Sicurezza

Il pericolo delle correnti di ritorno per l’annegamento dei nuotatori in mare

Come affrontare un pericoloso fenomeno caratteristico delle spiagge

Nella speranza di sollevare qualche osservazione intelligente, vorrei continuare con questo articolo l’analisi dei tipi di annegamento che si verificano sulle spiagge italiane ponendo questa volta l’accento sull’annegamento di nuotatori (o “ritorno impedito”). Il grafico qui sotto riassume, meglio di mille parole, quanto già detto.

In Italia le persone che ricadono in questo tipo di annegamento (annegano, pur sapendo nuotare, perché non riescono a tornare a riva) sono circa un terzo, il 34% delle vittime totali delle spiagge, 50 – 60 vittime per stagione balneare. La tipologia degli annegamenti (descritta nell’articolo precedente, ma qui riportata nel grafico), se combinata con i pericoli caratteristici di un corpo idrico, ci permette di individuare le cause degli incidenti di annegamento.

Le cause per cui annegano i non-nuotatori, per esempio, non sono quelle per cui annega chi sa nuotare (ritorno impedito) o la vittima di un malore in acqua (annegamento improvviso). Ciascun tipo di annegamento è correlato ad una serie di cause specifiche: individuare il tipo di annegamento significa delimitare una gamma ristretta di cause capaci di spiegarlo. Ciascuno dei tipi di annegamento, inoltre, è identificato da una particolare sindrome, una serie di caratteristiche interrelate con cui si mostra in modo inequivocabile e che contribuisce a qualificarlo con una ragionevole certezza. La conoscenza di queste “sindromi” serve anche per riconoscere un annegamento mentre accade – in tempo reale – e ciò è parte integrante della formazione professionale di un assistente bagnanti che deve essere in grado di individuare nell’immediato il bagnante che è in difficoltà o che sta annegando. Solo in tal caso può intervenire tempestivamente. Non saper riconoscere una persona che annega o è in difficoltà è una grave mancanza professionale.

Questo tipo di annegamento si verifica quando la vittima sa nuotare, ma non riesce più a tornare a riva perché è trascinata via dalla corrente, o perché un altro ostacolo (il vento di terra, gli scogli, la risacca o una distanza eccessiva dalla riva) glielo impedisce. Per questo motivo, l’annegamento di nuotatori è stato chiamato   anche “ritorno impedito” (Cfr. Dario Giorgio Pezzini, Manuale di salvamento, Società Nazionale di Salvamento, Genova, 2006; Id., Sociologia dell’annegamento, di prossima pubblicazione). Sulle spiagge questi incidenti sono tipici della zona dei frangenti e, con qualche eccezione, si verificano per lo più col mare mosso. In una percentuale superiore al 90% avvengono, normalmente, entro 30-50 m dalla battigia.  

Il termine “nuotatore” non indica qui un eccellente nuotatore, ma semplicemente qualcuno che “sa nuotare” (sa spostarsi in acqua con sicurezza, non ha paura dell’acqua fonda), anche se da un punto di vista tecnico potrebbe trattarsi di un nuotatore scadente. Il caso del “ritorno impedito”quando è un nuotatore a trovarsi in difficoltà perché non riesce a recuperare la riva– è di gran lunga la causa dei più frequenti salvataggi. In Italia circa l’83% dei salvataggi in mare sono in soccorso di uno o più nuotatori intrappolati in una corrente di ritorno, il pericolo più grande sulle spiagge e causa più frequente di questo tipo di annegamento. Le correnti di ritorno provocano in Italia qualche decina di annegamenti per stagione balneare (circa 50). Note in tutto il mondo col nome inglese di rip current – le famigerate “buche” della Toscana, endemiche su tutto il Mar Tirreno (Toscana, Lazio, Campania, Sicilia, Sardegna), ma presenti, in forme diverse, un po’ su tutte le spiagge degli altri mari – sono provocate dal moto ondoso in prossimità della battigia e questo è il motivo per cui questo tipo di annegamento è caratteristico quasi esclusivamente del mare mosso. 

