Attualità

Canoni, guadagni, privilegi: tutte le fake news sui balneari

Smontiamo una volta per tutte le errate narrazioni di giornalisti e opinione pubblica sui concessionari di spiaggia

Con l’invettiva di Maurizio Crozza andata in onda nei giorni scorsi, si è raggiunto l’apice di una campagna mediatica senza precedenti contro gli imprenditori balneari italiani. Una campagna fatta di odio gratuito, faziosità e fake news, lanciata in seguito alla sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la proroga al 2033 delle concessioni demaniali marittime e imposto di riassegnarle entro due anni tramite gare. Chiunque ha diritto di esprimere la propria opinione, sia chiaro, ma le argomentazioni dovrebbero essere basate su dati reali e non su luoghi comuni e infondati – un discorso che vuole riferirsi non tanto alla satira, che è per sua natura provocatoria, bensì ai giornalisti, che dovrebbero essere obiettivi e completi nel dare le notizie. Invece, sui balneari troppi media generalisti accostano in modo capzioso argomenti che non c’entrano nulla tra loro, citano solo i numeri che fanno comodo alle loro campagne denigratorie e trascurano tutti gli altri, e soprattutto alimentano colpevolmente l’odio sociale nei confronti di un’intera categoria. Ai media disonesti e alle persone che credono al loro fango è rivolto questo articolo, che smentisce tutte le falsità diffuse sui balneari e spiega come funzionano davvero le imprese sulla spiaggia.

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I canoni non sono bassi, bensì squilibrati

Partiamo dalla questione più importante, quella dei canoni demaniali. Nei servizi faziosi dei media si citano sempre e solo le cifre più basse per portare l’opinione pubblica a pensare che tutti i canoni ammontino a poche migliaia di euro, ma non è affatto così.

In realtà i canoni non sono bassi, bensì squilibrati: c’è chi paga poco, c’è chi paga il giusto e c’è chi paga troppo. Da molti anni le associazioni di categoria dei balneari chiedono al governo una revisione dei canoni demaniali marittimi che elimini tali sperequazioni, imponendo aumenti ai concessionari che pagano cifre irrisorie: è un po’ come se l’inquilino di un appartamento chiedesse al proprietario di aumentargli l’affitto. Tuttavia lo Stato non ha mai messo mano a un riordino della materia, limitandosi solo lo scorso anno ad aumentare il canone minimo da 363 a 2500 euro annui (ma si è trattato di una misura insufficiente per risolvere gli squilibri). Dunque, incolpare i balneari dei canoni bassi è disonesto: i concessionari pagano semplicemente quello che viene loro richiesto dallo Stato, perciò semmai è con il governo che bisognerebbe prendersela, e non con gli imprenditori che anzi da anni si dichiarano disposti a farsi carico di un aumento ragionevole per mettere fine a queste accuse.

I balneari non pagano solo il canone demaniale

I media generalisti citano i canoni come se fossero l’unica voce di spesa affrontata da un concessionario di spiaggia, li affiancano al costo giornaliero di un ombrellone e fanno credere che i balneari paghino poche migliaia di euro a fronte di guadagni stratosferici, ma anche questo è falso. Quando si fanno ipotesi sulle entrate e sulle uscite di uno stabilimento, bisognerebbe prendere in considerazione tutte le voci di spesa pubbliche e obbligatorie per legge, che sono le seguenti:

