Fiba-Confesercenti Norme e sentenze

Il nodo degli indennizzi nel Bando-tipo: servono chiarezza, buon senso ed equità

Intervista al presidente nazionale Fiba-Confesercenti Maurizio Rustignoli

Abbiamo chiesto a Maurizio Rustignoli, presidente nazionale Fiba-Confesercenti, una riflessione sull’intricata questione degli indennizzi, punto fondamentale per le nuove concessioni.

Come valuta la disciplina sugli indennizzi contenuta nel Bando-tipo?

Al di là del fatto che dobbiamo attendere l’uscita di una versione ufficiale e definitiva del Bando-tipo poiché regna ancora tanta incertezza, al momento nel Bando-tipo sugli indennizzi c’è solo un’indicazione rivolta ai Comuni, che però possono poi procedere anche diversamente. Le cose da dire sarebbero tante se andassimo a fare un’analisi particolareggiata del Bando-tipo e delle possibili evidenze pubbliche.

Nella sua introduzione, il Bando-tipo prevedeva, quando è entrato in Conferenza Unificata, la necessaria mappatura dei territori e un piano dell’arenile aggiornato, nonché, eventualmente, una dettagliata relazione che il Comune dovrebbe predisporre se si procedesse con le evidenze pubbliche.

Qual è il limite principale della normativa sugli indennizzi?

È chiaro che il tema degli indennizzi nella legge Fitto-Meloni è molto contenuto e, sicuramente, insoddisfacente per la categoria, perché si limita al valore residuo dei beni non ammortizzati e all’equa remunerazione degli investimenti effettuati negli ultimi cinque anni. Le linee guida dell’Ordine dei commercialisti tentano di andare oltre questa limitante lettura e sembra — ma dobbiamo entrare nel merito e capire meglio — che vi sia la possibilità di riconoscere un valore residuo anche per i beni ammortizzati, nonché per quelle opere strutturali che possono continuare a dare un reddito al concessionario che subentrerà in futuro. Occorre, ripeto, approfondire il tema.

Perché la categoria considera ingiusta l’attuale impostazione?

C’è insoddisfazione, perché noi abbiamo costruito queste strutture, questi manufatti, con regolari autorizzazioni, e anzi, fino a qualche anno fa, eravamo anche spinti dalle stesse amministrazioni comunali a investire e a rinnovare per essere sempre competitivi. Tante volte ci siamo perfino ipotecati le case per accedere al credito. Abbiamo costruito manufatti che hanno valori importanti e che, oggi, per il momento, sono di nostra proprietà. È dunque chiaro ed evidente che, se si pensa che gli attuali concessionari debbano cedere tutti questi beni a una cifra irrisoria agli ipotetici subentranti, questo ci risulta ingiusto e non accettabile: sarebbe un esproprio, ma soprattutto un eccessivo vantaggio per il subentrante a discapito dell’uscente. Viene quindi a mancare un principio di equilibrio fondamentale.

Cosa rischia il sistema balneare se non verrà trovato un equilibrio sugli indennizzi?

Serve un ragionamento fatto a tutti i livelli: nazionale, sul Bando-tipo, ma anche nei territori, per valorizzare quel principio indispensabile che è la qualità del servizio, altrimenti vedremmo una cartolina poco bella delle nostre spiagge. Perché dico questo? Perché, se agli attuali concessionari non vengono riconosciuti quei valori — dico valori dignitosi, non commerciali, attenzione — saranno costretti a valutare la demolizione delle strutture, come peraltro prevede la legge.

Quali soluzioni propone Fiba-Confesercenti?

Per evitare questo scenario serve un ragionamento di buon senso: si può e si deve fare. Laddove non si riuscisse a farlo, a nostro avviso, significherebbe che vi sia malafede, poiché è un obiettivo che si può raggiungere. Non stiamo chiedendo privilegi e non vogliamo eludere le direttive europee, ma quelli che vengono definiti indennizzi devono necessariamente ricomprendere i lavori di costruzione dei nostri beni, accertati tramite perizie asseverate. Non stiamo quindi chiedendo nulla che non rientri nei nostri diritti.

Se devo lasciare qualcosa al successivo gestore, nell’interesse del sistema turistico balneare dell’Emilia-Romagna ma anche di tutto il territorio nazionale, ovviamente deve esserci un equo corrispettivo. Altrimenti non si spiega perché il sacrificio di una vita di famiglie che hanno gestito questi stabilimenti debba passare a qualcun altro senza un corrispettivo economico, che semplicemente corrisponda al valore di ricostruzione dei beni, tolto ovviamente il loro deperimento.

Quali sono le preoccupazioni legate ai tempi delle evidenze pubbliche?

Noi stiamo chiedendo che vi sia equità in questo percorso. C’è ancora troppa confusione e incertezza: non si può procedere in queste condizioni, in tempi così compressi, alle evidenze pubbliche, perché alla fine rischiamo il peggio, cioè un mega contenzioso che creerebbe un danno per tutti.

È disposto a ricorrere ai tribunali?

Noi non vogliamo rivolgerci ai tribunali, perché pensiamo che il futuro delle nostre aziende e delle nostre famiglie, per chi ha intenzione di continuare a fare questo mestiere, non debba passare dai tribunali. Ovviamente, però, se saremo costretti, metteremo in campo tutti gli strumenti: sia i tribunali sia le demolizioni. Serve buon senso e un principio di equità reale: non può essere il concessionario uscente l’unico penalizzato. Questa sarebbe una grande ingiustizia e noi non lo permetteremo.

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