Una piccola percentuale di questi annegamenti è provocata dal vento di terra, soprattutto se la vittima utilizza un galleggiante su cui il vento produce un effetto-vela trascinandola al largo. Il mare in questo caso è calmo, ed è questo uno dei motivi per cui l’incidenza sugli annegamenti è comunque bassa. E’ facile infatti per gli assistenti bagnanti avvistare una persona in difficoltà (che ancora non sta annegando perché sostenuta dal galleggiante), stagliata dagli altri bagnanti e attenzionata dallo stesso giocattolo colorato. La vittima inoltre può gridare o agitare un braccio. L’intervento, a mare calmo, fatto col pattino, la moto d’acqua o il surf, è facile. Talvolta qualche pericolante viene raccolto, ormai a largo dalla Guardia Costiera, opportunamente avvisata.  Pur essendo un incidente frequente, presenta una bassissima letalità, per dirlo con una terminologia che il lettore dovrebbe ormai comprendere (la probabilità che la vittima muoia è molto bassa).  Talora è un crampo a mettere in difficoltà un nuotatore, ma anche in questo caso ben difficilmente l’incidente sfocia in un annegamento.

La quasi totalità di questo tipo di annegamento è causata quindi da correnti di ritorno. Oggi ci occuperemo di questo importante fenomeno caratteristico delle spiagge e, in un prossimo, più specificamente dell’incidente provocato.

Le onde in mare aperto sono oscillatorie. Quando si vede passare un treno di onde si ha l’impressione che anche l’acqua venga trasportata nella direzione in cui si propagano, ma è solo un inganno visivo. L’acqua si alza e si abbassa ritmicamente al loro passaggio, ma non si sposta. Come quando si sbatte un lenzuolo, le ondulazioni si trasferiscono da un capo all’altro del tessuto, ma il lenzuolo resta fermo. Nella “ola” fatta allo stadio accade qualcosa di simile: gli spettatori si alzano e si abbassano ritmicamente, restando fermi al proprio posto, dando però l’impressione di “un’onda” (ola) che si distende nel senso circolare dello stadio. Quando le onde frangono diventano, invece, traslatorie: non è solo un effetto visivo, ma effettivamente trasportano acqua nella stessa direzione in cui si propagano.   Se giocando sulla riva butto il pallone tra i frangenti, i frangenti me lo riportano indietro assieme all’acqua viva che trasportano.

Per la loro efficacia traslatoria i frangenti accumulano enormi quantità d’acqua formando dei “mucchi” in prossimità della battigia. Detto in termini un po’ meno grossolani, provocano sovralzi d’onda cui corrispondono ribassi d’onda nella zona del fondale da cui l’acqua viene tolta, una situazione di forte instabilità, come è facile immaginare. Il disegno seguente dovrebbe illustrare la situazione meglio di qualsiasi spiegazione.

Sovralzo e ribasso d’onda

Per la forza di gravità lo squilibrio tra una zona e l’altra deve in qualche modo colmarsi e i meccanismi circolatori capaci di pareggiare il conto tra le due zone sono tre.  In primo luogo l’acqua portata dai frangenti sulla riva può tornare indietro come risacca. L’onda, consumando l’energia residua, risale il pendio della battigia come getto montante e torna indietro – come risacca – per gravità.  In secondo luogo, l’acqua portata sulla riva dai frangenti può tornare indietro come risacca di fondo (undertow). La risacca di fondo è un flusso d’acqua che scorre dentro, o sotto, l’onda incidente collocandosi all’incirca a metà della sezione verticale dell’onda, come è indicato dal disegno seguente. Per un bagnante è ininfluente: normalmente, non è nemmeno avvertita. La sua esistenza, accertata in laboratorio, è probabilmente un fenomeno un po’ più complesso di quanto faccia supporre il nostro disegno e la nostra descrizione. Ma qui è quanto basta.

Risacca di fondo

Diversi invece sono gli effetti delle correnti di ritorno, il terzo dei meccanismi equilibratori che dobbiamo descrivere: l’acqua trasportata a riva dai frangenti torna indietro incanalandosi e concentrandosi in un unico flusso, largo non più di qualche decina di metri, capace di trasportare via con grande forza tutto ciò che è in acqua, anche ottimi nuotatori.

Sulle spiagge sabbiose, una corrente di ritorno è in grado di scavare un profondo solco nel fondale, il canale di erosione (“la buca”, nei termini gergali degli assistenti bagnanti, che utilizzeremo anche noi in riferimento a certi contesti).  Una corrente di ritorno può raggiungere i 9 Km orari (durante una mareggiata), ma è sufficiente una velocità di 2 – 3 Km, e anche meno, per mettere in difficoltà un buon nuotatore. Le correnti di ritorno hanno infatti un grande vantaggio sugli esseri umani: non si stancano. Nuotare controcorrente è come correre su un nastro trasportatore che procede inarrestabile in senso contrario.