  • Imposte regionali e comunali sul canone: sono diverse di località in località e vanno dal 30% al 100% del canone demaniale. Ciò significa che le cifre riportate dai media, che riguardano solo la parte richiesta dallo Stato, vanno sempre all’incirca raddoppiate.
  • Tasse sui rifiuti: per gli stabilimenti balneari vengono calcolate sull’intera superficie della spiaggia in concessione e per tutto l’anno, nonostante si tratti di attività stagionali. Ciò significa che i balneari pagano Tari di venti-trentamila euro all’anno, facendosi carico anche del costo dei rifiuti prodotti dai turisti e di quelli portati dal mare d’inverno.
  • Pulizia dell’arenile: la legge italiana impone al concessionario balneare di mantenere la spiaggia pulita, pena la decadenza della concessione. La ragione di ciò è che il nostro Stato non è in grado di occuparsi di tenere puliti i suoi circa 7500 chilometri di costa, e anche per questo li affida in gestione ai privati (in tutti gli altri paesi, invece, la pulizia delle spiagge è di competenza delle amministrazioni pubbliche). Tutti nella nostra penisola avranno notato l’enorme quantità di rifiuti presente nelle spiagge libere e la loro totale assenza nelle spiagge in concessione, perciò chi urla lo slogan “più spiagge libere” chiede anche “spiagge più sporche”: nel nostro paese, infatti, purtroppo gli enti pubblici tendono a lasciare accumulare tonnellate di immondizia in spiaggia senza preoccuparsene.
  • Servizio di salvamento: come la pulizia dell’arenile, anche il primo soccorso in mare è un adempimento obbligatorio per chiunque abbia una spiaggia in concessione. Ogni stabilimento si fa dunque carico dello stipendio del bagnino di salvataggio, un soccorritore professionista che vigila sulla vita di tutti i turisti da maggio a settembre. Si tratta di un servizio pubblico a beneficio della collettività: quando avvista un bagnante in difficoltà, il bagnino non gli chiede certo se è cliente dello stabilimento balneare che gli paga lo stipendio; ovviamente lo salva anche se frequenta la spiaggia libera. All’estero invece il servizio di salvamento, come la pulizia delle spiagge, è un costo sostenuto dagli enti pubblici.

Di fronte all’elenco sopra esposto, media e opinione pubblica dovrebbero quindi prendere coscienza di due importanti considerazioni:

  1. Il canone è una cifra calmierata, in quanto lo Stato – in cambio di una concessione che permette di avviare un’impresa economica – chiede a dei privati di farsi carico di una serie di adempimenti al posto degli enti pubblici, ovvero la pulizia delle spiagge e il servizio di salvamento.
  2. Quando si fanno ipotesi sui guadagni degli stabilimenti balneari, questi non dovrebbero essere accostati alla sola spesa del canone demaniale, bensì a tutte le altre voci obbligatorie ed esclusive delle concessioni demaniali marittime, ovvero le addizionali regionali e comunali, le tasse sui rifiuti calcolate sull’intera superficie di spiaggia, la pulizia dell’arenile e il servizio di salvamento. Solo così si potrà dare un quadro reale e onesto della situazione, anziché fare ricostruzioni becere e superficiali.

Ulteriori anomalie fiscali degli stabilimenti balneari

Nell’affrontare il tema “costi/guadagni” degli stabilimenti non si tiene poi mai conto che oltre alle spese appena elencate, che sono peculiari ed esclusive delle concessioni demaniali marittime, i balneari hanno tutte le altre uscite tipiche di qualsiasi altra impresa stagionale, come il personale, la manutenzione, il montaggio estivo e lo smontaggio invernale, eccetera. Tutto ciò rende ancora più parziale e ingiustificato il mero accostamento tra il canone annuale e il costo giornaliero di un ombrellone che piace tanto fare a giornalisti e opinionisti.

Non solo: gli stabilimenti balneari hanno due anomalie fiscali che occorre includere nel discorso, se si vuole tracciare un quadro onesto e reale del settore:

  • l’Iva al 22%, mentre tutte le altre imprese del settore turistico (alberghi, campeggi, villaggi, agriturismi, eccetera) godono di un’aliquota agevolata del 10%;
  • l’Imu sui manufatti, nonostante si tratti di beni situati su suolo pubblico.

Se sui giornali, nelle trasmissioni televisive, nei discorsi da bar e nei commenti sui social si tenesse conto di tutti questi fattori economici, i luoghi comuni sui “balneari che pagano due lire di canone e fanno incassi milionari” crollerebbero all’istante.

