I sociologi americani Kenneth Gould e Tammy Lewis hanno definito la gentrificazione verde come «un paradosso della nostra epoca». Il motivo è che, nonostante l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi dei fenomeni climatici estremi come le dirompenti mareggiate, gli investimenti per edificare lungo le coste sono ritenuti più apprezzabili rispetto a tutti gli altri tipi di insediamenti che possono essere realizzati, magari in zone a minore rischio idrogeologico. Ma allora, perché il recepimento dei principi comunitari preposti alla promozione della concorrenza, fra cui la direttiva 2006/123/CE detta “Bolkestein” – che si vorrebbero ispirati alla “sostenibilità ambientale” – prevedono espressamente proprio questo? «Ma come?» – direte – «la Bolkestein non doveva liberalizzare le spiagge, per de-privatizzarle e restituirle alla libera fruizione della collettività?» Nella maniera più assoluta, no.
Nonostante l’assonanza (e nonostante «libero mercato per libere spiagge» sia stata un’associazione ricorrente in molti articoli di giornale e servizi televisivi superficiali, ribaditi da sedicenti opinionisti, più o meno consapevolmente), la liberalizzazione delle procedure di assegnazione delle concessioni demaniali per servizi turistico-ricreativi non ha mai avuto niente a che vedere con la rimozione degli stabilimenti balneari per la realizzazione di spiagge “libere” (che sarebbe meglio chiamare “non attrezzate”, perché se si è inabili a muoversi sulla sabbia, non si è liberi di andare a piantare un ombrellone o a nuotare autonomamente). Al contrario, l’applicazione della Bolkestein riguarda solo e soltanto con la messa a gara della detenzione dei titoli concessori esistenti per la gestione di determinate superfici di arenile, che restano tali.
In questo breve articolo è mia intenzione fornire una breve spiegazione sociologica sull’evoluzione politica dell’industria balneare, soggetta a incertezza normativa e alle valutazioni dell’opinione pubblica e della cultura turistica che hanno influito in maniera determinante su di essa. Infatti, un po’ come il combattimento fra galli negli insediamenti indigeni ha permesso a Clifford Geertz di descrivere l’intera cultura balinese per analogie e contrasti, io sostengo che la questione della liberalizzazione delle spiagge può dirci molto sul modo in cui elaboriamo le nostre considerazioni economiche e sociali.
Innanzitutto bisogna capire che cosa vuol dire liberalizzazione (che non è il libertarismo) e perché la concorrenza è considerata un principio fondamentale dell’Unione europea. La legge comunitaria, infatti, è profondamente influenzata dal pensiero (ordo)liberale, per il quale l’ordine sociale, nella misura di adeguata allocazione di beni e servizi alla collettività, è garantito fondamentalmente solo attraverso la continua competizione per il profitto di attori individuali a cui è dedicata un’economia di mercato, e di cui lo Stato dovrebbe farsi portatore e interprete letterale. Perciò se la sostenibilità ambientale, la protezione dell’occupazione, la fruibilità economica e la salvaguardia del patrimonio culturale e paesaggistico (come recita, fra le altre cose, l’articolo 4 della legge 118/2022 di recepimento della materia – al netto dei prossimi aggiornamenti proposti dal governo) sono dei valori-principio a cui vogliamo aspirare, la soluzione per il raggiungimento di questi obiettivi, secondo questo paradigma, sarà sempre vincolato a meccanismi di promozione della concorrenza fra attori operanti nei vari settori.
Se percepiscono inefficienza, i liberali vogliono sempre liberalizzare, come se obbedissero a un riflesso pavloviano. Perché ritengono, secondo considerazioni pseudo-evoluzioniste, che una «lotta per la sopravvivenza a partire da uguali condizioni di partenza» corrisponda a un’ideale configurazione sociale secondo giustizia naturale. Peccato che tale situazione non sia mai esistita e non esisterà mai, specialmente non nella fase contemporanea, caratterizzata da profonde sperequazioni. E quindi, in cui a diverse dotazioni di risorse corrispondono diverse possibilità di successo. In ogni caso, attraverso un lungo lavoro di socializzazione ideologica, la corrente politica del liberalismo è riuscita ad affermare l’automatismo del perseguimento del profitto privato come tutela degli interessi pubblici. Siamo in effetti così abituati a questa premessa, forgiata da economisti da scoglio, che l’acquisita correttezza sintattica di espressioni come “investimenti per la sostenibilità” o “investimenti per migliorare l’accessibilità” non ci fa sorgere alcun dubbio sulla loro insensatezza semantica: in realtà, gli investimenti consistono nell’esborso di denaro che gli operatori eseguono per apportare migliorie a beni e servizi, dalla cui vendita, ovviamente, si aspettano un maggiore profitto. Ovvero, non esistono investimenti che facciano calare i prezzi per l’utenza e far guadagnare di meno chi investe. Come possiamo credere davvero che stimolare la ricerca del profitto possa far decrescere il valore dei prodotti e l’assorbimento di risorse per realizzarli? Casomai, l’effetto sarà sicuramente quello di un aumento dei prezzi. Per l’appunto, in cosa potrebbero mai consistere gli investimenti in uno stabilimento balneare suscettibili di generare maggiori utili? Evidentemente si tratterà della costruzione o modificazione delle strutture esistenti al fine di poter aumentare il volume d’affari: cabine, bar, verande, ristoranti, piscine, casette-vacanza, centri benessere e così via (certo, magari con una migliore classe energetica…). Insomma, ulteriori volumi edificati sui litorali, non certo una loro riduzione.