Corrente di ritorno, cella circolatoria

Le correnti di ritorno sono correnti che, provocate dal moto ondoso, scorrono da zone prossime alla battigia verso il mare aperto.  Si attivano quindi solo col mare mosso. Note in tutto il mondo col nome di rip current(un termine inglese da imparare), sono il pericolo numero 1 per la balneazione, vere e proprie macchine di annegamento per l’efficacia meccanica con la quale attirano i bagnanti, li sfiancano e li annegano. Nel disegno le frecce indicano il meccanismo circolatorio che può, prima, spingere un bagnante verso una “buca” per poi trascinarlo via verso il largo.

Forte dei Marmi (LU). L’indicatore più evidente di una corrente di ritorno è l’interruzione del frangente. Anche la schiuma che la orla è, su molte spiagge, un buon indicatore della loro presenza.

Il numero totale delle vittime in incidenti di annegamento provocati da correnti di ritorno è significativo di per sé: 298 morti nei sei anni 2016 – 2021, con una media di quasi 50 vittime per stagione balneare (una media che può essere considerata realisticamente valida ancora oggi). Rivela senza ombra di dubbio che questo è il pericolo più grande delle spiagge, giustifica il peso che gli abbiamo accordato e lo stupore con cui si deve accogliere l’ignoranza di cui si ammanta in Italia la loro esistenza. Se è abbastanza facile capire il perché di questo fenomeno in generale (così come l’abbiamo sinteticamente descritto), è molto più complicato capire perché su certe spiagge le correnti di ritorno hanno un carattere infestante, su altre sono, per così dire, “occasionali” (compaiono cioè solo in certe condizioni), e su altre ancora non ci sono affatto. Dobbiamo rimandare al nostro libro Come si legge una spiaggia, (Amazon, 2022) – da cui peraltro abbiamo tratto alcuni brani – per una spiegazione dettagliata. Qui ci limiteremo soltanto a descrivere alcune situazioni significative.

annegamenti
Le onde ci vengono incontro parallele alla linea di riva

Le onde sono formate dal vento che imprime al loro avanzamento la direzione da cui proviene. Al largo, le onde prodotte da un vento che soffia in tralice procederanno quindi in obliquo rispetto alla costa. Com’è possibile allora che dalla spiaggia vediamo invece le onde venirci incontro parallele alla linea di riva (e all’orizzonte), come nella foto qui sopra? Avvicinandosi alla linea di costa le onde ruotano disponendosi in parallelo ai contorni sottomarini. L’onda che proviene dal mare aperto viene frenata dal fondale emergente quando giunge in “acqua bassa”, cioè quando comincia a navigare in acque meno profonde della propria base (la base corrisponde alla metà della lunghezza dell’onda, cioè della distanza tra la cresta di un’onda e quella successiva). Da questo punto in poi l’onda comincia a “strusciare” sul fondo e a ridurre la velocità con cui avanza. Se inclinata verso la costa, presenta un esteso fronte d’onda il cui tratto più vicino a terra incontra per primo acqua bassa. Questa parte del fronte, frenata dal fondale, procede più lentamente rispetto a quella più esterna che, in acqua ancora fonda, viaggia più spedita e tende a raggiungerla. L’onda, così, si incurva gradualmente adattandosi al fondale emergente grazie alla diversa velocità dei suoi tratti, soggetti ad un attrito differenziale. Il disegno qui sotto dovrebbe contribuire al chiarimento del fenomeno.

correnti di ritorno
La rifrazione delle onde distribuisce l’energia dei marosi nel fondale antistante l’arenile

Questo fenomeno di incurvatura delle onde si chiama rifrazione ed è essenziale per capire come funzioni la morfodinamica di una spiaggia perché ha l’effetto – assieme ad altri fattori – di distribuire l’energia dei frangenti lungo il litorale. L’energia delle onde infatti può concentrarsi o disperdersi a seconda di come sia fatto un fondale.

A scopo di semplicità, nella descrizione di sopra, abbiamo supposto che il fondale emergesse gradualmente in modo uniforme su un tratto rettilineo del litorale (pressoché come indicato dal disegno).  Questa non è la situazione più frequente, anche se è la più semplice da capire.  Una situazione un po’ più complicata da descrivere è il fronte di avanzamento di un’onda dentro una baia. Le spiagge racchiuse da una baia (embayed beach, o pocket beach, come pure sono chiamate anche in italiano, per la loro ridotta dimensione, o forse perché a forma di “tasca”) hanno caratteristiche particolari. (Cfr. Le pocket beach, dinamica e gestione delle piccole spiagge, a cura di U. Simeoni, C. Corbau, E. Pranzini, S. Ginesu, Franco Angeli editore, Milano, 2012). La comprensione di ciò che accade in questo contesto ci può aiutare a capire cosa accade un po’ d’ovunque, comunque sia fatto un litorale.

