Attualità

La più lunga causa civile d’Italia riguarda il demanio marittimo

Si è chiuso dopo 50 anni un complesso contenzioso sulla delimitazione della linea demaniale in una località veneta

Si dice spesso che il demanio marittimo è una materia molto ostica, foriera di infiniti contenziosi che si trascinano nei tribunali per molti anni. I concessionari balneari lo sanno bene, ma a dimostrarlo c’è anche il record della più vecchia causa civile pendente in Italia, che si è chiusa da pochi giorni dopo ben cinquant’anni. E che riguardava appunto un’azione legale sull’errata delimitazione del demanio marittimo in Veneto.

Il contenzioso era iniziato nel lontano giugno 1973 e ha visto la parola “fine” solo lo scorso 24 novembre in Corte di Cassazione, dopo ben mezzo secolo di udienze e pronunce. Nello specifico, la causa riguardava la delimitazione del demanio marittimo avviata dalla Capitaneria di Porto di Venezia sul litorale del Cavallino, allora sotto il Comune di Venezia, dopo la storica alluvione del 1966. La mareggiata – ancora citata nei libri di storia perché portò la famosa “acqua granda” di 194 centimetri in laguna – aveva colpito anche le spiagge a nord-est del capoluogo veneto e le acque avevano invaso gli orti caratteristici di quel territorio. Alcuni privati avevano sostenuto che il muraglione di protezione idraulica, costruito dall’allora Consorzio di bonifica del Basso Piave, non poteva essere considerato come dividente demaniale tra la spiaggia e i propri terreni, e avviarono la causa sostenendo di essere stati depauperati di una parte delle loro proprietà, direttamente confinanti col demanio statale.

Secondo i ricorrenti, le superfici demanializzate non avevano le caratteristiche morfologiche e funzionali del demanio marittimo e cioè dell’arenile, e pertanto chiesero al Ministero dell’economia e finanze e all’Agenzia del demanio di dichiarare l’inefficacia di tale delimitazione. Dopo diciannove anni, nel 1992, il tribunale di Venezia ha rigettato le domande dando ragione allo Stato, ma i ricorrenti hanno impugnato la sentenza in corte d’appello. Quest’ultima, dopo altri venticinque anni e una consulenza tecnica d’ufficio, ha riformato la sentenza nel 2017: i giudici di secondo grado hanno in sostanza riconosciuto che l’alluvione del 1966, pur avendo alterato lo stato dei luoghi, non aveva determinato una modifica tale da giustificare il passaggio dei beni privati al demanio marittimo. Ma la situazione morfologica della costa nel frattempo si è ulteriormente modificata, con un allargamento dell’arenile che in alcuni tratti supera i 150 metri. Tanto è bastato allo Stato per opporsi ulteriormente in Corte di Cassazione, che a cinquant’anni dall’inizio della vicenda ha confermato definitivamente le ragioni dei privati, riconoscendo le loro ragioni e la piena proprietà dei terreni sottratti dall’amministrazione pubblica.

Se giustizia è finalmente fatta, dopo tutto questo tempo non tutti i protagonisti sono arrivati a godersi la fine del contenzioso. Alcuni degli avvocati che nel 1973 iniziarono l’azione sono passati a miglior vita, mentre altri sono andati in pensione. La causa è stata quindi ereditata dai legali che nel 1992 impugnarono la decisione del tribunale, tra cui Antonio Forza, Flavio Tagliapietra, Marco Benvenuti e Giorgio Orsoni. Tra i ricorrenti oggi figura invece la società Sitla Spa, proprietaria del grande villaggio Union Lido di Cavallino Treporti. Oggi tutti possono festeggiare il termine di questa lunga causa, sperando che non accada lo stesso con i ricorsi che tanti balneari senz’altro avvieranno per opporsi agli espropri delle loro imprese previsti dall’applicazione della direttiva europea Bolkestein.

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