Non tutti i balneari sono Flavio Briatore

A proposito di “incassi milionari”, c’è un altro luogo comune da smontare. Gli stabilimenti balneari sono per la stragrande maggioranza piccole o medie imprese a gestione familiare, aziende con introiti modesti per il sostegno di una famiglia con eventualmente un paio di dipendenti. I lidi che fanno fatturati enormi sono solo una minima parte; eppure quando si parla di questo settore, i media generalisti prendono sempre e solo l’esempio di Flavio Briatore, titolare del Twiga di Marina di Pietrasanta: in questa spiaggia frequentata dai vip una capanna costa qualche centinaio di euro al giorno, ma si tratta di un’eccezione e non della regola. Nella maggior parte degli stabilimenti balneari i prezzi sono più che abbordabili per gran parte degli italiani e la clientela è fatta di normali persone che preferiscono la comodità di lettini, ombrelloni, servizi igienici, pulizia e bar anziché la spiaggia libera. Poi, come accade per i ristoranti e per gli alberghi, anche tra gli stabilimenti balneari esistono alcune realtà di lusso con tariffe elevate che si rivolgono a una determinata clientela d’élite; ma spacciare queste realtà come la norma sarebbe come parlare del settore della ristorazione citando solo i pochi locali con tre stelle Michelin e ignorando le migliaia di trattorie popolari che si trovano in tutta Italia.

Non tutti i balneari sono criminali ed evasori

Nell’opinione pubblica è radicata la convinzione che i balneari sarebbero una sorta di “lobby di privilegiati, evasori e criminali”. Tali credenze sono frutto di ignoranza, proprio come accade tra i razzisti e i terrapiattisti, e con chi le sostiene non vale nemmeno la pena perdere tempo a discutere: come affermava il filosofo tedesco Friedrich Schiller, «contro gli stupidi, anche gli dei sono impotenti».

Diverso è il discorso dei giornalisti che manipolano la realtà per alimentare tali convinzioni, anziché compiere analisi serie e obiettive come dovrebbe fare chi pratica questo mestiere. Gli esempi che fanno questi giornalisti sono sempre gli stessi: il “lungomuro” di Ostia, un’orrida barriera di cemento che impedisce la libera vista del mare, oppure qualche caso isolato di lidi che fanno illegalmente pagare l’ingresso. Ed ecco che, in un attimo, il caso da particolare diventa universale, e si fa credere che tutti i balneari siano criminali e usurpatori del bene pubblico.

Con questo non si vuole negare che tali realtà esistano, anzi purtroppo si tratta di casi reali e da condannare: chi fa pagare l’ingresso alla spiaggia commette un illecito, poiché l’articolo 11 della legge 217/2011 prevede «il diritto libero e gratuito di accesso e di fruizione della battigia, anche ai fini di balneazione» e la legge 296/2006 stabilisce «l’obbligo per i titolari delle concessioni di consentire il libero e gratuito accesso e transito, per il raggiungimento della battigia antistante l’area ricompresa nella concessione, anche al fine di balneazione». Così come esistono balneari che hanno commesso abusi edilizi o evaso le tasse, in questo come in qualsiasi altro settore. Ma si tratta di poche mele marce e non della totalità; anzi gli stessi balneari onesti sono i primi a condannare questi casi, che hanno infangato la reputazione dell’intera categoria. Additare le pecore nere per descrivere l’intero settore è dunque un altro atto disonesto compiuto dai media quando parlano dei balneari.

La cementificazione della costa è una colpa del passato

C’è un ultimo aspetto su cui vale la pena soffermarsi, quello della cementificazione della costa. Per descrivere le spiagge italiane, Crozza ha usato l’espressione “festival della betoniera”, e per quanto infelice, questa è forse l’unica immagine con un minimo fondo di verità, in mezzo alle tante altre farneticazioni gratuite del comico. Tuttavia, è errato accusare i balneari di oggi di responsabilità che risalgono a oltre mezzo secolo fa.