Tuttavia, per qualche ragione di formattazione della questione nel dibattito pubblico, nel corso dei diciotto anni che sono trascorsi dall’approvazione della direttiva, queste gare sono sempre state considerate come una sorta di liberazione dall’ancien régime delle famiglie dei «parassiti feudatari della spiaggia» (come se prima del 2006, e ancora oggi, gli stabilimenti balneari non potessero essere mai stati venduti e acquistati da nessuno, perché conquistati con l’uso della forza e legittimati per titolo dinastico!) oppure, tutt’al più delle lotterie di beneficienza delle sagre di paese, con cui si potrebbe vincere uno stabilimento gratis. Ma ciò è dovuto alla fiducia mal riposta nei meccanismi di mercato, e in leggi di destra (votate anche dal centrosinistra) tipo la Bolkestein, come ciò che può affermare la giustizia e restituire diritti violati.
L’elemento più paradossale è che tali concetti derivano proprio dal modo in cui facciamo esperienza del mondo attraverso la pratica del turismo, e dagli strumenti culturali che ci offre per trarne delle valutazioni: infatti, fin dalla sua origine il turismo si è evoluto come un movimento culturale proprio di élite insofferenti per l’alienazione della vita moderna, a cui contrappongono il rifugio in luoghi inesplorati, lontani dall’industrializzazione e dalla presenza della “massa” e le sue correlate infrastrutture urbane degradanti. In breve, con la sua diffusione in tutti i ceti e il sempre maggiore riconoscimento del suo profitto simbolico per lo status personale, è proprio il turismo stesso a far sorgere in ciascuno di noi un elemento di liberalismo (inteso come intraprendenza del viaggiatore-imprenditore solitario, rifiuto dell’intermediazione di agenti e strutture di riferimento) e insieme di classismo (inteso come avversione antidemocratica per la presenza degli “altri”). È per questo che gli stabilimenti balneari, sorti in epoche meno individualiste, oggi suscitano avversione e sono visti come un ostacolo alla fruizione delle spiagge, anziché come ciò che effettivamente permette di frequentarle. In maniera analoga alla diffusa preferenza per la locazione di abitazioni private a scapito dei soggiorni in albergo. Perché se da un lato esiste un problema di accessibilità ai luoghi di vacanza – dato che, come riportato da molte statistiche sui flussi turistici, oggi sono molti gli italiani che non possono permettersele – dall’altro, è la disponibilità a pagare il riconoscimento del valore per questo tipo di servizi che è stata pesantemente delegittimata, proprio per come si è evoluto il turismo. E se i consumatori lamentano un torto di fronte al prezzo dell’ombrellone considerato troppo alto, figuriamoci gli aspiranti balneari ad accumulare il capitale sufficiente per fornire garanzie e avviare un’attività. Che sarà notevolmente più difficile con l’implementazione dei criteri concorrenziali in ambito di assegnazione delle concessioni.
In effetti, sarà questo l’effetto principale della direttiva. Con il suo articolo 12, la Bolkestein si inserisce precisamente nel determinare la fine della normativa italiana che prevedeva il rinnovamento automatico del titolo concessorio, e quindi la garanzia di continuità dell’attività di impresa e la fiducia nella tutela della proprietà delle relative pertinenze superficiali, introducendo la subordinazione al criterio degli investimenti, laddove era presente una relativa stazionarietà. In altre parole, prendendo a prestito un termine dell’antropologo Thomas Eriksen, si tratta di un’aziendalizzazione forzata da seguito a una sindrome da tapis roulant, per cui gli attuali concessionari – o i loro concorrenti, che prevedano piani di investimento migliori e alternativi – sono costretti a continuare a correre (cioè investire e costruire) per rimanere comunque sul posto. Perché gli ombrelloni non possono essere diversamente allocati, in quanto c’è un vincolo di destinazione ineludibile che rende questo tipo di procedura selettiva pubblica diversa da qualsiasi altra.
