Sicurezza

Annegamenti in mare: Italia virtuosa, ma ci sono ancora troppi incidenti

I dati dell'Osservatorio nazionale sugli annegamenti, che il 27 maggio organizza un convegno sul tema

Le ricerche empiriche sugli incidenti di annegamento in Italia hanno avuto origine da un incontro quasi fortuito, nel 2008, tra la Società nazionale di salvamento (Sns) e l’Istituto superiore di sanità (Iss), che da prospettive diverse esaminavano la questione già da anni. Da questa collaborazione sono nati quattro rapporti Istisan sull’annegamento (2011, 2012, 2016, 2023). Qualche anno dopo si è aggiunto il Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero (Gnrac), un’associazione che riunisce gli studiosi della costa, provenienti per lo più da università e istituti di ricerca. Al Ministero della salute, su iniziativa di questi gruppi e promosso dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), si è costituito a ottobre 2019 un Osservatorio nazionale sull’annegamento, il cui nome ufficiale rivela le difficoltà burocratiche incontrate: “Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione”. Hanno aderito immediatamente all’iniziativa il Comando generale della Capitaneria di porto, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci), la Federazione italiana nuoto (Fin) e l’Ospedale del Bambin Gesù. Nel prossimo incontro, che dovrebbe tenersi – burocrazie permettendo – entro il prossimo mese di giugno, si aggiungeranno altri enti e ricercatori per completare quegli aspetti della questione non ancora messi a fuoco.

Nel 2014 l’Oms aveva pubblicato il primo “Global report on drowning: preventing a leading killer”, ponendo in evidenza il problema: ogni ora di ogni giorno, più di 40 persone perdono la vita per annegamento. L’Oms chiedeva a tutti i paesi di attivare strategie di coordinamento a livello nazionale in tutti i settori, allo scopo di definire un Piano nazionale di sicurezza per le acque, possibilmente con un indirizzo da parte del Ministero della salute. Il 29 maggio 2023, la 76^ Assemblea mondiale della sanità ha adottato la sua prima risoluzione in assoluto sulla prevenzione dell’annegamento, chiedendo ai governi e ai loro partner, in collaborazione con l’Oms, di implementare le attività di prevenzione.

La ricerca sugli annegamenti ha richiesto un lungo impegno, reso necessario dalla creazione di un apparato concettuale prima inesistente e dalla cronica mancanza di dati ufficiali in grado di penetrare oltre la superficie del fenomeno. Il primo punto chiave che l’Osservatorio ha dovuto fronteggiare, infatti, è stato il reperimento dei dati. La conoscenza della realtà è, come è ovvio che sia, una fase indispensabile per qualsiasi azione si voglia intraprendere; tuttavia i dati disponibili, raccolti da agenzie ufficiali come l’Istat o l’Oms, non indicavano, né indicano tuttora, il contesto, il corpo idrico e il gruppo sociale colpito, dando informazioni preziose solo sulla dimensione del fenomeno nel suo complesso e poco altro. Questi numeri riescono a scalfire soltanto la superficie del fenomeno, ma non permettono di scoprire quei meccanismi causali che possono spiegare gli incidenti di annegamento.

Scrive il sociologo Jon Elster: “L’unità elementare della vita sociale è l’azione umana individuale. Spiegare le istituzioni e il cambiamento sociale significa mostrare come essi risultino dall’azione e interazione degli individui”. I numeri relativi agli annegamenti offerti dall’Istat o dall’Oms hanno la funzione propedeutica di esporre un problema d’insieme e fissare un punto di partenza. Si può poi proseguire soltanto attraverso l’analisi minuziosa degli incidenti di annegamento che, guidata da ipotesi sempre più specifiche, sia in grado di trasformarli in evidenze. Sono questi i numeri conclusivi che, nel contesto di una ricerca sociologica, possono darci una immagine reale del fenomeno.

Il quadro della questione posseduto nel 2008 era ben rappresentato dal grafico seguente.

Mortalità per annegamento in Italia (fonte: Istituto superiore di sanità, Rapporto Istisan 11/13, Annegamenti in Italia, a cura di E. Funari e M. Giustini)

Dal 1970 gli annegamenti erano scesi da poco meno di 1400 annui a 400 alla fine del secolo. Un salto imponente che poneva l’Italia ai primi posti nel mondo con un primato, almeno in questo settore, positivo. Tra le cause che hanno prodotto questa drastica riduzione va annoverato senza dubbio l’apprendimento del nuoto e l’educazione alla sicurezza in acqua della popolazione italiana, fattori che sono il primo motore del meccanismo sociale di prevenzione, una causa che aziona tutto il resto. Artefici del processo sono state la costruzione di piscine pubbliche e l’opera meritoria delle federazioni di nuoto e delle scuole nuoto associate, un effetto peraltro dello sviluppo economico e culturale che contraddistingue l’occidente nel suo complesso.

Il numero esiguo degli annegamenti nei paesi ad alto reddito (espresso in centinaia) – rispetto a quello dei paesi “poveri” (dove gli annegamenti si contano in migliaia e si verificano per lo più in altri contesti) dell’Asia o dell’Africa, ma anche dell’Europa dell’est – deriva anche dalla efficienza dei sistemi di sorveglianza e salvataggio presenti sulle spiagge e nelle aree di balneazione in genere. In questi paesi, e segnatamente in Italia, la grande maggioranza degli annegamenti avviene dove questo servizio non c’è, per esempio sulle spiagge libere incustodite o nei fiumi.

L’annegamento è una malattia sociale di cui è fondamentale conoscere l’eziologia in tutta la sua complessità per poterla prevenire. L’annegamento di una persona è il risultato ultimo dopo una serie di filtri che non sono riusciti a impedirlo, illustrati nell’immagine seguente.