Dopo l’approvazione del Codice della navigazione del 1942, che ha disciplinato il rilascio delle concessioni di porzioni di demanio marittimo ai privati cittadini, molte persone presentarono domanda per ottenere una spiaggia in affidamento: si trattò, all’epoca, di famiglie visionarie che s’inventarono letteralmente una nuova tipologia di impresa, ovvero gli stabilimenti balneari per come oggi li conosciamo, che nel bene e nel male hanno creato un modello unico al mondo. Se in precedenza le spiagge erano porzioni di terreno di scarso interesse sia per il pubblico che per il privato, abbandonate a se stesse o in alcune parti d’Italia coltivate per uso agricolo, tra gli anni ’50 e ’60 le amministrazioni locali hanno rilasciato regolari autorizzazioni per costruire strutture in muratura che nel giro di pochi anni, con l’esplosione del turismo di massa, sono diventate aziende d’eccellenza. Tali strutture hanno indubbiamente inciso sul nostro paesaggio costiero: in centinaia di località balneari si è consentito di costruire file di edifici di cemento che oggi rappresentano una peculiarità italiana senza eguali nel mondo, e questo nessuno può negarlo. Solo in anni più recenti le amministrazioni comunali hanno rivisto i criteri per il rilascio delle nuove concessioni demaniali marittime nell’ottica di preservare il paesaggio, imponendo percentuali di spiaggia libera da preservare e obbligando chi costruisce un nuovo stabilimento balneare a erigere strutture di facile rimozione che possono restare allestite durante l’estate e che devono essere smontate d’inverno; ma questo è accaduto solo nelle regioni dove il turismo balneare è arrivato in un secondo momento, come la Sardegna e la Puglia, mentre nella stragrande maggioranza delle località costiere di Veneto, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana, Marche, Abruzzo e Lazio, sono gli stabilimenti permanenti in muratura a dominare sulla costa. Tuttavia, è inutile e fazioso accusare i balneari odierni di scelte urbanistiche compiute più di sessant’anni fa, quando la sensibilità estetica e ambientale dell’Italia in pieno boom economico era molto diversa rispetto a quella attuale. Non dobbiamo dare per scontata una presenza a cui siamo abituati, mentre in realtà rappresenta un’eccezione unica al mondo, ma nemmeno è giusto colpevolizzare gli attuali titolari dei lidi, che hanno semplicemente acquistato o ereditato tali strutture sorte in tutt’altro contesto storico.

Mediare sui propri punti deboli per salvare le proprie aziende

Ora che abbiamo smontato si spera una volta per tutte – le errate credenze e le fake news sui balneari italiani, una riflessione conclusiva va rivolta proprio a questa categoria. La sentenza del Consiglio di Stato ha reso non più rinviabile una riforma organica delle concessioni demaniali marittime e ha fatto capire a tanti imprenditori del settore che occorrerà fare i conti con un nuovo regime normativo che prevederà la riassegnazione dei titoli tramite delle procedure di evidenza pubblica. Il tema ormai non è più se fare o non fare le gare, bensì come farle; e in base ai parametri che saranno fissati dal governo dipenderà la possibilità, per gli imprenditori balneari che hanno gestito bene le spiagge e sono in grado di dimostrarlo, la possibilità di proseguire o meno il proprio lavoro o di avere un adeguato riconoscimento economico. Per decidere tutto questo, le associazioni di categoria affronteranno nei prossimi mesi una complessa trattativa e sarà più che mai importante dimostrarsi disponibili a mediare su alcuni punti deboli della categoria, come i canoni e il subaffitto. Occorrerà cioè negoziare su un riordino dei canoni che alzi le cifre ancora troppo basse e bisognerà accettare l’introduzione dell’obbligo di gestione diretta della concessione, dal momento che col subaffitto alcuni soggetti finora hanno potito lucrare su un bene pubblico, avuto in affido per una certa cifra e dato in gestione a terzi a dieci o cento volte tanto. Se su questi temi – da sempre sfruttati da giornalisti e opinione pubblica per attaccare i balneari la categoria sarà disposta a ragionare, allora potrà dimostrare di essere davvero convinta che le spiagge avute in concessione (non le imprese, che sono private!) non sono un diritto acquisito, bensì un bene che lo Stato ha dato a degli imprenditori virtuosi affinché portassero avanti un sistema turistico molto importante dal punto di vista economico. E per i concessionari onesti e lungimiranti sarà possibile continuare a svolgere il mestiere che ha reso gli stabilimenti balneari italiani unici al mondo per qualità dell’offerta.

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Alex Giuzio

Dal 2008 è giornalista specializzato in economia turistica e questioni ambientali e normative legate al mare e alle coste. Ha pubblicato "La linea fragile", un saggio sui problemi ecologici delle coste italiane (Edizioni dell'Asino, 2022), e ha curato il volume "Critica del turismo" (Grifo Edizioni 2023).
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