Rifrazione in una pocket beach

Un fronte d’onda che affronta in parallelo la linea di costa racchiusa da una baia, tende a distribuirsi nel modo in cui è illustrato nel disegno qui sopra, come del resto chiunque può aver visto osservando una piccola baia invasa dai frangenti. Per capire cosa accade, si utilizza il metodo delle ortogonali.  Davanti a ciascun tratto del fronte si traccia un breve segmento perpendicolare.  Dove questi convergono abbiamo zone di convergenza e, dove divergono, zone di divergenza. Le prime sono zone a maggiore intensità di energia, le altre a minore intensità: sulle punte (zone di convergenza) si concentra un tratto più grande dell’originario fronte d’onda, laddove, al centro della baia (zona di divergenza), il tratto si allarga disperdendosi.  La conformazione caratteristica di una piccola baia funziona come una lente che amplia o riduce l’intensità dei marosi. Al centro avremo quindi onde basse, via via più alte come ci si avvicina ai fianchi della baia e alle punte su cui si concentra l’energia accumulata dal vento nelle onde. Si dice in mare, come del resto avrà notato un buon osservatore guardando dal centro di una baia, che “le onde picchiano sulle punte”.  Per la diversa intensità dei marosi (e la diversa, conseguente capacità traslatoria di “trasportare acqua”), ai lati della baia tenderanno quindi a formarsi sovralzi d’onda e, al centro, un ribasso. Cosa accada poi è intuibile: i sovralzi d’onda ai due lati possono alimentare ciascuno una corrente litorale che scorre verso il ribasso, al centro della piccola baia, l’una in senso contrario all’altra. L’incontro delle due correnti litorali provoca una corrente deviata verso il largo, una corrente di ritorno (Cfr. la foto e il disegno qui sotto).  I frangenti in acqua bassa, come avrà ormai capito il lettore, sono uno specchio incredibilmente preciso del fondale: quello che accade sopra – sulla superficie del mare – ci rivela quel che c’è sotto. Ne vediamo subito un’applicazione interessante presa da un contesto assai diverso.

correnti di ritorno
Marina di Modica, litorale ragusano, Sicilia (Foto Fabio Biagio Fidone). L’acqua scorre dalle due estremità lungo la riva verso il centro della piccola insenatura da dove viene dirottata verso il largo una corrente di ritorno (con la caratteristica andatura a forma di fungo). Nel Salento (Puglia) e nel sud est della Sicilia questo tipo di corrente di ritorno, caratteristica di pocket beach, è infestante.
Reticolato
Reticolato

Nella foto qui sopra piccoli frangenti si intersecano formando una specie di “reticolato”. In realtà ciascun’ onda appartiene ad un fronte originario che si è piegato di 90° incrociando tra loro i segmenti spezzati. Il che rivela, a destra dei due bagnanti in piedi sulla bassissima secca, un’ampia voragine, una buca di acqua profonda che ha fatto incurvare le onde rifrangendole.  Questa funziona pressoché come una baia perché l’acqua più profonda – ruotandoli – concentra i frangenti sulla secca (come fosse il fianco di una insenatura).  A mare calmo, in pratica, le cose finiscono qui. Col mare mosso invece – quando i frangenti sono più alti, e più ripidi – la buca è una lente di ingrandimento che contribuisce a formare sulla secca un pericoloso “serbatoio” che dirotta l’acqua in sovralzo verso la riva. Ne agevola poi lo scorrimento verso il mare aperto provocando una corrente di ritorno (perché è il punto di minore resistenza dei frangenti in arrivo, come fosse il centro di una baia). Anche il mare calmo, poco più che increspato, ci può rivelare cose interessanti. Basta saperle vedere. 

Delle correnti di ritorno, un fenomeno molto più complesso di quanto si pensi (sul quale resta ancora molto da dire), oggi abbiamo già detto, però, a sufficienza perché il lettore se ne sia fatto un’idea. Riprenderemo il discorso – sul perché anche ottimi nuotatori ci lascino le penne – il prossimo mese.

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Dario Giorgio Pezzini

Consulente della Federazione italiana nuoto per i problemi relativi alle spiagge, membro del Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero e dell'Osservatorio nazionale sull'annegamento dell'Istituto superiore di sanità. È stato per vent'anni alla direzione nazionale della Società nazionale di salvamento.