “le buche” della Toscana o quelle delle pocket beach del Salento o della Sicilia sud-orientale, per intenderci. Anche su questo dovremo tornare.
La cartina seguente, l’ultima di questo articolo, è stata in realtà la prima e la base di queste ricerche epidemiologiche. È stata elaborata da alcuni ricercatori (Marco Giustini e Stefania Trinca) dell’Istituto Superiore di Sanità quando l’Osservatorio Nazionale dell’Annegamento (del Ministero della Salute) era ancora di là da venire.

Gli unici dati nazionali sugli annegamenti allora disponibili (2008) – salvo quelli ricavati da ricerche campionarie – erano quelli dell’ISTAT che, pur essendo dati ufficiali, lasciavano ieri, come lasciano oggi, molto a desiderare, non distinguendo neppure su questioni essenziali come, per esempio, in quale corpo idrico accadano gli incidenti di annegamento. Si ignorava come fossero distribuiti tra le spiagge, i laghi, i fiumi, le piscine. Nella cartina i dati infatti sono presentati “per comune”, una indicazione grezza, però illuminante. I due ricercatori avevano infatti costruito un “indice di rischio annegamento” (IRA) per ciascun comune che presentasse casi di annegamento in Italia (durante gli anni 2000 – 2008). IRA 1 indica che nel territorio di un comune – indipendentemente da dove avvenisse l’incidente, se in mare, in un canale o nella vasca da bagno – c’era stato un solo caso di annegamento in 5 anni; anche IRA 2, presentava un solo caso, però di un incidente plurimo (più vittime nello stesso incidente). I casi interessanti erano quelli contrassegnati nella cartina dalle palline rosse e verdi: rosse (IRA 3), quando in un comune si verificava un caso di annegamento quasi tutti gli anni, e verde (IRA 4), quando ogni anno erano due o più di 2 gli annegamenti ricorrenti. In questi comuni c’era evidentemente qualcosa – una causa – capace di produrre sistematicamente episodi di annegamento. Se il lettore, con un minimo di pazienza, volesse esaminare la cartina con maggiore attenzione, noterà due cose. In primo luogo, con l’eccezione della zona interna incentrata sulla Lombardia, ma comprendente anche Veneto, Piemonte, Emilia (e le grandi città come Torino, Roma, Milano o Firenze), le palline verdi e rosse si assiepano sul litorale marino. Questo concorda con il dato che oggi possediamo con certezza che, come in tutti i paesi ad alto reddito, anche nel nostro il grosso degli annegamenti avviene nel contesto della balneazione: più dei ¾ degli annegamenti complessivi avvengono sulle spiagge marine e nelle acque interne (e, con una componente minore, nelle piscine) quando le persone vanno a fare il bagno. Una verità che oggi può apparire banale (la balneazione è l’occasione di contatto più frequente che le persone hanno con l’acqua nel nostro paese), legata però allo sviluppo economico e culturale di uno stato. Non è la stessa situazione che si verifica, per esempio, in Vietnam o nell’Africa equatoriale dove le persone annegano (con ben altri numeri) per lo più nel contesto della vita quotidiana, e non perché vanno al mare o in vacanza. Ma in particolare – questa è la seconda osservazione – i tratti contrassegnati dal susseguirsi di palline verdi interrelate da quelle rosse evidenziano gli hateful eight, gli otto tratti elencati sopra! Questi tratti sono infestati, infatti, da correnti di ritorno (l’abbiamo scoperto dopo). La cartina ha fatto da apripista a scoperte più precise e circonstanziate.
Mancavano ancora molte componenti di ricerca per arrivare a queste conclusioni, oltre quella specificatamente epidemiologica della “ricerca dei numeri”. Una componente importante era la geomorfologia costiera capace di evidenziare quei fenomeni naturali delle spiagge (dei laghi o dei fiumi) che sono un pericolo per la balneazione (come le correnti di ritorno) in grado di causare incidenti di annegamento. Una seconda componente era quella medica: l’annegamento è una patologia che consegue ad un incidente acquatico. Una terza componente era, non trovo un’espressione più appropriata, “la scienza del salvamento” (lifeguarding), quelle conoscenze proprie delle società o federazioni di salvamento in grado di descrivere e analizzare episodi di annegamento (e di trovare mezzi adeguati per farvi fronte, nel salvataggio e nel soccorso sanitario delle vittime). Chi scrive ha analizzato, per un lungo tempo, più di 300 episodi di annegamento annui. Un’ultima componente era quella sociologica, in grado di esaminare l’annegamento come un fenomeno politico-sociale (da cui l’importanza dell’analisi della legislazione e della componente istituzionale di questo fenomeno). In ultima analisi l’argomento sono gli uomini e gli uomini vivono in società cooperando e confliggendo tra loro per tutelare i propri interessi o risolvere i loro problemi. Solo una conoscenza teorica ed empirica del campo di cui ci si occupa e una adeguata organizzazione concettuale della materia consentono una valutazione corretta degli argomenti sostenuti. Purtroppo questo campo abbonda di sedicenti esperti che talora non sanno di che parlano ma che riempiono, soprattutto d’estate, le pagine dei giornali dei loro discorsi.

Dalla necessità di riunire in un progetto interdisciplinare ricercatori di varia provenienza è nato, presso l’Istituto Superiore di Sanità, l’Osservatorio nazionale dell’annegamento (col pomposo, burocratico nome di Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione). Questa però è un’altra storia. La racconteremo un’altra volta.
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