Annegamento come fenomeno sociale

I problemi teorici da risolvere erano sostanzialmente due. Dalla fine del secolo si era verificato un plateau in questa progressione: la tendenza felice si era interrotta e i morti per annegamento sono rimasti oggi quelli di fine secolo. Ancora oggi annegano in Italia poco meno di 400 persone l’anno, come trent’anni fa. Sebbene questo dato ponga il nostro paese in una luce positiva, sono ancora decisamente troppi, considerato che gli incidenti fatali si concentrano nei mesi estivi (giugno, luglio, agosto) – due o tre al giorno! – e dobbiamo considerarci fortunati, nostro malgrado, che l’estate non duri tutto l’anno. Inoltre, come in altri incidenti, queste morti sono per lo più evitabili.

Il secondo problema era propedeutico al primo. Come accennato, si ignorava come si distribuissero tra i vari corpi idrici e in quali contesti. Quanti facendo che cosa annegavano dove? Sulle spiagge, nei laghi, nei fiumi, nelle piscine?
I dati ufficiali raccolti dall’Istat non permettevano di andare oltre e per rispondere a queste domande sono state cercate altre strade. Oltre a fonti ufficiali (analisi delle schede di dismissione ospedaliera e giurisprudenza di merito), informazioni preziose sono venute dalla rassegna stampa. Questa strada è stata seguita anche da altri paesi che, come la Spagna, il Portogallo e il nostro, lasciano molto a desiderare nel reperimento di dati di provenienza istituzionale; ma sono utilizzati anche, e già da molto tempo, da paesi più virtuosi come il Regno Unito e gli Usa.

Il ricorso a questa fonte desta di solito qualche perplessità. Ma è un errore. I giornalisti di cronaca non brillano per obiettività o competenze specifiche e molte informazioni reperibili dalla stampa sono semplicemente fantasiose, per non dir peggio. Prendendo alla lettera quanto compare sui giornali, quel che si si ricava è un’immagine “secondo la stampa”, un quadro distorto e confuso, lontano dalla realtà. Le persone annegano perché sono imprudenti, fanno subacquea o il bagno dopo mangiato, nella maggior parte dei casi le persone non muoiono annegate ma per un mancamento improvviso o annegano perché si trovano in difficoltà in acqua (come dire che qualcuno è morto perché stava male). D’altra parte, un incidente di annegamento fa notizia, lascia una traccia indelebile sulla carta stampata o sul web, e altre informazioni fornite sono preziose. Con questo mezzo siamo in grado di sapere della (quasi) totalità degli incidenti di annegamento in tempo reale. E se sulle cause gli svarioni abbondano, gli articoli individuano affidabilmente non solo il corpo idrico (mare, piscina, lago, fiume, eccetera, un’informazione essenziale ed elementare non riportata dagli scarni dati ufficiali!), ma anche il luogo preciso dove è avvenuto l’incidente (per esempio davanti al Bagno Quilghini di Viareggio, o ai Bagni Pancaldi di Livorno), se erano presenti bagnini o se si trattava di una spiaggia libera incustodita. Altri dati affidabili, e importanti, sono quelli relativi alla data e l’ora dell’incidente o alla persona della vittima (maschio o femmina, l’età, se italiano, straniero, immigrato).

Ulteriori informazioni relative allo stato del mare, reperibili dai bollettini nautici, o quelle relative alla costa provenienti da Google Earth, possono integrare le informazioni della stampa e permettono una ricostruzione degli incidenti realistica. Oggi dunque sappiamo, come possiamo ricavare dal grafico seguente, che dei 340-370 annegamenti annui, in Italia, il 40% avvengono sulle spiagge, il 22% nelle acque interne (laghi, fiumi) e l’11% nelle piscine, mentre il 27% avviene in contesti diversi dalla balneazione (incidenti stradali, sul lavoro, ecc.).

Struttura complessiva dell’annegamento

Sappiamo anche che i morti per annegamento, nel contesto della balneazione, sono circa i tre quarti del totale (circa 270 annui) e che questi si distribuiscono così:

Annegamenti in aree di balneazione

Sulle spiagge annega il 52% (per una media di 160 vittime circa per stagione balneare), nelle acque interne (laghi, fiumi, ecc.) il 38% (media 80 vittime) e nelle piscine il 9-10% (poco meno di 30 vittime in media). Altre informazioni preziose vengono dai tipi di annegamento che, per esempio, sulle spiagge sono i seguenti.

Tipologia degli annegamenti sulle spiagge

Il “ritorno impedito” indica gli annegati nelle correnti di ritorno: il 34%, che corrisponde a circa 50 vittime per stagione balneare. Un bel numero.

Queste e molte altre informazioni sono reperibili dal rapporto Istisan 25/13. I dati analitici sulle piscine saranno disponibili nel prossimo rapporto Istisan sull’annegamento, in corso di pubblicazione (uscita prevista a giugno 2025). Il Ministero della salute ha pensato bene di dare all’Osservatorio una base istituzionale integrata nel Ministero e l’Istituto superiore di sanità ha organizzato un convegno sull’annegamento a Roma, il prossimo 27 maggio, il cui scopo è quello di programmare gli interventi necessari per la costruzione di un piano organico in grado di contrastare la piaga sociale dell’annegamento. In calce al programma, scaricabile in pdf, si trovano le condizioni per chi volesse presenziare al convegno, in presenza o online.

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Dario Giorgio Pezzini

Consulente della Federazione italiana nuoto per i problemi relativi alle spiagge, membro del Gruppo nazionale per la ricerca sull’ambiente costiero e dell'Osservatorio nazionale sull'annegamento dell'Istituto superiore di sanità. È stato per vent'anni alla direzione nazionale della Società nazionale di salvamento.