Opinioni Sicurezza

Il salvamento non è un costo, è vita. Lo Stato lo renda un diritto pubblico

La sicurezza in mare non è una voce di spesa tra le tante, ma un valore primario

L’estate italiana ha portato con sé il solito dibattito: i prezzi nei lidi sono troppo alti. Quest’anno, tra le tante giustificazioni, se ne è sentita una che merita attenzione: “Colpa dei costi del salvamento”. Alcuni gestori di stabilimenti balneari sostengono che mantenere bagnini e presidi di sicurezza incida in modo pesante sulle tariffe. È un argomento che va respinto senza esitazione. La sicurezza in mare non è una voce di spesa tra le tante, ma un valore primario. Non può essere ridotta a un costo da scaricare sul cliente o, peggio, da comprimere fino a renderla insufficiente. È il cuore di un diritto: quello di vivere il mare senza rischiare la vita per una banalità o una distrazione.

I numeri parlano chiaro: in Italia, dal 2017 al 2021, 1.642 persone sono morte per annegamento, una media di 328 all’anno. Di queste, 206 erano minorenni. Più di un decesso su dieci riguarda bambini e adolescenti, con percentuali impressionanti tra i ragazzi tra i 15 e i 19 anni. E sappiamo bene dove avviene la parte più tragica di queste storie: nelle spiagge libere, prive di presidi di salvataggio e sistemi di prevenzione.

Il paradosso è lampante: mentre nei lidi privati il salvamento è talvolta vissuto come un onere economico, nelle spiagge libere — dove il rischio è maggiore — spesso non esiste affatto. È una falla enorme nel sistema di tutela dei bagnanti, che si traduce ogni anno in vite spezzate, famiglie distrutte, comunità segnate. Le recenti proteste dei bagnini, che denunciano di non essere messi nelle condizioni di svolgere appieno la loro funzione, vanno lette proprio in questa chiave: il salvamento non è un favore del gestore, è un servizio essenziale. È il presidio minimo di civiltà di una società che vuole definirsi moderna. Per questo è urgente un cambio di paradigma: la sicurezza balneare deve uscire dalla sfera privata. Come è giusto che sia, deve diventare un servizio pubblico, garantito ovunque — nei lidi e nelle spiagge libere — con standard omogenei, personale formato e finanziamento stabile.

È il legislatore a dover fare la prima mossa: stabilire una visione unica nazionale, rendere la sicurezza in acqua un diritto inalienabile e mettere le risorse per farla funzionare. Un Paese che vive di turismo marino costiero, e che ogni anno piange centinaia di morti evitabili, non può permettersi di trattare la salvaguardia della vita come una voce di bilancio da tagliare. Il mare è libertà, ma la libertà senza sicurezza è un inganno.

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Francesco Bianchi

Giornalista, è stato consigliere nazionale della Società nazionale di salvamento ed è membro dell'Osservatorio nazionale dell'annegamento del Ministero della salute e del Gruppo nazionale per la ricerca in ambiente costiero.