In questo modo, si crea un non-senso fra l’ingente predisposizione di risorse e di lavoro, in attività dal basso valore aggiunto per investimento, che sono comunque sottoposte a temporaneità e incertezza; e che può essere compensato solo dalla più agognata remunerabilità della disposizione complessiva, ottenibile più favorevolmente, in primo luogo, a scapito della qualità dei servizi e a favore della quantità, del rispetto della tutela ambientale e delle condizioni di lavoro del personale dipendente.
Senza alcuna ombra di dubbio, la Bolkestein ha creato le condizioni per un’economia zoppa, soggetta a un’ipertrofia di inutili costi di transazione (mi riferisco, per esempio, all’apprezzato lavoro, per quanto indesiderato e onorario, di professionisti come avvocati, architetti e commercialisti, consultati ben oltre il necessario per la gestione straordinaria delle aste) – e diciamolo pure, che può far gola soprattutto a chi ha bisogno di riciclare denaro – nonché per un eccessivo sfruttamento delle spiagge come risorsa naturale.
Ciò detto, queste considerazioni sono intempestive: arrivano troppo tardi e troppo presto. Troppo tardi perché c’è stato un tempo in cui, dato il fatto che la Bolkestein apriva alla liberalizzazione di molti altri servizi, come il mercato dell’energia, e al dumping salariale fra lavoratori europei (già, gli ordoliberali fanno i conti con le tasche degli altri, perché il famoso mercato unico europeo ha sempre funzionato tramite una disparità di regimi fiscali e tutele lavorative), si sarebbe potuto fare massa critica insieme ad altre categorie sociali per tentare di abrogare una legge fortemente sperequativa, o chiedere un recepimento che ne limitasse gli effetti. Ma, evidentemente, la scarsa considerazione e disaffezione del personale dipendente per forme di lavoro precarie (ulteriormente precarizzate per l’incertezza stessa delle attività balneari), l’insofferenza di molti gestori nei confronti della non-clientela (per quanto magari non statisticamente vera, si è empiricamente verificata e occorre prenderne atto) e una mal riposta invidia sociale hanno impedito che ciò potesse avvenire. Troppo presto perché, nonostante siano passati quasi due decenni, ancora non si sa come andrà a finire la vicenda. L’ultima proroga dei giorni scorsi non fa che ribadire la mancanza di volontà di impegnarsi in scelte complesse, o appunto, semplicemente nell’adesione al liberalismo della classe politica italiana. Che è incapace da molti anni di contro-argomentare, nei confronti delle istituzioni europee e dei propri elettori, i sensati motivi del rifiuto del principio concorrenza (in questo come in molti altri contesti). Ovvero la tutela della proprietà, in termini di beni materiali e attività commerciali, svalutati dall’incertezza normativa ed economica, l’affidamento legittimo degli interessi per concessionari attuali e aspiranti tali, così come un’effettiva tutela dei consumatori e dell’ambiente come patrimonio paesaggistico.
Gli indennizzi, intesi come il riconoscimento dell’intero valore aziendale per i concessionari uscenti, a dire il vero avrebbero potuto essere un’ottima soluzione per disabilitare gli effetti nefasti della concorrenza. Perché la perdita della concessione avrebbe significato né più né meno l’acquisto di uno stabilimento balneare da parte di un terzo subentrante. Invertendo così la tendenza alla svalutazione degli stabilimenti e stemperando l’attuale febbre dell’acquisto per strutture a poco prezzo da parte di soggetti dotati di ingenti capitali, che approfittano di chi non vede l’ora di sbarazzarsi, o meglio liberarsi, dall’assurda situazione kafkiana della propria attività-trappola, che chiede di essere curata e trascurata al tempo stesso.
I prossimi provvedimenti governativi sicuramente influenzeranno sul risultato finale dell’offerta balneare nel segno di una sempre maggiore mercificazione, e quindi, come mi auguro di aver dimostrato, porteranno in maniera contraddittoria (o meglio, schizofrenica) a una svalutazione e precarizzazione dell’industria balneare. Senza considerare le evoluzioni di quello che John Urry chiamava lo sguardo turistico, sempre più individualizzato ed esperienziale. Perciò, congenitamente avverso a quella forma collettiva ed edificata di fruizione delle spiagge a cui siamo abituati, ma che ciononostante sarà sempre più intensificata dal criterio degli investimenti. E soprattutto, al netto delle evoluzioni ecologiche della costa, che potrebbero vanificare tutte le migliori ambizioni. Rivelando così l’ottusità di certe concezioni turistiche dell’economia turistica.
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